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Perché il centrosinistra non ama più l’Rmi?

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Perché il centrosinistra non ama più
il Reddito minimo di inserimento?

di Tarcisio Tarquini

Che fine ha fatto il reddito minimo di inserimento? Presentato, non più di otto anni fa, come la prima misura italiana di contrasto alla povertà finalmente all’altezza dell’Europa, dopo una sperimentazione durata quattro anni (dal 1999 al 2003) che i centri di ricerca chiamati a valutare hanno giudicato largamente positiva, tema per quasi due intere legislature di furiose polemiche tra un centrodestra chiaramente diffidente e un centrosinistra, al contrario, tanto convinto della sua efficacia da sceglierlo a propria bandiera nella lotta per la tutela dei più miseri, il reddito minimo di inserimento oggi riposa nascosto nell’articolo 202 della finanziaria 2007, in due commi che si preoccupano solo di descrivere le modalità attraverso le quali i fondi per esso non spesi debbano riconfluire nell’indistinzione del Fondo nazionale delle politiche sociali.

Della timidezza mostrata inaspettatamente dalla sinistra nel difenderne l’esistenza, magari agendo da subito per rimuovere gli ostacoli che hanno fatto sentenziare alla Corte Costituzionale l’illegittimità di interventi governativi sulle politiche sociali (sottratte alla potestà dello Stato e demandate secondo le norme della riforma costituzionale del 2001 alle Regioni), si sono accorti gli esperti che dell’omissione si sono pubblicamente rammaricati (Emanuele Ranci Ortigosa sul numero 17/18 del 2006 del quindicinale Prospettive sociali e sanitarie, Stefano Sacchi sul fascicolo di settembre del trimestrale Il Mulino, Cristiano Gori sul Sole 24 Ore del due gennaio scorso).

Non stupisce, infatti, che la destra sempre pronta a denunciare le vere o presunte incoerenze della sinistra non abbia contestato ai governanti attuali alcuna contraddizione tra propositi pre elettorali e fatti, colpisce invece che proprio la sinistra abbia messo la parola fine (almeno per il momento) all’esperienza del reddito minimo di inserimento e che la prima Finanziaria del governo di centrosinistra abbia sostanzialmente riaffidato la lotta alla povertà ai vecchi strumenti o categoriali o fiscali che finora non hanno prodotto granché, se continuiamo a lamentare situazioni di miseria assoluta che sembrano inattaccabili da ogni terapia.

Uno studio recente di Nicola Sciclone (anche questo sul numero di Prospettive già citato) è al riguardo illuminante. La spesa assistenziale del nostro paese (nel 2004 quasi 19 miliardi di euro, per la Banca d’Italia) se ne va per pensioni sociali, pensioni di invalidità, pensioni di guerra, assegni familiari e produce limitatissimi effetti redistributivi. Se si mettono nel conto tutte le somme che si incanalano nell’alveo dei diversi istituti assistenziali, la povertà relativa (nella ricerca tutte le famiglie che stanno al di sotto della soglia del 60% del reddito familiare equivalente, il 18.6% del totale) si riduce – rivela lo studioso - di appena il 3.6%. E ciò dal momento che una buona quota dei fondi finisce alle famiglie che, anche prima dei trasferimenti, si situano al di sopra della soglia della povertà relativa. Non sarebbe sufficiente questo per interrogarsi sulla validità delle misure adottate e sulla conseguente necessità di trovarne altre più dirette e adeguate? Sembra proprio di no, se nessuno mostra nostalgia per uno strumento di lotta alla povertà, come l’Rmi, che è universale e sottoposto alla prova dei mezzi (l’accertamento del livello di bisogno) e perciò potenzialmente adatto a intervenire su condizioni di povertà vera, da qualsivoglia ragione questa risulti determinata.

