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Premessa
Il Partito Democratico deve essere un grande partito del lavoro e
rappresentare politicamente il valore del lavoro in quanto massima
espressione della personalità, della creatività, dell’ingegno umano
oltre che della dignità della persona.
Il sistema di valori e i programmi che caratterizzeranno il nuovo
Partito Democratico devono fondarsi su una partecipazione attiva,
ampia, convinta e passionale. La fase costituente deve essere
l’occasione per una aperta e fertile discussione di massa, tesa a
rinnovare i rapporti con la società e le persone, con il sindacato, le
associazioni di impresa e quelle di volontariato. Il processo di
creazione del nuovo soggetto politico deve diventare una grande
occasione per progettare e realizzare una nuova rappresentanza
politica del lavoro, di un nuovo blocco sociale responsabile e
solidale, centrato sul lavoro, sia esso economicamente dipendente,
autonomo, professionale e autoimprenditoriale.
Mettiamo e metteremo sempre al centro della nostra azione le persone.
Per questo pensiamo che il lavoro sia cardine della nostra vita attiva
e delle nostre scelte di autonomia, di realizzazione e di liberazione
dal bisogno e sia valore fondante del partito democratico. Pensiamo ai
lavori al plurale, a quello nella produzione e nei servizi, al lavoro
di cura e a quello volontario, spesso svolti assieme. Ci preoccupiamo
del lavoro che ci assorbe completamente, di quello che manca e si
cerca invano, di quello che si perde senza speranza, diventando troppo
spesso dramma umano e familiare.
Non accettiamo che le donne siano escluse dai livelli dirigenziali e
che perdano lavoro e professionalità se scelgono di avere figli. Non
accettiamo che la maternità, la cura delle malattie, lo svolgimento di
periodi di studio e riqualificazione siano visti come incidenti
deprecabili e non benefici per la società intera e per le imprese,
oltre che per le singole persone e le famiglie. Nessuno deve essere o
sentirsi abbandonato, lasciato indietro. Non accettiamo che cresca il
disagio, che si perda la fiducia, che ci si accontenti, che le
persone, soprattutto le donne e i giovani, si ritirino verso strategie
di sopravvivenza individuali. Sarebbe un tradimento delle politiche
sociali, ma anche delle politiche di sviluppo economico sostenibile e
duraturo, che vanno basate su talenti, qualità e competenze. I
miglioramenti in campo sociale e ambientale sono parte essenziale del
sistema produttivo, finanziario ed economico. Non meno Stato, ma più
servizi, efficienti e accessibili, di qualità e integrati sul
territorio, più protezione e promozione sociale diffusa, più
contrattazione collettiva, più politiche a sostegno della
redistribuzione dei ruoli.
Vogliamo invertire la tendenza: tagliare le convenienze al lavoro nero
e sommerso, mali tra i più profondi del Paese; ridurre le crescenti
disuguaglianze, con strumenti di promozione e con la repressione delle
discriminazioni; garantire sicurezza alle persone che lavorano, strada
maestra per contrastare la precarietà; radicare un sistema formativo
di qualità, per tutto l’arco della vita; intervenire sui tempi, ora
che l’orario di lavoro si prolunga invece di diminuire e che l’orario
ridotto è delle donne, su cui ricade il peso di una conciliazione
sempre più difficile tra lavoro di cura e lavoro per il mercato.
Sono queste le basi per un nuovo patto sociale di cittadinanza, tra i
generi, le generazioni e le genti, scritto sui diritti e sulle
responsabilità, individuali e collettive, che dia risposte alla
incertezza di vivere nel cambiamento. Le persone che lavorano chiedono
dignità e sicurezza.
Non basta un frammento di occupazione qualsiasi. Può capitare, ma non
accettiamo che divenga la forma di lavoro nel tempo. Vogliamo
ricomporre la frammentazione dei lavori, che ha portato alla assurda
moltiplicazione delle tipologie contrattuali, e ricondurli a quelle
più diffuse nei Paesi europei. Vogliamo che ciascun lavoro abbia
regole e tutele, secondo un modello di estensione e modulazione che
tenga conto delle esigenze, affidando ruolo decisivo alle parti
sociali. Democrazia nei luoghi di lavoro, nuove e corrette relazioni
sindacali, partecipazione attiva delle lavoratrici e dei lavoratori,
libertà e diritti sindacali non possono essere considerate parole
vuote.
La legislazione del lavoro è diversa nell’Unione europea e, nostro
obiettivo, è la sua armonizzazione per un modello sociale europeo
inclusivo e solidale, condizione per promuovere i miglioramenti nelle
diverse aree del mondo, con l’introduzione di soglie minime di diritti
fondamentali e senza alcun livellamento verso il basso. Il linguaggio
europeo della piena e buona occupazione non appartiene al libro dei
sogni. Sono molti i Paesi europei che hanno saputo saldare coesione e
sviluppo, tutele e produttività, mobilità sociale. Non pensiamo che
esistano ricette miracolose da importare, ma che occorra progettare
con serietà e autorevolezza, riposizionandoci al cuore del modello
sociale europeo.
