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Tutti i disastri del Supercapitalismo

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Economia / Hobsbawm, Reich, Klein contro il pensiero unico

Tutti i disastri del Supercapitalismo

Il “super-mercato” e i mali della democrazia.
Tre libri contro il "pensiero unico". E non tre libri qualsiasi. L'economista Robert Reich attacca il Supercapitalismo. Lo storico Eric J. Hobsbawm ne analizza vittime e conseguenze, ossia La fine dello Stato, del potere territoriale e dei diritti della cittadinanza. La giornalista e attivista Naomi Klein smaschera la Shock Economy. Sul banco degli imputati l'ultraliberismo di Milton Friedman: una visione del mondo che ha fatto scuola e, secondo i nostri autori, anche molti danni. Un'ideologia camuffata da teoria economica o, più banalmente, un'alta velocità del profitto per multinazionali voraci?

di Martina Toti

È da un po’ che sui giornali non si legge l’espressione “azienda Italia” che era andata molto di moda fino a qualche tempo fa. Quella trovata linguistica metteva in figura il cambiamento avvenuto a partire dagli anni Settanta, quando un liberismo ultraradicale aveva iniziato a ridimensionare il ruolo dello Stato e i governi a prendere a modello il sistema delle imprese. In molti oggi avvertono che non si può più proseguire su questa strada. A partire dallo storico Eric J. Hobsbawm che, nel suo ultimo libro, parla di tristi prospettive per la democrazia liberale. “Lo Stato territoriale sovrano (o la federazione statale), che forma la cornice essenziale della politica democratica e di ogni altra politica, è oggi più debole di ieri”. Quando le privatizzazioni avranno completamente svuotato i governi di quelle caratteristiche di servizio pubblico che contraddistinguono la democrazia e quando gli interessi delle grandi aziende internazionali avranno definitivamente prevaricato quelli nazionali, dei governi e dei cittadini, allora sarà davvero La fine dello Stato. È così che Hobsbawm ha deciso di intitolare il suo volume in uscita nei prossimi giorni (Rizzoli, 2007, pp. 120; 10 €).

Altri avvertimenti
Una giornalista canadese decide di andare a vedere perché l’amministrazione Bush è tanto determinata a restare in Iraq e parte per Baghdad. Un ex ministro del lavoro statunitense, docente all’università californiana di Berkeley, scrive un libro sull’economia americana e finisce per parlare soprattutto di politica. Lei è Naomi Klein. Diventata famosa da quando il movimento no global ha adottato il suo bestseller No Logo come testo di riferimento, ora sta girando il mondo per presentare il suo ultimo libro Shock Economy. L’ascesa del capitalismo dei disastri (Rizzoli, 2007, pp. 620; 20,50 €), nato proprio da un viaggio in Iraq. Lui è Robert Reich che a Berkeley insegna politica pubblica, ha lavorato nell’amministrazione Clinton e ha da poco pubblicato il suo ultimo lavoro Supercapitalism. The Transformation of Business, Democracy, and Everyday Life (A. Knopf, 2007, pp. 272, 25 $). Due personaggi diversi, due libri apparentemente molto lontani, eppure il punto di partenza è lo stesso e porta il nome di Milton Friedman: l’economista più amato dai neoconservatori e premio Nobel per l’economia nel 1976, che era convinto che il libero mercato fosse “una precondizione necessaria alla libertà politica”, ma che finiva per offrire consulenze al dittatore cileno Augusto Pinochet e al regime indonesiano di Suharto.

Milton Friedman e i suoi ragazzi
Liberista convinto, Friedman riteneva che lo Stato non dovesse mettere becco nelle faccende economiche. Per Friedman il libero mercato doveva essere libero sul serio. Niente regole, niente freni, niente “distorsioni” imposte dalla mano lunga dei governi. La Klein sintetizza così la teoria di Friedman: “In primo luogo, i governi devono rimuovere tutte le regole e le norme che sono d’intralcio all’accumulazione del profitto. In secondo luogo, devono vendere tutte le risorse di loro proprietà da cui le industrie potrebbero trarre profitto. E in terzo luogo, devono ridurre drasticamente i fondi per la spesa sociale.” Se il mercato andava lasciato a se stesso, per altri versi, la politica poteva, invece, essere aiutata a emancipare il mercato, tanto più se se ne presentava l’occasione sotto forma di quelli che la Klein definisce “shock”. In una situazione traumatica o di crisi – come può essere quella rappresentata da un colpo di stato, una catastrofe naturale o un attacco terroristico – si possono far accettare a un paese provvedimenti economici e sociali che, in un altro contesto, sarebbero rigettati.

In una libreria romana per la presentazione dell’edizione italiana del suo libro, Naomi Klein spiega che, allo stesso modo degli individui sottoposti a torture e privazioni, “i cittadini traumatizzati da eventi disastrosi – come i newyorkesi dopo l’attacco alle Torri Gemelle, gli indonesiani dopo lo tsunami e gli abitanti di New Orleans dopo l’uragano Katrina – hanno difficoltà a restare vigili, regrediscono a uno stato infantile e vulnerabile che annulla le loro capacità di reazione.” In altre parole, l’opinione pubblica traumatizzata perde la propria forza critica, mentre vengono adottati provvedimenti impopolari: riduzione dei salari, tagli di posti di lavoro, privatizzazioni di scuole e ospedali o, nel caso iracheno, del sistema di sicurezza.