C’è da cambiare domanda, allora, e chiedersi perché il reddito minimo di inserimento trovi così pochi difensori proprio nel momento in cui il contesto politico dovrebbe disporsi verso di esso in modo più favorevole. Insomma dovremmo chiederci perché l’Rmi è rimasto orfano e non trova più nessuno che sia pronto a spendersi per esso spingendosi più in là di rapidi e generici accenni (si veda “l’albero” di Caserta, dove è rispuntato confuso nel folto di una ricca chioma di dichiarazioni programmatiche). Non vale, sia detto subito, la risposta che scarica la colpa sulla legislazione attuale che negherebbe ogni possibilità di azione al governo e la rimetterebbe alle Regioni, che tra l’altro in alcuni casi stanno già muovendosi per conto proprio.

Una strada possibile, infatti, ci sarebbe e viene indicata da più parti: quella di mettere in fretta le mani sulla definizione dei cosiddetti Liveas (i livelli minimi di assistenza), la cui responsabilità la legge stessa attribuisce allo Stato e all’interno dei quali si potrebbe perciò collocare l’Rmi, risolvendo il problema del suo finanziamento e quindi della sua attuazione (il costo a regime non supererebbe, comunque, secondo le simulazioni di Sciclone, più di un miliardo e mezzo di euro: una cifra che fa venir meno anche l’argomento dell’onere eccessivo). Di questo passaggio, però, nessuno parla e mostra di volersi impegnare per renderlo possibile.

Ma, a volerlo davvero, si sarebbe potuta imboccare una strada addirittura più corta. Sarebbe stato sufficiente che governo e Parlamento nella Finanziaria avessero istituito un fondo aggiuntivo a quello delle politiche sociali (dal quale possono attingere solo le Regioni senza vincoli di destinazione) per ridare vigore alla misura e rilanciarla come intervento di tipo nazionale da sommarsi a quello varato dalle amministrazioni regionali, magari anche come incentivo per quelle tra loro che ancora non avessero provveduto con autonomi provvedimenti.

Se le cose stanno così, si torna dunque alla domanda: perché tanta ostilità o indifferenza della sinistra nei confronti del reddito minimo di inserimento? Una prima ragione è probabilmente di tipo culturale. È quella che rinvia al concetto di azzardo morale; ne parla da ultimo Chiara Saraceno nella prefazione a un volumetto di Philippe Van Parijs e Yannick Vanderborght (Egea, 2006) sul reddito minimo universale (nozione diversa dal reddito di inserimento) ma può cadere a proposito anche per l’Rmi. Si teme, in sostanza, nel nostro caso, che una misura di reddito garantita praticamente senza contropartite abbia inevitabilmente un effetto negativo sulla propensione al lavoro del beneficiario, che con il venir meno della necessità vedrebbe attenuarsi la spinta a cercarlo, barando sull’accordo sotteso alla concessione. In realtà, una delle caratteristiche dell’Rmi è il patto tra chi gode del sostegno monetario e chi lo eroga: al primo viene chiesta da parte del secondo la disponibilità a partecipare ai programmi di inserimento, compresi quelli lavorativi e formativi. Ma proprio la sperimentazione effettuata fino al 2002-2003 dimostra che questo scambio non sempre ha funzionato e che solo una quota piuttosto modesta (ma non disprezzabile: si veda il fascicolo 3/4 del 2002 de L’assistenza sociale) di beneficiari si è liberata dallo stato di bisogno attraverso i programmi di inserimento.

Un secondo motivo si può rintracciare proprio nella gestione inadeguata della misura che doveva essere accompagnata, per risultare più efficace, da azioni di coordinamento che rendessero attive quelle energie delle società locali indispensabili per innescare il circuito virtuoso “erogazione monetaria-progetto di reinserimento-fuoriuscita dallo stato di bisogno”. In ciò risiedeva la vera scommessa dell’Rmi, che si è riusciti a vincere solo là dove era già operante un sistema di welfare locale ben strutturato capace di esaltare al massimo la novità. Una terza ragione va ricercata nel ruolo mancato delle province che avrebbero dovuto assumere il coordinamento territoriale dell’Rmi, con funzioni di accompagnamento e la predisposizione di servizi comuni, secondo il disegno tracciato dalla legge di riforma dell’assistenza (328 del 2000). Questo ente, invece, tranne lodevoli ma sparute eccezioni, non ha avuto alcun ruolo nella sperimentazione e l’Rmi è stato gestito a livello comunale, determinando modelli attuativi diversi anche a distanza di pochi chilometri che hanno inficiato il senso generale della misura.

