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I democratici riscoprono i temi sociali

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I democratici riscoprono
i temi sociali

A un anno dalle elezioni presidenziali Hillary Clinton, Barack Obama e John Edwards - i tre candidati che si sfideranno alle primarie del partito Democratico - cambiano l'agenda del paese e dedicano ampio spazio al tema delle disparità sociali e delle disuguaglianze di reddito. Più centriste le soluzioni della Clinton, più radicali Edwards e Obama 

di Martina Toti

Fino a qualche anno fa, almeno televisivamente parlando, l’America era quella di serie tv come Friends: spensierata, divertente, un posto dove si stava bene, meglio che altrove. Oggi, invece, dai canali satellitari capita di coglierne l’altra faccia: quella che forse c’era anche prima ma di cui nessuno si accorgeva, quella che quando venne l’uragano Katrina devastando le case della Louisiana e la città di New Orleans lasciò tutti sorpresi. È l’America povera dove il servizio sanitario è un miraggio per chi non ha una buona assicurazione, dove le scuole migliori sono riservate ai figli dei più ricchi, dove il divario tra chi ha e chi non ha sembra quasi incommensurabile ed è in continua crescita.

Negli ultimi dieci anni il reddito del 90% degli americani è cresciuto solo del 2%, mentre quello dei superricchi è aumentato di più del 50%. I dati dell’ufficio del censimento parlano di 37 milioni di persone povere, il 12.6% della popolazione. A settembre del 2006 il Wall Street Journal e la NBC hanno promosso un sondaggio per valutare le priorità degli americani in vista delle elezioni: al secondo posto, dopo la questione dei costi dell’energia, c’era quella della disuguaglianza economica e sociale. Secondo Robert Reich, docente dell’università di Berkeley e ministro del lavoro durante l’amministrazione Clinton, per i democratici non c’era scelta: bisognava affrontare i “problemi difficili” dell’America e organizzare una nuova agenda politica che dedicasse ampio spazio al tema delle disparità, perché “man mano che aumentano le disuguaglianze di reddito e benessere, continuano a crescere anche i costi sociali.” A poco meno di un anno di distanza da quel sondaggio e a poco più di un anno dalle elezioni presidenziali del 2008, i candidati democratici stanno seguendo il consiglio di Reich mettendo bene in evidenza tra i punti dei rispettivi programmi il loro impegno sociale.

Il primo a farsi avanti è stato John Edwards che già tre anni fa aveva definito la povertà “la grande questione morale della nostra epoca” e che, unico tra i tre principali candidati democratici, si prefigge esplicitamente l’obiettivo di eliminarla, abbattendola di un terzo nei prossimi dieci anni e facendola scomparire definitivamente nell’arco dei prossimi trenta. Non a caso Edwards ha annunciato la propria candidatura da New Orleans, che è diventata la città simbolo della parte povera degli Stati Uniti. Non gli è da meno la rivelazione politica di questa campagna elettorale, “la stella più brillante” per dirla con l’Economist, Barack Obama. “In nessun altro paese sulla faccia della terra la mia storia sarebbe stata neppure lontanamente possibile” piace dire a Obama ricordando che è figlio del “sogno americano”: quand’era ragazzo il padre, kenyota, vinse una borsa di studio “per studiare in un posto magico, l’America” dove poi sposò una donna bianca del Kansas. L’Africa e l’America rurale, il bianco e il nero.