I lavori sono cambiati. Occorre interpretar e trovare soluzioni. Le
differenti condizioni di partenza e le diverse aspirazioni e bisogni
impongono innovazione e concretezza, singole risposte dentro a un
quadro complessivo e coordinato di riforme attente ed equilibrate,
sulla base della concertazione e del dialogo sociale e nel rispetto
del riparto di competenze tra Stato e autonomie locali. Le buone
scelte non sono però possibili senza la partecipazione e la fiducia
delle persone, protagonisti riconciliati alla vita associativa e
collettiva.
Noi pensiamo che occorra fornire risposte all’incertezza del vivere
nel cambiamento, derivante anche dai mutamenti su scala mondiale dei
sistemi produttivi e finanziari, e costruire ponti, partendo dalle
conquiste sociali e del lavoro del secolo scorso, non ancora
completate, e si debbano rimettere al centro e prendere sul serio i
principi costituzionali: il lavoro come diritto e come dovere, il
lavoro da tutelare in tutte le sue forme e applicazioni.
Ciascuna e ciascuno di noi ha diritto di progettare la sua vita, di
essere artefice del proprio futuro e della propria realizzazione,
senza subire condizionamenti dalla precarietà della condizione
lavorativa e dalla povertà. E’ giustizia sociale. E’ garantire un
futuro al nostro Paese.
Questi sono gli obiettivi che noi democratici intendiamo mettere al
centro della nostra azione politica. Come? E’ una sfida che richiede
risorse finanziarie e tanta innovazione, non solo normativa, ma anche
culturale e organizzativa. La vinceremo assieme, tenendo la barra
salda.
1. Centralità e valori del lavoro nelle politiche riformiste
• I riformisti ribadiscono il valore centrale del lavoro nell’economia
e nella società secondo le indicazioni costituzionali, e quindi
riaffermano la piena e buona occupazione come obiettivo prioritario
dell’azione riformatrice. Questo obiettivo deve caratterizzare le
politiche del Partito democratico, la cui sollecita costituzione i
riformisti ritengono necessaria per il futuro del paese. Per
perseguire tale obiettivo non bastano politiche isolate; occorre
riconsiderare in un disegno unitario l’intero quadro delle politiche
economiche e sociali del paese alla luce delle radicali trasformazioni
intervenute nel lavoro e nella società rispetto al secolo scorso. Non
bastano piccoli aggiustamenti dell’esistente e neppure delle riforme
passate. Tanto meno possiamo permetterci nostalgie passatiste: serve
un cambio di paradigma economico e sociale, con riforme radicali nelle
regole e nelle politiche del lavoro come nel sistema produttivo e nel
welfare. I valori comuni delle tradizioni riformiste
socialdemocratiche, cattolico-democratica e liberale - solidarietà,
diritti e tutele, sicurezza e la stessa dignità del lavoro - vanno
reinterpretati per contrastare le spinte alla frammentazione dei
lavori, per dare risposta all’incertezze e alle disuguaglianze sociali
indotte dalla concorrenza globale, per ridare senso allo sviluppo e al
lavoro.
• Per questo motivo i riformisti sottolineano l’importanza prioritaria
della crescita; non di una crescita qualsiasi, ma di uno sviluppo
sostenibile e di qualità; perché solo questo permette di ottenere
benessere diffuso e un lavoro di qualità per tutti; il lavoro precario
di oggi è anche prodotto di una economia di bassa qualità, di una
crescita frenata e di imprese fragili.
• La sfida della concorrenza globale, non si può affrontare con
successo puntando sulla riduzione dei costi, in particolare di quelli
del lavoro, ma solo con una politica economica che faccia leva sulla
ricerca, sulla diffusione della conoscenza, sulle risorse dei nostri
territori e sulla coesione sociale.
• Un impegno per la competitività e lo sviluppo è necessario per
costruire su basi solide una politica di sostegno all’occupazione
capace di alzare il tasso di occupazione e di contrastare la carenza
di lavoro di qualità che è una delle debolezze principali del nostro
modello economico e una ingiustizia inaccettabile del nostro sistema
sociale.
• Noi riteniamo che lo sviluppo economico vada conciliato con la
eguaglianza in senso sostanziale e con la sicurezza delle persone così
da essere funzionale allo sviluppo umano: questo è il senso profondo
del modello sociale europeo, cui tutti i riformisti del continente si
devono ispirare.
