SPECIALE, 50 anni dalla scomparsa del leader sindacale

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Giuseppe Di Vittorio, 1957-2007

Cinquant'anni fa moriva Giuseppe Di Vittorio.
Il dirigente sindacale più importante nella storia d'Italia, il bracciante pugliese che si era affrancato dalla povertà, che aveva combattuto gli agrari del latifondo, poi i fascisti, quindi costretto all'esilio, poi in Spagna al fianco dei democratici, e di nuovo in Italia nella Resistenza e nella ricostruzione (del paese e della Cgil, da segretario generale), si spegneva in un albergo di Lecco il 3 novembre del 1957. La sua vita fu un'epopea: la ripercorrono i Cenni biografici che proponiamo a seguire. Di Vittorio è stato il segretario della rinascita del sindacato dopo il fascismo. I princìpi che accompagnarono la sua azione sindacale furono il valore sociale e culturale del lavoro; l’autonomia, la democrazia e l’unità furono i suoi obiettivi. Per Di Vittorio il sindacato doveva restare rigorosamente plurale e apartitico, senza per questo venire meno alla propria naturale vocazione politica, incentrata sullo sviluppo della democrazia e sulla difesa della Costituzione repubblicana.

Nei video della colonna a destra un reparto di clip storiche sul sindacalista e la sua epoca, ma anche l'omaggio musicale del compositore Umberto Sangiovanni. Nel cinquantesimo della scomparsa, inoltre, Rassegna Sindacale promuove un'iniziativa importante, pubblicando tre fascicoli sulla vita del grande sindacalista pugliese. I primi due, dedicati alla memoria di Di Vittorio, e illustrati da un reportage fotografico di Mario Dondero, sono opera dello scrittore Angelo Ferracuti. Il terzo è la riedizione del libro di Felice Chilanti, La Vita di Giuseppe Di Vittorio.

La Fondazione Di Vittorio, infine, ha sollecitato una serie di manifestazioni a cominciare dalla proiezione del documentario di Carlo Lizzani, "Giuseppe Di Vittorio. Voci di ieri e oggi" (Guarda il trailer), e proseguendo poi con numerosi convegni e incontri sia nel 2007, sia nel 2008: qui la lista completa delle iniziative.

a cura di Davide Orecchio

 

CENNI BIOGRAFICI
di Giovanni Rispoli

Il lavoro senza diritti Di Vittorio lo scopre sulla sua pelle quando, a soli sette anni – è nato a Cerignola, in Puglia, l’11 agosto 1892 –, a causa della morte del padre – Michele, la madre si chiama Rosa Errico –  è costretto ad abbandonare la scuola per la “fatica” nelle campagne arse del Tavoliere.

Sindacalista rivoluzionario
La lega bracciantile di Cerignola ne sperimenta subito la straordinaria capacità comunicativa. Nella “Puglia rossa” l’asprezza dei conflitti spinge il movimento verso il sindacalismo rivoluzionario. È in questa direzione che Di Vittorio pilota il circolo giovanile socialista, fondato nel 1909. La sua militanza nelle file del sindacalismo, tuttavia, non ha mai il carattere della rottura. Nel 1912 la Cgdl subisce la scissione dell’Usi. Di Vittorio, che nel ’13 diventa segretario della Camera del lavoro di Minervino Murge, pur aderendo alla nuova organizzazione, fa sempre prevalere la linea dell’unità. Nel 1914, ricercato dopo la “settimana rossa”, ripara a Lugano – il suo “liceo”, dirà in seguito, perché qui riesce finalmente a dedicarsi allo studio –.  L’esplosione del primo conflitto mondiale lo vede schierato con l’interventismo democratico. Arruolato nei bersaglieri, ferito, a causa delle sue convinzioni e dopo vari spostamenti, viene relegato a Porto Bardia, estremo confine orientale della Libia.

Contro il fascismo
Rientrato in Italia nell’agosto ’19, il 31 dicembre sposa Carolina Morra. Il 16 ottobre del 1920 nasce la prima figlia, Baldina. Siamo in pieno “biennio rosso”. Sullo sfondo il mito della rivoluzione sovietica del ’17, l’Italia è attraversata da un’ondata di conflitti senza precedenti. Ma la spinta che viene dal basso non trova nessuno sbocco politico. Il fascismo esce dal guscio: a partire dai primi mesi del 1921 la sua offensiva, che in Puglia presenta il volto feroce dello squadrismo agrario, diviene incalzante e in meno di due anni – con la marcia su Roma, il 28 ottobre 1922 – Mussolini è al potere.

