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Da diversi anni (almeno dodici) la Cgil e l’Ires
si occupano di indagare il fenomeno del lavoro minorile, con
l’obiettivo di approfondire la conoscenza della condizione
dell’infanzia e dell’adolescenza nel nostro paese, ma anche di
progettare e realizzare interventi di prevenzione, recupero e
contrasto delle situazioni di marginalità e di rischio sociale per i
bambini e le bambine. Viene pubblicato in questi giorni dall’Ediesse
un nuovo studio, che l’Ires ha condotto in partnership con Save the
Children Italia, che fa il punto sulla situazione e continua
nell’approfondimento e nell’impegno sindacale su questo tema,
attraverso una rilettura delle precedenti ricerche, la realizzazione
di focus qualitativi sul lavoro precoce dei minori stranieri e tramite
la sperimentazione di una metodologia di ricerca partecipata che ha
visto il coinvolgimento diretto dei minori nell’analisi del fenomeno.
Per arrivare al lavoro dei minori migranti la ricerca parte dal lavoro
minorile tout court nel nostro paese. I tratti principali che
caratterizzano le esperienze di lavoro precoce in Italia, sulla base
delle ricerche finora effettuate, e in particolare dell’indagine Ires
del 2005, si possono riunire in tre gruppi: a) nascono nella maggior
parte dei casi come collaborazioni nelle attività e/o nelle imprese di
famiglia e maturano come lavori più impegnativi nella cerchia dei
parenti/amici o presso terzi; b) sono prevalentemente lavori
occasionali oppure stagionali, svolti qualche volta al mese o a
settimana, per qualche ora al giorno; anche se c’è una quota
significativa di minori che, quando lavorano, lo fanno più
intensamente: in modo continuativo e per diverse ore al giorno; c)
sono diffuse spesso tra minori con percorsi scolastici a rischio, in
cui frequenti si riscontrano segnali di dispersione differita, come le
assenze, le bocciature, le difficoltà di apprendimento e così via.
Talvolta diventano esperienze impegnative e sostitutive dei percorsi
formativo-scolastici.
Ma perché dei bambini (o poco più che tali) lavorano? E quali sono le
condizioni che favoriscono (o che ostacolano) questa realtà?
L’indagine dell’Ires ha preso in esame alcuni indicatori per vedere
quali tra essi rappresentino in modo più significativo degli altri dei
fattori di rischio o, viceversa, degli elementi protettivi. Gli
indicatori sono anagrafici (sesso, età e nazionalità), relativi alle
condizioni socioeconomiche del nucleo familiare (famiglia
monogenitoriale o con entrambi i genitori, numero di fratelli/sorelle,
titoli di studio e occupazione dei genitori) e a quelle dei territori
(peso demografico della popolazione, incidenza della popolazione
straniera su quella complessiva, tasso di disoccupazione generale e
femminile, livello del Pil pro capite). Le possibilità di sperimentare
esperienze di lavoro minorile sono più alte tra gli under 15 maschi
piuttosto che femmine e aumentano al crescere dell’età: un
quattordicenne ha più probabilità di lavorare precocemente di un
undicenne. Inoltre i minori stranieri sono più a rischio di quelli
italiani. Hanno maggiori probabilità di essere inseriti precocemente
nel mercato del lavoro gli under 15 che vivono in famiglie
monogenitore e/o con più di un fratello o sorella; un fattore
protettivo, invece, è avere una madre con un titolo di studio elevato:
in questo caso, infatti, diminuiscono le possibilità di fare
esperienze di lavoro minorile.
Considerando alcune macro-caratteristiche socioeconomiche dei
territori di appartenenza, crescono proporzionalmente le possibilità
di lavoro minorile per gli under 15 nel caso in cui risulti elevato il
tasso di disoccupazione della popolazione adulta in generale (e non in
modo specifico delle donne); viceversa tali probabilità tendono a
ridursi nei territori con una ricchezza medio-alta, calcolata in
particolare sulla base del Pil pro capite. “Nella matrice del rischio
di lavoro precoce individuata – spiega Anna Teselli, ricercatrice
dell’Ires –, spiccano alcuni indicatori messi in luce in precedenti
indagini. Da sottolineare, in particolare, la ricorrenza delle
famiglie monogenitore, e quindi anche monoreddito, e di quelle
numerose come condizioni alla base del fenomeno”. Si tratta, in
effetti, di indicatori segnalati da più parti come fattori di rischio
di esclusione sociale per i minori. Tra le novità, invece, c’è da
segnalare la nazionalità come fattore di rischio: essere un minore
immigrato, infatti, fa lievitare le probabilità di avere esperienze di
lavoro precoce. “Già questo primo risultato – dice ancora Teselli –
evidenzia che occorre valutare i lavori degli under 15 stranieri come
esperienze potenzialmente più a rischio di quelle dei minori italiani,
e di cui è necessario esaminare in chiave prevalentemente qualitativa
contenuti specifici, modalità di svolgimento, attribuzione di valore
da parte delle famiglie e dei minori stessi”.
Sempre tra le novità, anche il tasso di disoccupazione elevato di un
territorio è apparso una condizione di rischio per il lavoro precoce.