Monocromatica, anche se non da sempre sotto la stessa bandiera, sembrerebbe, invece, la storia di Hillary Clinton, il cui vantaggio sugli altri due candidati democratici – stando agli ultimi sondaggi – è ancora notevole. L’ex first lady è cresciuta in una famiglia borghese, metodista, conservatrice. Suo padre era un sostenitore di Barry Goldwater e al primo anno di università la Clinton venne eletta presidentessa dei giovani repubblicani del suo college. Arrivata al diploma, le cose erano già cambiate e la ragazza partecipava alla campagna del democratico Eugene McCarthy, contrario alla guerra in Vietnam. A casa le avevano dato l’educazione tradizionale degli stati centrali: famiglia, chiesa, scuola, obblighi sociali e una morale d’impronta protestante che recita su per giù che se ricevi molto, devi dare altrettanto. Non sorprende, perciò, che il sito della Clinton metta tra i punti in programma il rafforzamento della classe media e delle famiglie lavoratrici che sono state “invisibili” per il governo Bush. Qualche mese fa il New York Times elogiava la scelta perché la rete gettata dalla Clinton è ampia: “anziché concentrarsi sulla classe media o su quella operaia, le ha inserite entrambe mettendo poi in evidenza, tra gli altri, le madri single, i bambini in scuole poco efficienti, i primi che risposero agli attacchi dell’11 settembre e i soldati che ritornano dalla guerra con degli handicap.” La filosofia clintoniana in materia di welfare sociale si può sintetizzare così: se permettiamo alle persone di accedere a una migliore educazione, avranno probabilmente la possibilità di salire nella scala sociale, di ricoprire posti di lavoro con buoni stipendi e, quindi, di entrare a far parte della classe media americana. Allo stesso tempo, per riequilibrare il sistema dovremmo rendere la sanità accessibile a tutti, aumentare i salari minimi e offrire una maggiore sicurezza sociale per quanto riguarda risparmi e pensionamenti.

Dal canto loro, Edwards e Obama hanno diversi argomenti in comune con la moglie dell’ex presidente. Edwards vuole rendere il sistema sanitario universale e innalzare il salario minimo a sette dollari e cinquanta, anche lui inserisce il rafforzamento della classe media tra i suoi punti, però, nel suo caso l’attenzione è rivolta soprattutto alle famiglie a basso reddito, con figli e senza, ai poveri e ai disoccupati. Non a caso il libro che ha da poco pubblicato assieme a Marion Crain e Arne L. Kalleberg si intitola “Mettere fine alla povertà in America: come far rivivere il sogno americano” (titolo originale: Ending poverty in America. How to restore the American Dream, New Press, 2007). Edwards ha anche un’idea su come finanziare i suoi progetti: innalzare le tasse per i ricchi (Bush le aveva invece tagliate per chi aveva un reddito superiore ai 200mila dollari) e per le grandi imprese, ridurre l’evasione fiscale e, infine, tagliare alcune spese a suo parere del tutto inutili. Tra le azioni volte a sostenere i disoccupati e i poveri, c’è la creazione, nel corso dei cinque anni di presidenza, di un milione di posti di lavoro temporanei per reintegrare nel mondo del lavoro chi non ha un impiego da più di sei mesi, favorendone così il passaggio verso un’assunzione permanente. Allo stesso tempo, secondo Edwards, vanno rafforzate le leggi che regolano le unioni sindacali e le organizzazioni del lavoro. Scrive sul suo sito: “i lavoratori iscritti a un sindacato guadagnano in media il 28% in più rispetto ai non iscritti. La legge federale promette ai lavoratori il diritto di scegliere un sindacato, ma viene scarsamente applicata, è piena di scappatoie e viene abitualmente violata dai datori di lavoro”. Edwards sostiene l’Employee Free Choice Act, una legge attualmente in discussione al Senato che permetterebbe ai lavoratori di contrattare paghe, benefici e condizioni di lavoro migliori restituendo loro un’effettiva libertà di scegliere se aderire a un sindacato o meno.

L’audacia della speranza (Rizzoli, 2007) è il titolo dell’ultimo libro di Barack Obama, in cui il senatore dell’Illinois analizza il sentimento americano: la sua impressione è che l’America soffra di un “deficit di empatia”, se crescesse l’empatia l’equilibrio delle scelte politiche americane cambierebbe in favore di chi ha difficoltà: famiglie a basso reddito, disoccupati, minoranze razziali.

Con molte differenze di stile e non troppe di sostanza, i candidati democratici si preparano così a cambiare l’agenda degli Stati Uniti. Nessuno di loro vuole rinunciare al preziosissimo sogno americano anche se, negli ultimi tempi, non sono pochi a temere che resti, appunto, soltanto un sogno.

(www.rassegna.it, 25 giugno 2007)

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Il sito
di Barack Obama

Il sito
di Hillary Clinton

Il sito
di John Edwards