2. La concertazione come metodo di governo e il sostegno alla
contrattazione collettiva
• Le sfide del cambiamento sociale ed economico si vincono solo
mobilitando su obiettivi comuni di riforma tutte le energie del paese:
delle cittadine e dei cittadini, delle lavoratrici e dei lavoratori,
delle parti sociali e delle istituzioni. Questa convinzione, motiva la
centralità della concertazione come modalità politica per la
trattazione di tutte le questioni sociali e del lavoro. Riteniamo
necessario che, come indicato nel protocollo sociale europeo di
Maastricht, i governi competenti ai vari livelli debbano far precedere
alle loro decisioni in materia sociale una fase di concertazione di
lunghezza adeguata, con tutte le parti sociali interessate e debbono
tener conto delle intese fra queste intercorse nell’attuazione delle
stesse decisioni.
• Gli obiettivi sono più ambiziosi di quelli del passato; non
riguardano solo la politica dei redditi, propria del patto del 1993,
ma anzitutto il rilancio della competitività del paese e quindi della
crescita. A tal fine è urgente che le parti si impegnino a concludere
nei prossimi mesi un patto per la competitività e per lo sviluppo, in
raccordo con la concertazione necessaria per le azioni di riforma del
Governo sui temi del mercato del lavoro, della previdenza e del
welfare. In coerenza con il metodo di concertazione riteniamo
importante che si valorizzi la contrattazione collettiva come
strumento prioritario di regolazione sia dei rapporti di impiego sia
del mercato del lavoro. A tal fine auspichiamo che le parti rivedano
la struttura contrattuale definita dal patto del 1993 per rendere la
contrattazione più adatta a contribuire al miglioramento
dell’occupazione, alla modernizzazione del sistema produttivo e a
garantire più elevati livelli retributivi ai lavoratori. In quest'ambito,
è utile e necessario rilanciare un'azione contrattuale capace di
riconoscere e valorizzare meriti e competenze professionali collettivi
e/o individuali con l'obiettivo di ridare dignità al valore
professionale del lavoro e di riconquistare "autorevolezza
contrattuale" nel definire percorsi di carriera e valorizzazione dei
saperi.
• Un ruolo decisivo spetta alla contrattazione nel regolare le
condizioni di flessibilità affinché questa sia non solo sostenibile ma
anche utile ad entrambe le parti. Bisogna distinguere tra flessibilità
e precarietà. La flessibilità negoziata è la strada per combattere la
precarietà e per migliorare il mercato del lavoro. Occorre in
particolare valorizzare gli aspetti funzionali e interni della
flessibilità: quelli degli orari, della mobilità e dell’arricchimento
professionale, che sono ritenuti prioritari nelle migliori esperienze
europee, coniugando la flessibilità nell’interesse dell’impresa con
quella che interessa i lavoratori. Vogliamo intervenire sul tema dei
tempi e dei lavori, riconoscendo centralità al riequilibrio delle
responsabilità familiari.
• Una regolazione specifica dovrà essere negoziata per il contratto a
termine: 1) per definirne l’uso in conformità all’idea che la forma
normale è il rapporto a tempo indeterminato; 2) per affermare che il
contratto a termine deve rispondere a esigenze temporanee
dell’impresa; 3) contrastare gli abusi, specie nella reiterazione dei
contratti oltre un certo limite temporale.
3. Nuove regole e tutele per i rapporti di lavoro.
• La buona qualità dell’occupazione richiede che tutte le lavoratrici
e tutti i lavoratori siano adeguatamente tutelati nelle varie fasi e
condizioni di lavoro. Per questo un obiettivo fondamentale, stabilito
nel programma del centrosinistra, è di sostenere il lavoro a tempo
indeterminato come forma normale di occupazione. A tal fine la legge
Finanziaria del 2007 ha riconosciuto la riduzione di 3 punti del costo
del lavoro ai datori di lavoro solo per i lavoratori a tempo
indeterminato: così dando un incentivo consistente (senza precedenti)
alla stabilizzazione dei rapporti.
• Una seconda misura nella stessa direzione è di superare le attuali
differenze di costi contributivi fra lavoro subordinato e
collaborazioni o lavoro parasubordinato che hanno favorito uno
sviluppo di tali forme, del tutto anomalo anche rispetto agli altri
paesi, e spesso usate a copertura dei rapporti dipendenti. I tentativi
di ricondurre a normalità il fenomeno delle collaborazioni operando
sulla definizione della fattispecie, come è stato fatto dalla legge
30/2003 con la configurazione di un contratto a progetto (in luogo dei
co.co.co), si sono rilevati inadeguati. D’altra parte non è realistica
la soluzione che propone di superare il problema allargando la
definizione di lavoro subordinato per ricomprendervi anche le nuove
figure di lavoro semi autonomo o economicamente dipendente.