Nell’aprile ’21 Di Vittorio, ormai popolarissimo, è arrestato e rinchiuso nel carcere di Lucera, che ha già conosciuto nel 1911. La candidatura offertagli dal Psi è l’occasione per tornare libero, le elezioni del 15 maggio lo portano in parlamento. Nei mesi successivi è alla guida della Camera del lavoro sindacalista di Bari.

La situazione va precipitando. Il 1° agosto 1922 l’Alleanza del lavoro promuove uno sciopero in difesa della legalità – lo “sciopero legalitario”, appunto –. Poche le realtà in cui ha successo. Tra queste il capoluogo pugliese, dove Di Vittorio mobilita un ampio schieramento di forze che darà scacco agli squadristi per mesi, impedendo loro di prendere la Camera del lavoro e Bari vecchia. Il 21 ottobre, nel pieno dello scontro con i fascisti, nasce il secondo figlio, Vindice.

Si allontana dal sindacalismo rivoluzionario. Dopo una breve esperienza nel Psi, nel 1924 entra nel partito comunista.

Il fascismo si consolida e, superata la breve crisi che segue il delitto Matteotti, nell’estate del 1924, si avvia verso la trasformazione in regime. Nel giro di un anno, tra il settembre ’25 e il settembre ’26, Di Vittorio viene rinchiuso tre volte nel carcere romano di Regina Coeli; poi, in dicembre, dopo le leggi eccezionali che dànno corpo alla dittatura di Mussolini, comincia l’esilio in Francia. Il Tribunale speciale lo ha condannato in contumacia a dodici anni. La famiglia lo raggiunge poco dopo.

Nell’emigrazione
Arrivato a Parigi è incaricato del lavoro politico tra gli emigrati italiani. Espulso nell’agosto del ’27, ripara prima in Belgio e poi a Mosca. Qui lavora al Krestintern, l’Internazionale contadina. Rientrato in Fancia nel ’30, “Nicoletti” – questo il suo nome nell’esilio – è incaricato di dirigere la Cgl clandestina creata nel 1927 a Milano dai comunisti. L’anno successivo, con il IV Congresso del Pcd’I, a Colonia, entra nel gruppo dirigente del partito. Nel periodo dell’emigrazione la breve stagione dei Fronti popolari è sicuramente la più felice. Il 12 marzo 1935, questa appena agli inizi, è colpito però da un evento assai doloroso: la morte della moglie, minata nella salute dalle fatiche degli anni precedenti.

La Spagna
Commissario politico della XI Brigata internazionale, è in Spagna già nelle prime settimane della guerra civile (1936-1939). Nel febbraio ’37 deve ritornare in Francia. Ma tra i combattenti repubblicani la sua straordinaria umanità lo ha reso uno dei capi più amati. In ottobre assume a Parigi la direzione del quotidiano La Voce degli italiani. Qui incontra Anita Contini, sua seconda moglie.

Annus horribilis
Pessimo anno, il 1939. Con la caduta di Madrid, alla fine di marzo, Franco diviene padrone della Spagna. L’estate successiva, il 23 agosto, il patto di non aggressione tra Unione Sovietica e Germania – il patto Molotov-Von Ribbentrop, una settimana prima dell’invasione tedesca della Polonia e dell’inizio della seconda guerra mondiale – getta lo scompiglio nelle file dell’antifascismo. Di Vittorio dissente, è escluso dal vertice del Pci.

I tedeschi occupano mezza Europa. Nel giugno 1940 entrano a Parigi mentre a sud – a Vichy – viene insediato un governo collaborazionista. Di Vittorio ritorna nella clandestinità. La figlia Baldina è rinchiusa con altre militanti antifasciste nel campo femminile di Rieucros; Vindice entrerà nel Maquis, la resistenza francese, e sarà ferito gravemente nel ’44.

Il 10 febbraio ’41 è catturato dalla Gestapo. In luglio, tradotto in Italia, viene confinato a Ventotene, dove gli è concesso di coltivare un piccolo pezzo di terra.

