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Luca lavora in un grande policlinico romano da tre
anni. Ha sempre avuto contratti precari, ma nell’ultimo anno non ha
avuto neanche quello. Il suo stipendio - sempre uguale a se stesso -
continua a essere versato sul suo conto in banca, ma di accordi
scritti neanche l’ombra. Si innervosisce quando parla del lavoro, poi
interviene la fidanzata – futura moglie, dato che l’anno prossimo si
sposeranno – e ci confida: “Speriamo bene, in fondo sembrerebbe un
tacito accordo.” I taciti accordi, però, sono molti: “In
amministrazione – spiega Luca – saremo almeno una trentina senza
contratto firmato.”
La sanità è uno dei settori pubblici che risente di più della
precarizzazione.
Quando telefoniamo alla Funzione pubblica, in Cgil, ci dicono di
partire da lì o dagli enti locali se vogliamo farci un’idea della
situazione. In effetti, secondo gli ultimi dati Eurispes, “le Regioni,
le Autonomie locali e il Servizio Sanitario Nazionale sono i settori
che fanno maggiormente ricorso all’assunzione di personale a tempo
determinato”. Ne abbiamo chiesto il perché a Michele Gentile,
coordinatore del dipartimento settori pubblici della CGIL, con cui
abbiamo discusso del precariato pubblico e che ci ha spiegato che
“oltre al fatto che sanità ed enti locali sono i settori più grandi, i
vincoli determinati dal blocco delle assunzioni hanno fatto sì che
l’unica possibilità per coprire i posti fosse quella offerta dai
contratti a tempo determinato”.
Gli ultimi dati disponibili sul settore pubblico nel suo complesso
risalgono al 2005 e sono stati elaborati all’inizio di quest’anno
dalla Ragioneria generale dello Stato: si parla di più di mezzo
milione di lavoratori precari – che rappresentano un nono del totale
della forza lavoro atipica, 4 milioni e mezzo di persone. Tra il 2001
e il 2005 la precarietà nell’amministrazione pubblica è cresciuta del
26%.
Dopo gli accordi, le intese sindacali, le tante proteste che si sono
succedute negli ultimi anni, la finanziaria 2008 in via di
approvazione prevede – previa selezione -
l’assunzione
di una parte dei precari del settore che hanno lavorato per
almeno tre anni tra il settembre 2002 e il settembre 2007. Cosa
succederà a chi entrerà nella pubblica amministrazione in futuro?
Secondo Gentile “in linea teorica, la nuova finanziaria bloccherebbe
la possibilità di assumere con contratto a tempo determinato, tranne
in alcuni casi specifici come le sostituzioni o i lavori stagionali”,
limitando così la crescita del precariato pubblico.
Intanto le informazioni che si ricavano dal Rapporto 2007 pubblicato
dall’Isfol non sono rassicuranti. L’indagine delinea, ad esempio, un
quadro del lavoro femminile quanto meno sconcertante: una donna su
quattro ha un contratto a termine, le donne vengono retribuite meno
(circa il 25% in meno rispetto ai colleghi uomini), e il 58,6% delle
lavoratrici intervistate dichiara di non aver mai cambiato occupazione
nel corso della propria vita professionale. Nel settore pubblico si
registra un’alta percentuale di lavoratrici con picchi superiori
rispettivamente al 60% e al 75% nel servizio sanitario e nella scuola;
per loro i contratti atipici potrebbero dimostrarsi una trappola. “È
chiaro – ci spiega Gentile – che, come dimostrano anche i dati più
generali, l’occupazione femminile è il punto più debole del nostro
mercato del lavoro. Ovviamente nella pubblica amministrazione, dove le
donne sono di più, è facile che tra loro sia maggiore anche
l’incidenza del lavoro flessibile.”
Altre trappole. Secondo gli ultimi dati pubblicati dal Censis nel
Rapporto
2007, il vero problema del lavoro precario – nella pubblica
amministrazione e altrove – è rappresentato dal fatto che “la maggior
parte dei lavoratori flessibili resta immobile nella propria
condizione; quando non rischia di perdere il posto di lavoro: evento
che, nel 2006, ha interessato il 12,4% dei giovani con contratto a
termine e il 12% dei collaboratori a progetto o occasionali.” Gentile
racconta che “nella realtà della pubblica amministrazione sempre più
spesso i contratti a tempo determinato hanno una durata che va molto
al di là di quanto previsto dalle norme europee. Tra l’altro, in
presenza di una violazione, nel settore pubblico non si ha diritto
alla trasformazione in contratto a tempo indeterminato, il che
comporta molti abusi. L’assenza di sanzioni spinge i rapporti di
lavoro flessibili a durare nel tempo. Dopo tre anni di blocco delle
assunzioni, nell’ultimo periodo si è iniziato – seppure molto
parzialmente – a sbloccare i possibili turn over. Ma, effettivamente,
l’allungamento dei tempi è talmente forte che è possibile che si
verifichino delle uscite dal mercato del lavoro”.
Seguendo il consiglio della Funzione Pubblica siamo partiti dal
servizio sanitario. Con la sanità vogliamo concludere. Se si digitano
su Google le parole “precari + sanità” escono più di un milione di
pagine web. Qualcuna colpisce per le storie che racconta, come il blog
precarinews che pubblica una lettera scritta, qualche mese fa, da un
gruppo di dipendenti precari di una Asl pugliese: “Siamo precari da
più di 10 anni perché chi di dovere non è stato in grado di fare alcun
concorso; non abbiamo diritto ad alcuno scatto di anzianità; siamo
psicologicamente ricattabili; siamo precari che non producono nulla,
fantasmi che non meritano niente; siamo fastidiosi perché troppo
numerosi”. Il senso di solitudine e il timore di essere esposti al
rischio di perdere il lavoro è comune tra i precari pubblici e
privati. Il sindacato ha sempre rappresentato un punto di riferimento
forte per il movimento dei lavoratori, ma c’è il rischio che la
crescita della precarizzazione indebolisca questo legame ed “è anche
per questa ragione – conclude Gentile - che ci battiamo per la
stabilizzazione dei precari, vogliamo evitare che l’accesso alla
pubblica amministrazione risulti un’area grigia dove contano le reti
informali, le conoscenze e le parentele, dove non c’è trasparenza,
piuttosto vogliamo difendere i lavoratori precari, garantire una
selezione equa e la possibilità di essere assunti”.
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