EUROPAMONDO

WWW.RASSEGNA.IT

Diritto all'infanzia

Non uno di meno

Programmi
e strategie dell'Ilo

Conoscere
per debellare

Indice 

Indietro

Diritto all'infanzia

Non uno di meno

L’Ilo diffonde dati che segnalano una riduzione del lavoro minorile
e mette a punto una nuova strategia

di Chiara Cristilli

Una nuova speranza si apre sul fronte della lotta al lavoro minorile: stando alle previsioni dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Ilo), le forme peggiori di sfruttamento dei minori potrebbero essere debellate entro il 2016. L’Ilo ha infatti presentato di recente a Brasilia un rapporto intitolato “Porre fine al lavoro minorile è possibile”, che contiene dati incoraggianti. Lo studio calcola che il numero di lavoratori minorenni è diminuito dell’11 per cento nel mondo, scendendo da 246 a 218 milioni tra il 2000 e il 2004; nello stesso i bambini impiegati nelle attività più pericolose sono passati da 171 a 126 milioni, con un calo che raggiunge il 33 per cento nella fascia d’età compresa tra i 5 e i 14 anni. I buoni risultati, significativi soprattutto nei Caraibi e in America Latina, rappresenterebbero il frutto di una mutata e più evoluta strategia di contrasto al lavoro minorile messa in opera dalle organizzazioni internazionali, dalle ong e dalle parti sociali.

Una nuova interpretazione
Vanno distinte le forme di sfruttamento dallo svolgimento di attività necessarie per il sostentamento economico del minore, che non ne compromettano il diritto all’istruzione, al tempo libero e alla salute. Questa nuova sensibilità, sviluppatasi nel tempo e accolta con favore da molte ong che operano nelle aree geografiche dove è alto il rischio di cadere nelle reti dello sfruttamento e della schiavitù, è forse il risultato di una maggiore attenzione riservata alle esigenze dei minori e delle loro famiglie. L’African Movement for Working Children', in particolare, ha redatto una carta di 12 diritti che comprendono, tra gli altri, la sicurezza dell’ambiente di lavoro, l’istruzione professionale e le cure mediche. Il movimento Niños y adolescentes trabajadores (Nats) e il Bhima Sangha svolgono un ruolo simile di protezione e rappresentanza, in America Latina e in Asia Meridionale. La stessa Ilo, pur proponendosi come fine ultimo l’eliminazione di qualsiasi tipo di lavoro minorile, ha tuttavia elaborato una strategia diversificata, volta a contrastare i complessi tratti che il fenomeno assume, scegliendo tempi e strumenti adeguati alle diverse situazioni. Le occupazioni lesive dell’integrità fisica e morale del fanciullo vanno comunque combattute con la massima urgenza: lo dimostra l’analisi affidata alla Convenzione n. 182, concernente il divieto delle forme più manifeste di sfruttamento, e adottata dall’Ilo nel 1999. Ai fini di una nuova gestione del problema, l’ampio coinvolgimento dei soggetti implicati rappresenta una condizione irrinunciabile. Alla Conferenza internazionale del lavoro, svoltasi a Ginevra lo scorso giugno, erano presenti ben 4000 rappresentanti di governi, lavoratori e imprenditori di Stati membri dell’Ilo, per discutere insieme nuove strategie per il futuro. Negli stessi giorni manifestazioni e dibattiti si sono svolti in varie parti del mondo, con l’intento di offrire un simbolico sostegno globale ai diritti dell’infanzia.