Il Patto di Roma
Dopo il 25 luglio del ’43 e la caduta  del fascismo è nominato vicecommissario della confederazione dei lavoratori agricoli. Non ancora riammesso ai vertici del Pci, affianca il responsabile del lavoro sindacale Giovanni Roveda. L’8 settembre e la spaccatura del paese in due – il sud occupato dagli Alleati, il centro e il nord dai tedeschi – dànno una svolta imprevista agli eventi. Con l’arresto di Roveda, in dicembre, è a lui che tocca la trattativa per la costruzione di un nuovo sindacato unitario avviata con il socialista Bruno Buozzi e i democristiani Achille Grandi e Giovanni Gronchi. I punti basilari dell’accordo definitivo, siglato il 4 giugno, vedono prevalere le sue idee: sindacato né unico né obbligatorio ma unitario, indipendente dallo Stato, dai padroni, dai partiti.

“Fondata sul lavoro”
Finita la guerra, la politica di moderazione e perequazione salariale seguita dalla Cgil diviene uno dei fattori decisivi della ricostruzione. Di grande significato, negli stessi anni, il suo apporto alla stesura della carta costituzionale. Il peso che il sociale e il lavoro hanno nel testo – “L’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro”, reciterà com’è noto l’articolo 1 – è merito, fra gli altri, del leader pugliese, relatore alla Costituente sui temi sindacali.

La scissione
Con la morte prematura di Grandi – il suo posto verrà preso prima da Giuseppe Rapelli, poi da Giulio Pastore – la cacciata delle sinistre dal governo, nel maggio ’47, infine la sconfitta del Fronte popolare nelle elezioni politiche del 18 aprile 1948, le divisioni già emerse nel sindacato si fanno insanabili. I nodi vengono al pettine il 14 luglio del ’48: dopo l’attentato a Togliatti e la decisione della Cgil di proclamare lo sciopero generale, i democristiani escono dalla confederazione. Un anno dopo se ne andranno anche repubblicani e socialdemocratici.

Il Piano del lavoro
Di Vittorio fa l’impossibile per lenire la ferita della scissione. Ma il clima è cambiato. La Cgil rischia l’isolamento, comincia l’epoca delle discriminazioni e dei licenziamenti “per rappresaglia”, le forze dell’ordine intervengono spesso in modo sanguinoso in occasione di scioperi e manifestazioni. In questo quadro Di Vittorio avanza una proposta che permette alla Cgil di parlare all’intero paese. È il Piano del lavoro, lanciato al II Congresso di Genova nell’ottobre ’49, illustrato in dettaglio nella conferenza di Roma del febbraio ’50: un insieme di idee concrete – non un espediente per “forzare una situazione di chiusura”, ricorderà Riccardo Lombardi –, che consiste essenzialmente in un progetto di grandi opere infrastrutturali, con l’obiettivo di porre le basi di un nuovo ciclo espansivo, quindi di una crescita dell’occupazione e dei consumi. L’analisi del capitalismo italiano che lo sottende non vede i cambiamenti in atto: il paese sta già imboccando la strada che lo porterà al boom economico di fine decennio. L’espansione, dunque, ci sarà ugualmente. Ma il Piano ha il merito di porre il problema di uno sviluppo che non lasci fuori i ceti e i territori più deboli.

Dello stesso periodo è la proposta –  III Congresso, Napoli, novembre-dicembre 1952 –, di uno Statuto dei diritti dei lavoratori. Proposta che troverà la sua realizzazione molto più avanti, nel 1970.

L’autocritica del ’55
Nel marzo 1955 gli operai della Fiat vanno alle urne per il rinnovo della Commissione interna. La Fiom Cgil subisce una secca sconfitta, la Cisl diviene il primo sindacato. Per anni Di Vittorio e la Cgil hanno sostenuto una politica di rigorosa centralizzazione contrattuale nella convinzione che la contrattazione aziendale esponesse al rischio di divisioni e derive corporative. Una linea che ha impedito al sindacato di elaborare una politica adeguata alle trasformazioni che intanto hanno cambiato il volto dell’industria nazionale. La sconfitta alla Fiat mette a nudo la debolezza di quest’impostazione e Di Vittorio, nel direttivo Cgil del 27-28 aprile, dà il via al processo autocritico, la cosiddetta “svolta”, appunto, “del ’55”: “(…) ci siamo illusi di racchiudere la realtà entro i nostri schemi ma la realtà è stata più forte di noi e il nostro schema è saltato in aria”. Il V Congresso, nel ’60, consacrerà poi in maniera definitiva la politica della contrattazione articolata.

