EUROPAMONDO

WWW.RASSEGNA.IT

Globalizzazione / Convegno italo-tedesco a Roma

Da immigrato a cittadino

Indice 

Indietro

Globalizzazione / Confronto tra Italia e Germania a Roma

Da immigrato a cittadino

di Maurizio Minnucci

L’Italia come la Germania, paesi ad alto tasso d’immigrazione. Se n’è parlato alla “Conferenza per l’integrazione degli immigrati, delle loro famiglie e dei giovani”, organizzata dall’Ambasciata tedesca e dall’Istituto Goethe, svoltasi ieri (lunedì 11 giugno) a Roma. Un confronto utile per il nostro paese, vista l’esperienza maturata dalla Germania sul fenomeno, a oltre cinquant’anni dal patto italo-tedesco per il reclutamento della manodopera. Altri tempi. “Gli italiani e tutti gli stranieri hanno contribuito decisamente ad aumentare il nostro benessere e la nostra cultura”, così ha esordito Maria Boehmer, deputata del Bundestag e ministro aggiunto presso la Cancelleria federale con delega per la Migrazione: “Ma oggi ci dobbiamo interrogare se la Germania sia ancora una meta ambita nel processo di globalizzazione. I tedeschi hanno una percezione del fenomeno molto superiore a quella effettiva”. A confortare il suo ragionamento ci pensano i numeri: il saldo attivo annuale è di centomila immigrati, spiccioli rispetto al recente passato. Non così in Italia, dove il numero di chi arriva in cerca di fortuna cresce rapidamente.

Ma quali sono le cifre? L’indagine comparativa realizzata da Caritas-Migrantes e Istituto Goethe, illustrata durante il convegno, spiega le diversità del fenomeno tra i due paesi. Anzitutto i tempi: l’Italia è diventata meta d’immigrazione solo trent’anni dopo la Germania. Negli ultimi tre decenni le presenze nel nostro paese sono aumentate vertiginosamente: nel 1970 erano solo 144 mila, oggi sono circa 3 milioni e mezzo, cioè il 5 per cento della popolazione. Con questi ritmi, si stima, tra dieci anni il numero degli immigrati salirà a sette milioni (tanti quanti sono oggi in Germania), nel 2050 supererà quota dieci. Anche la composizione di chi arriva è diversa: quasi univoca per la Germania (dove i turchi da soli fanno un quarto del totale), multietnica per la nostra penisola. Da noi si riscontra poi la tendenza a un insediamento più stabile. Lo testimoniano l’alto numero dei ricongiungimenti familiari, la parità tra i sessi e la maggiore presenza di minori. Per l’Italia – sottolinea ancora l’indagine – restano problemi strutturali: lungaggini burocratiche, prassi amministrative insoddisfacenti, pochi investimenti, eccessiva contrapposizione dei partiti sul tema. Tutti elementi che generano diffidenza, dividendo la popolazione tra favorevoli e contrari.

La ricetta per trasformare l’immigrato in cittadino, secondo Otfried Garbe, ministro plenipotenziario dell’Ambasciata tedesca, deve partire da alcuni capisaldi: insegnare subito la lingua, favorire la formazione scolastica e professionale, attuare politiche per la casa e l’assistenza sanitaria, ridurre la discriminazione etnica e religiosa. “La Germania – spiega Garbe – ha imparato che non migra solo forza lavoro, bensì anche famiglie con bambini. La prima generazione d’immigrati era disposta a fare grandi sacrifici, non è più cosi per i loro figli”. Per quantificare, sono 15 milioni gli immigrati di seconda e successive generazioni in Germania. Per loro, come e più dei propri genitori, rimangono problemi d’inserimento, perché difficilmente si accontentano di lavori dequalificati come chi li ha preceduti. Si sentono tedeschi. Ma lo sono davvero? Albert Schmid, presidente dell’Ufficio federale per la Migrazione, cerca di rispondere al quesito: “S’immagina che la seconda e terza generazione abbiano meno difficoltà, secondo noi è vero il contrario. Per affrontare il problema abbiamo adottato alcune recenti misure: seicento ore di apprendimento linguistico obbligatorio – destinate agli adulti – e corsi d’informazione e orientamento sulla società. Insegniamo diritto, storia, cultura. Per dirla con una parola sola, interculturalità”. L’obiettivo è anche quello di colmare il gap generazionale che esiste nelle famiglie d’immigrati, dove gli anziani parlano la lingua d’origine, i figli e i nipoti il tedesco.

A rappresentare il governo italiano c’era il ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero: “Il problema – ha detto – è complicato dal fatto che noi siamo diventati un grande paese d’immigrazione solo di recente. Ai tedeschi sembrerà strano, ma qui si attendono sei o sette anni solo per ricevere una risposta sulla cittadinanza, o accade che chi lavora resta bloccato per mesi in attesa del rinnovo del permesso di soggiorno. Inoltre ci manca una rete di ambasciate degne di questo nome nei paesi di provenienza”. Le buone intenzioni del governo, spiega il ministro, ci sono: “Questo è il primo anno in cui abbiamo predisposto dei finanziamenti per l’integrazione di immigrati, un Fondo da 50 milioni di euro”. Saranno spesi, ha assicurato, per un welfare che riguarderà tutti, per limitare i “ghetti” e le separazioni territoriali, per favorire la centralità dell’insegnamento lingua italiana. Su questo tema, ha annunciato Ferrero, è allo studio anche la creazione di un programma tv dedicato agli adulti immigrati.

(www.rassegna.it, 12 giugno 2007)

LINK