C’è stato, poi, un effetto non previsto, di cui gli stessi valutatori hanno percepito l’urgenza solo indirettamente dalle richieste avanzate dai Comuni di coinvolgimento di altri livelli dello Stato per controlli più severi sugli aventi diritto. Si è riscontrato, cioè, un sostanziale rigetto da parte delle comunità coinvolte nella sperimentazione di uno strumento che anziché accrescere la coesione sociale la rendeva più fragile, innescando meccanismi di recriminazione che negavano la legittimità di un’erogazione monetaria a favore di un target considerato non meritevole perché accertato sulla base di indicatori non verificabili. Non a caso la Regione Basilicata, per controllare l’ammissibilità delle domande ha previsto nel proprio programma biennale sulla cittadinanza solidale, insieme con un sussidio monetario modellato sull’Rmi, la creazione di Comitati locali di garanzia sociale, composti da rappresentanti delle amministrazioni pubbliche ma anche di organizzazioni sociali e produttive. Dunque, sul reddito minimo di inserimento, sull’idea che se ne sono fatta larghi settori parlamentari e della stessa sinistra probabilmente hanno finito col pesare, e molto, i giudizi sulla sua opportunità morale e sulla sua efficacia sociale. Un giudizio o, forse meglio, un pregiudizio poggiato su un atteggiamento culturale ostile nei confronti di un istituto di welfare in cui la parte legata all’erogazione monetaria è parsa a troppi più un sussidio tradizionale che, come era invece nelle intenzioni del legislatore, un semplice elemento dello scambio, del patto civico tra assistito e comunità.

L’insieme di queste ragioni ha inondato di detriti il campo di battaglia di coloro che avrebbero dovuto far propria la rivendicazione dell’istituzione dell’Rmi e ha reso incerta la loro convinzione sulla bontà dell’iniziativa, che ne è uscita così compromessa. Capitolo chiuso, allora? Certamente no, se si pensa che la necessità di una misura come l’Rmi è dettata proprio dalla scarsa efficacia degli altri strumenti fin qui adottati. Probabilmente, però, occorrerà riproporla con aggiustamenti anche profondi che prendano atto delle cose che non hanno funzionato e del tipo di obiezioni morali e culturali che l’Rmi ha sollevato. Gli esperti sono concordi sulla necessità di cambiamenti. Alcuni mettono l’accento su modifiche gestionali (per esempio, un’applicazione a livello distrettuale, suggerisce Ranci Ortigosa). Altri sono più radicali e propongono di riscrivere il target dei beneficiari per restituire all’istituto, attraverso questa operazione di riequilibratura, una nuova e visibile legittimità. In questo senso Sacchi sollecita come nuovi potenziali fruitori dell’Rmi le famiglie povere con minori, visto che tutte le indagini chiariscono che negli ultimi anni è diminuita l’incidenza della povertà nelle famiglie anziane ed è invece aumentata quella nei nuclei familiari con bambini. Si tratterebbe, ammette Sacchi, di un ritorno a una certa forma di categorialità seppure “saggia”, ma servirebbe a superare “una falla macroscopica del sistema di protezione sociale italiano” e assicurerebbe all’Rmi una nuova e più condivisa mission, quella di porre i minori al centro delle politiche sociali favorendo il loro sviluppo cognitivo e la loro istruzione. È difficile che, di fronte a un intervento teso a stimolare le capacità più che a risarcire deficienze e impotenze, si trovi ancora qualcuno disposto a considerare l’Rmi un azzardo morale o un sussidio mascherato che fomenta la tensione più che favorire la coesione sociale. E allora, forse, la sinistra ritroverà la convinzione per riprendere la sua giusta battaglia perchè questo istituto di welfare sia posto al centro della strategia di lotta alla povertà del Duemila.

(www.rassegna.itIl Mese di Rassegna sindacale, gennaio 2007)

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