Le caratteristiche che si presentano più di frequente nel lavoro dei
minori sono, per lo studio dell’Ires, soprattutto quattro: • una
frequenza settimanale costante: tendenzialmente chi lavora lo fa in
modo costante nell’arco della settimana, ovvero più o meno tutti i
giorni o più di una volta a settimana; • un impegno orario giornaliero
intenso: analogamente il numero delle ore di lavoro è risultato
elevato tra molti dei minori che lavorano; • una paga regolare: a
un’attività costante e intensa corrisponde nella maggior parte dei
casi una regolarità nelle paghe ricevute; • più livelli di esperienza:
spesso chi è coinvolto in un’attività di lavoro precoce ha già avuto
più di un’esperienza. “In pratica – spiega Anna Teselli – il tratto
principale e più frequente che tende a caratterizzare il profilo dei
minori che lavorano precocemente è quello dell’intensità
dell’esperienza, sia essa misurata in termini di quantità di tempo
dedicato, o a livello di numero delle esperienze accumulate, o ancora
sulla base del grado di formalizzazione della relazione con il lavoro
data dal tipo di retribuzione ricevuta. In ogni caso, si è evidenziato
che quando un minore è coinvolto in un’attività di lavoro precoce, la
sua partecipazione è spesso non residuale; anzi, complessivamente i
minori attivati in circuiti lavorativi tendono a sperimentare il
lavoro precoce non come un’esperienza tra le altre, ma come
l’esperienza privilegiata. Si tratta di un forte investimento sul
lavoro precoce spesso in prima battuta da parte delle famiglie stesse
e a seguire da parte dei minori; un investimento che si traduce in una
pressione familiare e territoriale a favore del lavoro; un processo
graduale di disimpegno dalla scuola a favore del lavoro; un accesso
privilegiato a relazioni che avvengono principalmente grazie al lavoro
precoce; una scarsa attribuzione di valore e significato, sia
individuale che sociale ad altri tipi di esperienze”.
Tutto ciò è ancora più determinante nel caratterizzare i lavori dei
minori migranti, per i quali sono poi ancora più alte le
possibilità di maturare esperienze di marginalità sociale. Ai giovani
stranieri è appunto dedicato il focus che costituisce la seconda parte
del libro. Con l’ultima indagine estensiva realizzata dall’Ires nel
corso del 2005 erano stati raggiunti e intervistati circa duemila
ragazzini tra gli 11 e i 14 anni, italiani e stranieri, nelle scuole e
nei luoghi di aggregazione di nove grandi città italiane. Tra i 102
ragazzi stranieri intervistati nelle scuole, nella fascia di età tra
gli 11 e i 14 anni, ben il 25,5% aveva dichiarato di avere
un’esperienza lavorativa, mentre la relativa percentuale di minori
italiani coetanei era risultata pari al 20,9%. Per tutti i minori
stranieri le esperienze lavorative tendono ad assumere una
connotazione “forte” nelle modalità di svolgimento (continuatività,
numero di ore al giorno, interferenza con la frequenza scolastica
ecc.) e nei significati che vengono loro attribuiti dagli stessi
minori. E da questo punto di vista anche l’analisi dei target
specifici sono illuminanti su una realtà spesso sconosciuta. Tornando
all’analisi più generale, circa 1 minore su 3 lavora in strada come
venditore ambulante o in alcuni casi svolgendo attività di
accattonaggio.
Rispetto ai minori italiani, che dichiarano di lavorare
prevalentemente in “ambienti protetti” quali negozi, bar e ristoranti
(40%) e tra cui soltanto un 12% dichiara di lavorare “in strada”,
quelli stranieri si ritrovano inseriti più spesso in circuiti
lavorativi di tipo più informale e talvolta “difficili” in quanto al
limite della legalità. Fanno eccezione i minori cinesi che, com’è
noto, lavorano prevalentemente nei laboratori artigianali tessili o di
pelletteria attivi nella diverse città italiane (61%). In ogni caso,
anche qui, si riscontrano maggiori probabilità di esposizione a
condizioni di lavoro a rischio, a volte per l’impegno intenso in
termini di ore al giorno e di giorni a settimana, a volte per
l’utilizzo di materiali e macchinari pericolosi. Anche l’intensità
dell’impegno lavorativo, misurato sia in termini di numero di giorni
alla settimana che di ore al giorno, è risultato decisamente maggiore
per i minori stranieri e per quelli di nazionalità cinese di quello
dei coetanei italiani. Un ultimo tratto che caratterizza le esperienze
di lavoro precoce dei minori stranieri rispetto a quelle degli
italiani riguarda la paga ricevuta per le attività di lavoro svolte.
Mentre, infatti, oltre 1/3 dei minori stranieri non riceve alcun tipo
di compenso per il proprio impegno, la percentuale cala per gli
italiani al 20%. In generale, la mancata retribuzione è quasi sempre
legata alle forme di collaborazione in supporto alla microimpresa
familiare o comunque alle attività lavorative svolte per i genitori,
impegno percepito evidentemente dalle famiglie stesse non tanto come
un lavoro quanto come una sorta di corresponsabilizzazione dei minori
al miglioramento dello status socioeconomico familiare. Concludendo,
dall’indagine sui lavori dei minori migranti è emerso quanto in modo
più ricorrente tali lavori si caratterizzino come esperienze ‘forti’
nei contenuti, nelle modalità di svolgimento e nei significati loro
attribuiti dai minori stessi e quindi risultino maggiormente esposti a
rischi di marginalità e di esclusione. Inoltre si è evidenziato come
l’appartenenza etnica e comunitaria non sia una variabile neutra, ma
anzi tenda a far variare le esperienze di lavoro precoce a seconda dei
valori culturali, economici e socio-familiari di riferimento. |