Ma intanto si avvicina un’altra durissima prova.

L’Ungheria
Alla fine del giugno ’56 a Poznan, in Polonia, la polizia reprime sanguinosamente le proteste innescate da uno sciopero operaio. In una dichiarazione a Rassegna Sindacale il leader della Cgil – che dal 1953 è anche presidente della Federazione sindacale mondiale, la Fsm – parla di “malcontento diffuso e profondo nella massa degli operai” e aggiunge che “anche nei paesi socialisti” i sindacati “hanno il compito di difendere energicamente le giuste rivendicazioni dei lavoratori”. Quattro mesi dopo la questione ritorna in maniera ancor più drammatica. Il 23 ottobre tutta Budapest scende in piazza per le riforme e la democratizzazione degli istituti di governo; l’indomani, con l’arrivo dei carri armati sovietici, scoppia la rivolta.

Il 27 ottobre la corrente socialista della Cgil prepara un documento sull’invasione, Di Vittorio lo approva, la confederazione emette un comunicato di condanna dei metodi antidemocratici di governo e sindacati ungheresi e di deplorazione dell’intervento sovietico.

Il Pci è fortemente preoccupato. Si è sparsa la voce che Di Vittorio voglia candidarsi a sostituire Togliatti. Il leader della Cgil la definisce assurda, ma la lettera di dissenso di un nutrito gruppo di intellettuali comunisti (la lettera dei “centouno”) fa esplicito riferimento al comunicato di Corso d’Italia. Il capo della Cgil, messo sotto accusa, esce assai scosso da una riunione della direzione comunista, il 30, e in un comizio a Livorno, il 4 novembre, in coincidenza con il secondo e risolutivo intervento sovietico, fa un passo indietro.

L’ottavo congresso del Pci
La sua battaglia per l’indipendenza del sindacato, tuttavia, non si esaurisce e ottiene un primo, importante riconoscimento nel corso dell’VIII Congresso del Pci, in dicembre, con l’abbandono della teoria del sindacato come “cinghia di trasmissione” del partito. Durante il congresso ritorna anche sui fatti ungheresi per ribadire, coraggiosamente, le sue convinzioni. Uguale coraggio, e capacità di vedere lontano, Di Vittorio mostrerà successivamente sul tema dell’integrazione europea – più duttile del suo partito si era già rivelato nei giudizi sul Piano Marshall, la Cassa per il Mezzogiorno, lo schema Vanoni –. Il processo avviato nel 1957 con i Trattati di Roma viene visto, pur con tanti limiti, come un’opportunità di avanzamento per i lavoratori.

L’epilogo
Il 3 novembre 1957 è a Lecco per un incontro con i quadri della Cgil. Nonostante le incerte condizioni di salute – nel dicembre del 1955 è stato colpito da infarto – e lo stress terribile dei mesi precedenti, non ha saputo dire di no. In albergo viene colto da un malore, nulla può l’intervento dei medici.

I funerali saranno quelli di un grande eroe popolare.  Dichiarazioni sincere, non rituali, verranno anche dai suoi avversari. Passerà molto tempo, però, perché si comprenda che l’ex bracciante di Cerignola è stato anche un politico di grande spessore. Capace, il mondo rigidamente diviso in blocchi contrapposti, di andare oltre il suo tempo.

(www.rassegna.it, 29 ottobre 2007)

VIDEO

Clip biografica

Il film
di Carlo Lizzani

Di Vittorio
e i fatti del '56

La Cgil di
Di Vittorio 1

La Cgil di
Di Vittorio 2

La Cgil di
Di Vittorio 3

Calasole. L'omaggio del jazzista Umberto Sangiovanni

Cerignola.
Una Casa per
Di Vittorio

Di Vittorio
a Fumetti.
Gianni Carino illustra la vita
del sindacalista

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100 anni Cgil

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Lo speciale su Di Vittorio nel sito della Casa

DOCUMENTI

La vita
di Giuseppe
di Vittorio
,
di Felice Chilanti

Chi era
Felice Chilanti

Bibliografia essenziale

L'uomo Di Vittorio.
Articolo
di Fernando Santi, 1952

Il convegno. 1956, il coraggio di Di Vittorio

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