• La strada riformista, seguita in Europa, è di ampliare le tutele e
insieme di adattarle alle caratteristiche dei nuovi tipi di lavoro
compresi quelli che si collocano in un area grigia fra lavoro
dipendente e autonomo. Proponiamo un sistema di tutele che integri
quelle contenute nello statuto dei lavoratori del 1970, secondo le
linee delineate già dall’Ulivo con il ddl denominato Carta dei Diritti
delle lavoratrici e dei lavoratori, che estende alcuni diritti sociali
fondamentali al lavoro economicamente dipendente, individuato sulla
base di una serie di indici (primo fra tutti la monocommittenza). In
questa direzione si è già mossa l’azione di governo che ha esteso ai
contratti a progetto e di collaborazione alcune tutele fondamentali,
normative ed economiche, nei casi di malattia, maternità e infortunio.
L’ambito di queste tutele andrà integrato previo confronto con le
parti sia sul piano dei rapporti di lavoro (ad esempio in tema di
giusto compenso, di preavviso ecc) sia sul piano degli effetti
previdenziali, per garantire anche ai lavoratori intermittenti un
adeguato percorso pensionistico (con contributi figurativi o
equivalenti). Una serie di trattamenti minimi dovranno essere comuni a
tutti i lavoratori. E’ da valutare la possibilità di estendere la
garanzia di standard minimi anche ai compensi, ampiamente sperimentati
in altri paesi.
• Centrale rimane la promozione dei servizi, diffusi, accessibili, di
qualità, strada maestra per consentire alle persone di scegliere senza
ricatti e condizionamenti e di attuare nella realtà il principio della
parità di opportunità. Occorrono politiche che favoriscano il
riequilibrio delle responsabilità familiari e interventi sugli
strumenti che consentono la flessibilità e la riduzione dell’orario di
lavoro tenendo conto delle esigenze delle lavoratrici e dei lavoratori
(part- time, congedi familiari adeguatamente retribuiti, incentivi per
il rientro al lavoro professionale dopo periodi dedicati al lavoro di
cura, compensazione del tempo di cura anche ai fini pensionistici).
• Importante è proiettarsi verso un patto tra generi, generazioni e
genti, che consenta di sostenere l’autonomia dei giovani e la loro
entrata nella vita attiva (prestiti d’onore, crediti per l’avvio di
attività imprenditoriali e professionali), di incrociare attività di
tutoring di coloro che si avvicinano al pensionamento verso i giovani
che entrano nel mercato dei lavori anche mediante forme di part-time.
Una efficace azione per la vecchiaia attiva è necessaria per
contrastare gli effetti negativi dello squilibrio nella popolazione
attiva e per rendere praticabile la flessibilità e l’innalzamento
dell’età pensionabile, in corrispondenza con l’allungamento delle
aspettative di vita.
• Il tema della previdenza va collocato in questa prospettiva ampia di
rilancio dello sviluppo e dell’occupazione. L’obiettivo prioritario
anche ai fini previdenziali è di offrire più opportunità ai lavoratori
di continuare un lavoro accettabile contrastando la tendenza a
espellere prematuramente i lavoratori over 50. I migliori incentivi
all’elevazione dell’età di pensione sono le opportunità di buona
occupazione. Come è scritto nel programma dell’Unione, non si tratta
di fare una nuova riforma, ma di continuare ed aggiornare le norme
della legge Dini del 1995. Rifiutiamo la logica dello “scalone” perché
discrimina ingiustamente fra gruppi di lavoratori. Vogliamo promuovere
l’adeguamento dell’età pensionabile in modo graduale e senza le
ingiuste penalizzazioni della legge Maroni. Motivi di equità
presuppongono inoltre che si prevedano trattamenti differenziati per i
lavoratori usuranti (e precari); e per altro verso che si intervenga a
rivalutare le pensioni in essere, a cominciare da quelle basse. Una
questione particolarmente delicata riguarda la revisione dei
coefficienti di trasformazione per il calcolo della pensione
contributiva, prevista dalla legge Dini per mantenere in equilibrio il
sistema. Le modalità della revisione vanno verificate, come del resto
l’intera materia, in sede di concertazione con le parti sociali, e
vanno valutate le implicazioni nel lungo periodo per evitare che esse
pregiudichino un livello adeguato delle future pensioni. Va
considerato, in particolare, l’impatto del lavoro discontinuo e a
bassa contribuzione sul risultato pensionistico dei giovani che
avranno la pensione calcolata totalmente con il sistema contributivo.
Occorre, a tal fine, prevedere meccanismi di tipo redistributivo
all’interno del sistema pensionistico.