Gli shock per i teorici friedmaniani sono una manna. Ecco perché quando in Cile si insediò la dittatura di Pinochet, il premio Nobel e i suoi allievi cileni – i cosiddetti Chicago boys – non ebbero alcuna difficoltà a offrire consulenze alla giunta. Pinochet era uno shock e, in quanto tale, offriva l’occasione per affermare il programma economico liberista. L’onda lunga di quel programma si fa sentire ancora adesso: risale a pochi mesi fa la decisione dei lavoratori cileni di indire una giornata di mobilitazione nazionale “contro il capitalismo selvaggio che ha creato povertà e disuguaglianza sociale”.

Dallo shock all’anestesia

Nel 2003 in un documentario indipendente intitolato The Corporation, amministratori delegati, uomini d’affari e opinionisti parlavano del potere delle grandi aziende e delle multinazionali. Un broker dichiarava: “Mentre vedevo le Torri Gemelle crollare non potevo fare a meno di pensare al prezzo dell’oro, a come sarebbe salito, a quanto ci saremmo arricchiti”. Robert Reich direbbe che l’anima del broker-consumatore-capitalista aveva prevalso su quella del broker-cittadino.

Nel suo libro Reich non parla di shock, non accusa questa o quella scuola di pensiero, ma mette in luce un semplice dato di fatto: “Mentre il capitalismo del libero mercato ha trionfato, la democrazia si è indebolita” perché se “il capitalismo ha saputo rispondere sempre meglio ai nostri desideri individuali di consumatori di beni, la democrazia è diventata sempre meno capace di rispondere ai nostri desideri collettivi di cittadini”. Per l’ex ministro la radice di questo male – che è americano ma sembra si stia diffondendo nel resto del mondo - non è nel capitalismo in sé, quanto piuttosto nella versione “super” del capitalismo, quella potenziata da una tecnologia che ha reso l’ambiente economico drammaticamente più competitivo e, di conseguenza, sempre più propenso a massimizzare i profitti anche influenzando le decisioni governative con finanziamenti ai candidati e attraverso le pressioni esercitate dalla cosiddetta corporate lobbying.

Come consumatori e investitori, e dalla prospettiva dei nostri interessi individuali, traiamo vantaggi dal supercapitalismo, ma come cittadini, e dal punto di vista della collettività, questa forma incontrollata di mercato danneggia la nostra democrazia in tanti modi: aumentando il divario tra ricchi e poveri, esponendoci maggiormente ai rischi, allentando le maglie della rete di sicurezza sociale. Gli interessi individuali hanno anestetizzato la nostra coscienza collettiva mentre le istituzioni pubbliche hanno finito per disertare i propri compiti. La riflessione di Hobsbawn si spinge ancora più in là: “L'ideale della sovranità del mercato non è un complemento, bensì un'alternativa alla democrazia liberale. Di fatto, esso è un'alternativa a ogni sorta di politica, poiché nega la necessità di decisioni politiche, che sono esattamente le decisioni sugli interessi comuni o di gruppo in quanto distinti dalla somma di scelte, razionali o meno che siano, dei singoli individui che perseguono i propri interessi personali”. Secondo Reich, invece, è arrivato il momento di cambiare le regole del gioco.

Dopo Friedman
Tra pochi giorni ricorre un anno dalla morte di Milton Friedman. Nei mesi successivi alla sua scomparsa egli venne celebrato come “uno dei più importanti patroni della libertà nel mondo, non solo nell’economia ma in ogni campo” (Congresso americano), come “Freedom Man” – l’uomo della libertà – nell’efficace gioco di parole del Wall Street Journal. Ma la nuova attenzione dell’opinione pubblica e degli opinion leader per lo stato di salute della democrazia e per le disparità sociali – oggi negli Stati Uniti un amministratore delegato guadagna in media 350 volte quanto un lavoratore medio e l’1% più ricco della nazione possiede più dei due terzi delle ricchezze del paese - riportano le sue teorie al centro di un acceso dibattito. In un editoriale pubblicato sul New York Times, e ripreso in Italia dal quotidiano la Repubblica, Joseph E. Stiglitz - anche lui, come Friedman, insignito del premio Nobel per l’economia - commenta le tesi di Naomi Klein e stronca così le teorie di Friedman: “In realtà, l’accusa contro queste politiche è ancora più forte di quella che fa la Klein. Esse non hanno mai avuto solide fondamenta empiriche e teoriche”. Quello che spaventa di più, però, sono le conseguenze che il “super-mercato”, affermatosi anche grazie a Friedman e ai suoi seguaci, ha avuto e continuerà ad avere sullo stato democratico: la diagnosi di Hobsbawm non lascia dubbi: “La portata e l'efficacia delle sue attività sono ridotte rispetto al passato. Il suo comando sull'obbedienza passiva o il servizio attivo dei suoi sudditi o cittadini è in declino. Due secoli e mezzo di crescita ininterrotta del potere, del raggio d'azione, delle ambizioni e della capacità di mobilitare gli abitanti degli Stati territoriali moderni, quali che fossero la natura o l'ideologia dei loro regimi, sembrano essere giunti al termine”.

(www.rassegna.it, 2 novembre 2007)

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Il sito
di Robert Reich

Il sito
di Joseph Stiglitz

Il sito
di Naomi Klein

The Corporation