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Sanny è una bella ragazza, ha 22 anni, occhi
nocciola scuri e capelli ricci e da due anni fa la commessa in un
negozio d’abbigliamento nel centro di Messina. Abita con la sua
famiglia in uno dei tanti quartieri semiperiferici della città, sorti
tra gli anni sessanta e settanta, case su case, ammassate l’una
addosso all’altra, senza un ordine preciso, né vincoli urbanistici. Al
mattino, quando esce di casa alle 7 e mezzo, che non si sa mai quando
passa l’autobus, perché i mezzi pubblici a Messina sono una lotteria e
se piove c’è il rischio che salti addirittura la corsa e il capo è
stato chiaro: “Se arrivi dopo le 8 e mezzo te ne vai”, si guarda
intorno e si sente fortunata. Lavora in pieno centro, in un bel posto,
la moquette a terra, le pareti color panna, abiti costosi negli stand
e clienti di classe. “La settimana scorsa è venuta pure la moglie del
sindaco a comprarsi un abito per un matrimonio”, rivela.
Sanny in realtà non si chiama così. Da piccola aveva deciso che la sua
vita sarebbe stata diversa da quella della nonna e anche di sua mamma,
che non hanno mai lavorato fuori casa, non hanno finito le scuole e si
sono accontentate di crescere i figli e badare al marito. E così, a 12
anni, ha deciso di farsi chiamare Sanny, che suona bene, sembra
proprio americano, e poi in inglese sunny ha un bel significato, vuol
dire allegro, gioioso, felice. E lei vuole davvero esserlo, felice.
Dopo il diploma era indecisa se iscriversi all’università o cercare
subito un lavoro, ma, al tempo, sua sorella era laureata ormai da 4
anni e tranne qualche impiego temporaneo nei call centernon aveva
ancora trovato un lavoro decente, e le aveva sentito ripetere talmente
tante volte la solita storia “serve esperienza non pezzi di carta”,
che alla fine ha deciso di cercarsi subito un lavoro.
Anche lei ha lavorato in un call center, 15 euro al giorno, le
attenzioni fastidiose del responsabile e alla scadenza del contratto
hanno chiamato un’altra al suo posto. Poi in un bar dove a pranzo gli
impiegati della zona vanno a mangiare e dove un cliente abituale un
giorno le ha proposto di fare la commessa in una delle sue boutique.
“Sette tra Messina e le due città più importanti della provincia, e il
lavoro – le ha spiegato – non manca mai. Sei carina, sei spigliata,
parli bene e si vede che hai voglia di lavorare. Ti troverai
sicuramente meglio che a servire panini. Quanto ti danno qui? Cinque,
seicento euro? Da me inizi con 850, poi se va tutto bene il prossimo
anno te ne do mille. E puoi fare carriera e diventare responsabile di
negozio”. Si è solo dimenticato di dirle che insieme al contratto di
lavoro avrebbe dovuto firmare un’altra carta con le proprie
dimissioni, in bianco.
Quando Sanny ha letto quel foglio ha pensato di sbatterglielo in
faccia. Dimissioni in bianco: sua sorella gliene aveva parlato, le
avevano fatte firmare anche lei, una volta. Sottomissione assoluta,
non si può rispondere, non si può reagire, non si può fare nulla, se
no si viene dimessi. Subito dopo però ha ripensato al bar e al call
center, ai clienti affamati e impazienti a ora di pranzo e al mal di
testa, ore e ore al telefono a farsi trattare male dalla gente. E poi
ha fatto due conti, dai 350 euro del call center e i 500 del bar la
differenza è tanta. Quante cose si possono fare con 850 euro? Lui, il
padrone, lo ha capito, anche se lei non gli ha detto niente, e infatti
ha spiegato: “Se ti dai malata per una settimana o se rimani incinta,
mi metti nei guai. Così stiamo più tranquilli, tutti”. Sanny quel
contratto e quel pezzo di carta li ha firmati e come lei lo hanno
fatto le sue colleghe e gran parte delle ragazze che lavorano nei
negozi vicino al suo.
Qualche settimana fa, però, ha sentito alla radio di una nuova legge
che rende illegali le dimissioni in bianco: così nella pausa pranzo è
andata nella sede della Cgil, dove suo padre va quando ha problemi con
il lavoro, a chiedere informazioni. Lì le hanno spiegato che il 25
settembre scorso è stato approvato definitivamente un disegno di legge
che introduce regole ferree per le dimissioni volontarie, che adesso
vanno formulate non su un pezzo di carta qualsiasi, ma su un modulo
apposito con un codice progressivo e una validità di soli 15 giorni.
Sanny ha sorriso. Forse il mobbingnon è ancora un reato, ma se
domattina piove e l’autobus salta la sua corsa nessuno potrà più
dimettermi. |