4. La sicurezza sul lavoro
La salute e sicurezza nei luoghi di lavoro è un tema che certifica il
grado di avanzamento civile, sociale, economico e morale di un Paese.
La battaglia sulla sicurezza è quindi una battaglia di civiltà perché
è inaccettabile che si muoia di lavoro. Le priorità di un’efficace
strategia di lotta agli infortuni sul lavoro e alle malattie
professionali sono:
- una grande campagna di diffusione della cultura della sicurezza sul
lavoro, attraverso il potenziamento dell’informazione e della
formazione, l’inserimento della salute e sicurezza nei programmi
scolastici ed universitari, la diffusione di buone pratiche e
un’adeguata attenzione da parte degli organi d’informazione di massa a
partire dalla creazione di un canale digitale sul lavoro;
- la lotta al lavoro sommerso e irregolare, con particolare
riferimento ad alcuni contesti territoriali e sociali, e al lavoro
precario, quali fattori determinanti degli infortuni sul lavoro;
- il riordino della legislazione in materia di salute e sicurezza sul
lavoro, nel rispetto delle disposizioni comunitarie, dell’equilibrio
tra Stato e Regioni e dell’uniformità della tutela sull’intero
territorio nazionale; operazione da compiere attraverso un “testo
unico” – promosso congiuntamente dai Ministeri del lavoro e della
salute – che innovi, semplificandolo, il quadro normativo esistente;
- la valorizzazione degli apporti delle parti sociali e della
bilateralità;
- la chiara ridefinizione dei compiti ispettivi e di prevenzione a
partire da un migliore coordinamento tra le diverse istituzioni,
finalizzato alla massima efficacia ed al potenziamento delle
rispettive attività, realizzato anche attraverso accordi
specificamente mirati alla particolarità del territorio;
- la previsione di misure premiali per le imprese virtuose;
- il potenziamento del ruolo e della tutela dei Rappresentanti dei
Lavoratori per la Sicurezza;
- la riqualificazione dell’INAIL sviluppandone il profilo di ente
preventore rafforzando la sua capacità propositiva e promozionale nei
confronti delle imprese..
5. Le trasformazioni dell’impresa.
• Le politiche riformiste devono farsi carico anche delle metamorfosi
dell’impresa, di cui outsourcing ed esternalizzazioni sono le
manifestazioni più vistose. Queste tendenze non si possono contrastare
ricreando la gabbia della fabbrica fordista né imponendo nuovi
vincoli, che servirebbero solo a ingessare il mercato del lavoro e a
frenare l’innovazione, ma riannodando il filo della responsabilità
verso i lavoratori, in capo al datore beneficiario del lavoro, anche
oltre la dipendenza diretta.
• In questa prospettiva si dovrà: 1) ridefinire, anche alla luce della
recente normativa in materia, regimi di responsabilità e solidarietà
fra committente e appaltatore/o subappaltatori per gli obblighi
inerenti i rapporti utilizzati; 2) stabilire l’obbligo per
l’appaltatore di applicare i contratti collettivi stipulati dai
sindacati comparativamente più rappresentativi; 3) assicurare che nel
trasferimento di ramo d’azienda quest’ultimo configuri effettivamente
un’articolazione funzionalmente autonoma dell’impresa.
• In un economia di mercato le trasformazioni delle imprese sfuggono a
una regolazione diretta ma possono essere condizionate da politiche
economiche e del lavoro che ne orientino le convenienze; ad esempio:
1) rafforzando la qualità e la solidità delle strutture produttive
specie delle PMI; 2) favorendo le trasformazioni di carattere
innovativo a preferenza di quelle motivate da intenti speculativi o di
mero taglio dei costi; 3) promuovendo una equilibrata distribuzione
delle risorse sul territorio e fra settori produttivi; 4) sostenendo
politiche attive del lavoro e della formazione che garantiscano il
miglioramento continuo delle competenze e delle professionalità e che
facilitino la transizione dei lavoratori, garantendo la continuità dei
diritti nella discontinuità dei percorsi; 5) promuovendo comportamenti
socialmente responsabili delle imprese e in particolare introducendo
il piano sociale nell’ambito dei processi di ristrutturazioni
aziendali; 6) valorizzando anche con il sostegno legislativo la
partecipazione dei lavoratori secondo le direttive europee (ad
esempio, il sistema duale) e in generale forme di democrazia
economica.