Motivi e dimensioni del fenomeno
Nonostante i miglioramenti evidenziati dall’ultimo rapporto dell’Ilo, gravi ed estese sono ancora le forme di sfruttamento del lavoro minorile. La possibilità di quantificare il fenomeno e di intervenire nei contesti dove questo si sviluppa possono pregiudicare il destino delle azioni di contrasto. La povertà, la discriminazione di genere e delle minoranze risultano essere alla base del problema: i bambini che lavorano – spesso impiegati in attività pesanti e pericolose – sono costretti a farlo perché vivono in situazioni di estrema indigenza. Il sostentamento proprio e della famiglia rappresenta una priorità assoluta che, nei casi più gravi, sacrifica l’accesso all’istruzione, instaurando un meccanismo di continua rigenerazione della povertà. Particolarmente grave, poi, è il fenomeno dell’arruolamento di minori nei conflitti armati. L’Unione europea stima intorno a 300.000 il numero di bambini soldato nel mondo, spesso reclutati intorno ai 10 anni. Le responsabilità sono da attribuire all’inefficienza delle politiche locali, ai conflitti interni, alle scelte di politica economica internazionale. La necessità di ripagare il debito estero rappresenta poi, per vaste aree geografiche, una delle più significative ragioni di riduzione della spesa pubblica interna, con conseguenze nefaste per il progresso economico e la tutela dei diritti dei minori. È in Asia, dove i bambini sfruttati – sempre secondo i dati Ilo – sono 122,3 milioni (contro i 49,3 dell’Africa subsahariana, i 13,4 del Medio Oriente e dell’Africa settentrionale, i 5,7 del Sud America e Carabi), che si osservano le forme più aberranti di sfruttamento. Le cifre fornite dall’Ilo ci informano che circa 8,5 milioni di bambini sono vittime della schiavitù e della tratta degli esseri umani, della servitù per debiti, della prostituzione. Il 70 per cento dei minori interessati è occupato in attività agricole. Il fenomeno è diffuso anche nel settore manifatturiero, nelle attività commerciali, nei lavori domestici. Spesso il bambino non viene retribuito, specie se si tratta di bambine impiegate in attività domestiche. Lo sfruttamento dei minori riguarda anche ipaesi più industrializzati. Europa e Stati Uniti non sono immuni al problema, specie nelle aree più povere, dove i bambini cadono vittime della prostituzione, del reclutamento per attività illecite, del lavoro nelle industrie manifatturiere. In Italia il fenomeno è particolarmente esteso: l’Istat stima intorno a 144 mila il numero di minori coinvolti, specie nel Sud e nel Nord-Est. Anche qui le ragioni del fenomeno vanno ricercate nella povertà, nel degrado socio culturale e nelle gravi carenze infrastrutturali, che spesso precludono il diritto all’istruzione.

Possibili soluzioni
In linea con la nuova interpretazione del lavoro minorile, gli strumenti atti a combatterlo tentano oggi un approccio pragmatico, in grado di sviluppare un ampio coinvolgimento dei soggetti interessati. Come evidenziato dall’Unicef, occorre innanzitutto coordinare le politiche contro lo sfruttamento del fanciullo e quelle a sostegno dell’istruzione. A livello internazionale l’istruzione obbligatoria, gratuita e accessibile a tutti viene riconosciuta come una priorità assoluta, su cui i governi locali hanno il dovere di vigilare. Funzionale a una gestione integrale del problema è l’interazione tra locale e globale. A questo scopo l’Ilo ha lanciato nel 1992 il programma Ipec, che ha agevolato l’integrazione tra azioni legislative internazionali e locali, svolgendo un ruolo di primo piano nel monitoraggio del fenomeno e nel sostegno all’istruzione e alla crescita economica delle aree geografiche più misere. In tale contesto un grande rilievo è affidato al ruolo delle parti sociali, affinché difendano la tutela dei diritti e creino un clima favorevole al dialogo sociale. Un ulteriore provvedimento è l’adozione, da parte delle imprese, di codici di condotta nazionali e internazionali che vietino l’utilizzo di manodopera minorile per sé e per le ditte subappaltatrici, o che garantiscano il rispetto dei diritti del minore in caso di liceità del suo impiego. Da tempo la Cgil denuncia il fenomeno ed è convinta che occorra contrastarlo con una vera propria piattaforma, a cominciare proprio dall’accesso alla scuola. Il rilancio degli Osservatori provinciali e regionali contro la dispersione scolastica, una migliore collaborazione tra le amministrazione scolastiche, comunali e le famiglie figurano tra le proposte più significative della Cgil. Aggiunge Claudio Treves, responsabile del Dipartimento politiche attive del lavoro Cgil: “Va apprezzata l’elevazione dell’età lavorativa a 16 anni, sancita dal ministro Fioroni e in attesa di ulteriori approfondimenti presso il ministero del Lavoro. Occorre infine rivalorizzare la Presidenza del Consiglio come luogo in cui affrontare questioni trasversali: la dispersione scolastica, la mentalità di molte famiglie, spesso favorevoli a che i loro figli lavorino, le azioni di repressione del fenomeno”.

(www.rassegna.it, Rassegna Sindacale, 14 marzo 2007)

LINK

Ilo