• I nostri obiettivi di promuovere la crescita e la buona occupazione
implicano anche misure per modernizzare la pubblica amministrazione e
valorizzare il lavoro pubblico. Migliorare la qualità dei servizi
pubblici è decisivo sia per sostenere la crescita dell’economia sia
per rendere effettivamente fruibili a tutti i diritti sociali e di
cittadinanza . A tal fine occorre riprendere e rafforzare le azioni di
riforma avviate negli anni passati secondo le linee indicate nel
memorandum fra Governo e confederazioni sindacali. In particolare è
importante: rendere effettivo l’esercizio della responsabilità della
dirigenza pubblica, e garantire l’autonomia rispetto al potere
politico; potenziare la formazione del personale a tutti i livelli
come leva determinante dell’innovazione e dell’efficienza delle
amministrazioni; rendere effettivamente operanti meccanismi premianti
che valorizzino il merito e la competenza del personale a tutti i
livelli, gestiti da una dirigenza sempre più qualificata e
responsabilizzata, adottare opportuni strumenti di trasparenza e
metodologie che coinvolgano cittadini e utenti rispetto all’efficienza
delle amministrazioni;superare le situazioni di precariato
accumulatesi in questi ultimi anni e regolamentare i provvedimenti di
esternalizzazione; dare impulso alla negoziazione e alla
razionalizzazione delle sedi contrattuali per favorire la funzione di
valorizzazione.
6. Tutele, servizi per l’impiego e formazione per la buona
occupazione.
• La perdita di centralità dell’impresa fordista richiede un
ripensamento degli ambiti e degli strumenti di tutela del lavoro: un
allargamento della regolazione dal singolo rapporto a interventi sul
mercato del lavoro e più in generale alle condizioni del lavoratore
nella società. Ciò implica una innovazione equilibrata che mantenendo
la difesa del posto di lavoro, come condizione di garanzia anche della
dignità delle persone che lavorano (modello “mediterraneo”),
intervenga efficacemente nella tutela delle persone nelle variabili
condizioni della vita e di lavoro (modello nordeuropeo). Si tratta di
integrare le due fondamentali finalità del diritto del lavoro: una
articolata regolazione dei rapporti (atipici e tipici) e interventi di
politica attiva diretti al miglior funzionamento del mercato del
lavoro e a sostenere il lavoro (anche) nella discontinuità dei
tragitti lavorativi.
• Lo stesso concetto di tutela deve essere ripensato sostanziandosi
non solo in protezioni normative statiche, ma in un insieme di servizi
che ne arricchiscano il contenuto e ne permettano l’effettiva
fruizione.
• Nel contesto italiano la priorità è di promuovere un maggior livello
di efficienza e di accessibilità dei servizi pubblici superando le
debolezze e le disuguaglianze di funzionalità fra i vari territori
(perché i servizi sono più carenti proprio nelle aree del Mezzogiorno
dove sono più urgenti). A tal fine è necessario un sostegno e un
coordinamento nazionale delle iniziative territoriali al fine di
rendere più efficaci le stesse politiche delle regioni e delle
autonomie locali, in particolare per garantire standard minimi comuni
su tutto il territorio nazionale, a cominciare dai criteri di
accreditamento dei centri pubblici e privati.
• La formazione deve essere affermata quale diritto-dovere
fondamentale nella società della conoscenza. Occorre potenziare
l’istruzione di base e l’obbligo formativo fino ai 18 anni.
Innovazioni radicali sono necessarie per le attività di formazione
professionale ai vari stadi: dall’apprendistato alla formazione
continua. Vogliamo che l’apprendistato sia: 1) il canale unico di
accesso al lavoro dai 16 ai 18 anni; 2) che sia arricchito nei
contenuti formativi e nelle competenze dei formatori, con un
innalzamento della qualità dell’offerta di formazione regionale
esterna all’azienda; 3) che siano definite più precisamente le
rispettive responsabilità e competenze di stato, regioni e parti
sociali, lo Stato dovendo stabilire gli standard minimi lasciando agli
altri due attori la scelta dei profili formativi; 4) correlando gli
incentivi economici alla formazione formale effettivamente svolta.
• La formazione continua e permanente devono essere potenziate e
garantite a tutte le lavoratrici e a tutti i lavoratori fino all’età
anziana per arrivare ai livelli stabiliti dall’UE.
• Va sancito, anche nel rapporto di lavoro, il diritto individuale
alla formazione che deve essere sostenuto con incentivi specifici agli
interessati, lavoratori e imprese, per finalizzare meglio gli
interventi e rompere le logiche autoreferenziali delle offerte
formative.
• L’offerta del sistema va qualificata con interventi volti ad
assicurare, secondo regole comuni su tutto il territorio nazionale, un
sistema di certificazione delle competenze e norme più rigorose di
accreditamento dei soggetti pubblici e privati che erogano la
formazione;
• Va infine affrontata con decisione la questione del reperimento di
risorse nazionali per il finanziamento dell’attività di formazione
professionale, superando l’attuale situazione che vede il sistema di
formazione professionale del nostro paese largamente dipendente dalle
risorse comunitarie.
7. Una rete di sicurezza per lavoratori e imprese
• Una priorità dell’azione di governo è di istituire una rete di
sicurezza e di tutele attive universali a disposizione di tutti i
lavoratori. Questa riforma, da troppo tempo rinviata è necessaria per
rendere sostenibile la flessibilità e per combattere l’insicurezza e i
rischi di precarietà presenti nel mercato del lavoro. Nel contempo
serve a facilitare i processi di riorganizzazione produttiva
ricorrenti nell’attuale sistema, rendendo non traumatici i percorsi di
mobilità dei lavoratori. Intendiamo riprendere le linee principali
della riforma, contenute nelle proposte dell’Ulivo in continuità con
le indicazioni della Commissioni Onofri del 1997 aggiornandole sulla
base di un confronto con le parti sociali, riteniamo fondamentali i
seguenti principi:
- Definizione di una prestazione economica di ammontare unitario e
universale (per tutti i lavoratori e per tutte le imprese) nei casi di
disoccupazione e di sospensione dell’attività, prevedendone una durata
definita, con una modulazione decrescente nel tempo, da riconoscere,
con adeguate forme, anche ai lavoratori discontinui;
- Sostegno a forme integrative di sostegno del reddito concordate fra
le parti sociali, anche per il tramite degli enti bilaterali, secondo
le migliori esperienze già in atto, agevolate sul piano
contributivo/fiscale;
- Sostegno alla continuità dei percorsi pensionistici dei lavoratori
discontinui (con contributi figurativi e simili) e alla totalizzazione
dei contributi maturati in diverse posizioni di lavoro;
- Valorizzazione della rete di sicurezza non solo come strumento di
protezione ma come stimolo all’inserimento e al reinserimento al
lavoro. A tal fine le prestazioni economiche previste per i casi di
disoccupazione/sospensione vanno effettivamente condizionate alla
disponibilità effettiva dei lavoratori interessati ad accettare
offerte di formazione e di occupazione proposte dai servizi
all’impiego. Condizioni precise al riguardo vanno fissate in un patto
di servizio fra lavoratori beneficiari del servizio e addetti dei
servizi all’impiego con responsabilità reciproche definite. A tal fine
vanno attrezzati efficacemente i servizi per l’impiego per valorizzare
l’integrazione tra politiche attive e politiche passive. Le indennità
dovranno essere erogate solo in seguito a periodiche conferme e
accertamenti dell’effettivo adempimento degli obblighi contenuti nel
patto di servizio;
- L’estensione della rete di sicurezza, deve realizzare non solo un
sistema di tutele per i lavoratori, ma uno strumento di
stabilizzazione delle imprese, in particolare alle PMI: in assenza di
ammortizzatori le crisi di mercato e le ristrutturazioni colpiscono
insieme aziende e dipendenti.
- Una stabilizzazione del mercato del lavoro richiede che alla rete di
sicurezza per i dipendenti si aggiungano misure di sostegno del lavoro
autonomo e delle varie forme di auto imprenditorialità, finora poco
considerate sia dalle politiche del lavoro che sia dalle politiche
industriali: misure di formazione e di qualificazione professionale,
interventi di credito agevolato, di aiuto alla capitalizzazione e alla
aggregazione per favorire l’accesso ai servizi (tecnologie, export
ecc), fino a vere e proprie assicurazioni per fronteggiare momenti di
difficoltà economiche.
8. Politiche specifiche che tengano conto delle differenze
• L’obiettivo della piena e buona occupazione richiede, oltre a misure
generali di regolazione anche una serie di politiche attive e di
incentivazione, correlate alle condizioni specifiche dei singoli
beneficiari e alle situazioni del mercato del lavoro. Tutte le
esperienze confermano la necessità di operare queste differenziazioni
per ottenere risultati concreti e non sprecare risorse. L’insieme di
queste politiche dovrà attuarsi con interventi condivisi dalle
istituzioni nazionali e dalle autonomie regionali nell’ambito delle
rispettive competenze.
• Sul piano degli incentivi vanno eliminati gli incentivi inutili e và
superata la frammentazione degli interventi esistenti che comporta
sovrapposizioni e sprechi di risorse, operandone una drastica
semplificazione e puntando ad una loro configurazione unitaria, come
si è attuato con la riduzione del cuneo fiscale. Sostegni specifici
vanno previsti nelle aree deboli, in particolare del mezzogiorno, in
forma automatica secondo il modello del credito d’imposta da
coordinarsi con politiche di rilancio dello sviluppo in quelle
regioni.
• Politiche e incentivi specifici vanno finalizzati ad aumentare le
opportunità di lavoro dei gruppi sottorappresentati nel mercato del
lavoro, che sono i giovani, le donne e gli anziani, e in genere le
persone che vivono nel mezzogiorno. Alzare il tasso di occupazione di
questi gruppi è non solo giusto in sé, ma essenziale per rendere
sostenibili gli oneri del welfare: delle pensioni, della sanità,
dell’assistenza.
9. Lotta al lavoro sommerso
• Uno sforzo eccezionale e politiche specifiche sono infine richiesti
per contrastare la piaga del lavoro nero che appesantisce il nostro
mercato del lavoro e costituisce la peggior forma di negazione dei
diritti dei lavoratori. A tale obiettivo và indirizzato un complesso
di strumenti convergenti, in parte gia avviati, sia di incentivo sia
di controllo e sanzionatori:
- sostegni finanziari e di servizio alle imprese che intraprendono
percorsi di emersione;
- accertamenti sistematici sulle dimensioni occupazionali e sui ricavi
delle aziende con tecniche presuntive e con indici di conformità quali
utilizzati dagli studi di settore;
- verifiche specifiche sul rispetto degli standard lavorativi nel
sistema di appalti e subappalti e sulla regolarità delle imprese
corporative;
- sanzioni rafforzate per le situazioni irregolari;
- azioni di contesto per ripristinare la legalità ambientale, che è
determinante per la regolarità del lavoro;
- semplificazione delle procedure burocratiche per le attività di
impresa, con aiuti personalizzati, in particolare alle piccole imprese
in via di regolarizzazione.
10. Progressività delle misure in un disegno unitario
• Le politiche presentate in questo manifesto richiedono di essere
attuate progressivamente nel tempo, come tutte le vere azioni
riformatrici; ma rispondono ad un obiettivo unitario consistente nella
promozione della piena e buona occupazione come strumento fondamentale
di sviluppo economico e umano. Esse sono coerenti con la strategia
comunitaria che vuol mettere l’Europa in grado di competere a livelli
di eccellenza nel contesto globale, offrendo a tutti i suoi cittadini
le opportunità della società della conoscenza e occasioni di benessere
stabili e distribuite equamente.
• La definizione e l’attuazione delle tappe di questo percorso
riformatore sono possibili solo con l’impegno congiunto delle
istituzioni pubbliche, nazionali e territoriali, delle parti sociali e
delle organizzazioni della società civile in una logica di
concertazione costruttiva e continua. In tal modo le politiche del
lavoro non solo contribuiscono al benessere economico e personale , ma
diventano strumento di coesione sociale, coesione che costituisce,
essa stessa, un bene prezioso per il progresso e l’equilibrio del
paese.
• Le nostre proposte, che si ispirano alle migliori pratiche europee,
sono rivolte a tutti i lavoratori, tipici e atipici, subordinati e
autonomi. Vanno coordinate con le politiche economiche di sviluppo e
riguardano tutti gli aspetti delle politiche del lavoro e di welfare:
- la valorizzazione della contrattazione collettiva come fonte
primaria di regolazione del lavoro e della flessibilità;
- Un sistema modulato di tutele e diritti per i lavoratori nelle
diverse fasi della vita e di lavoro, nel rapporto e nel mercato del
lavoro,
- Una formazione di base per tutti i giovani integrata da una
formazione professionale che accompagni cittadini e lavoratori nel
corso della vita, per arricchire le conoscenze e sostenere l’occupabilità;
- Un sistema di servizi di accompagnamento al lavoro e di incentivi
orientati all’occupazione dei vari soggetti e allo sviluppo delle
diverse aree del paese;
- Un sistema di tutele del reddito che accompagni le lavoratrici e i
lavoratori, specie i più esposti a rischi di precarietà, nelle
transizioni proprie dell’attuale mercato del lavoro e che si colleghi
ai servizi dell’impiego e alla formazione continua con l’obiettivo di
attivare tutte le possibilità di impiego e reimpiego;
- Un sistema pensionistico che garantisca tutele economiche eque e
sostenibili per tutti i lavoratori, e che sia funzionale a un insieme
più ampio di politiche per la vecchiaia attiva;
- Una giustizia del lavoro meno costosa, più efficiente e veloce;
- Un sistema di relazioni collettive di lavoro che promuova la
partecipazione delle lavoratrici e dei lavoratori nell’impresa e
nell’economia.
Una moderna visione del lavoro riconosce pari dignità al lavoro
autonomo, alle professioni, a creare impresa, sostenendo con
politiche, risorse, strumenti chi sceglie di intraprendere , investire
su di sé, rischiare in proprio, valorizzare la propria autonomia
professionale. E il mondo delle imprese –le grandi e medie, come il
ricchissimo tessuto di piccole aziende- devono essere protagonisti
decisivi nel processo di modernizzazione e di crescita dell’Italia.
Così come un partito del lavoro ha tra i suoi compiti la
valorizzazione delle forme di impresa sociale, cooperativa e no profit. |