Minori al lavoro

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I piccoli migranti sono più a rischio

Le ultime stime parlano di un fenomeno che in Italia ha raggiunto la soglia delle 600.000 unità, il 15-16 per cento dei quali sono minori stranieri. Occorre una strategia per prevenire ed eliminare questa piaga. Qualcosa è già stato fatto. Molto resta da fare.
Nella nuova indagine dell’Ires pubblicata dall’Ediesse approfondimenti mirati sulla situazione dei minori stranieri

di Sergio Mancinelli

Da diversi anni (almeno dodici) la Cgil e l’Ires si occupano di indagare il fenomeno del lavoro minorile, con l’obiettivo di approfondire la conoscenza della condizione dell’infanzia e dell’adolescenza nel nostro paese, ma anche di progettare e realizzare interventi di prevenzione, recupero e contrasto delle situazioni di marginalità e di rischio sociale per i bambini e le bambine. Viene pubblicato in questi giorni dall’Ediesse un nuovo studio, che l’Ires ha condotto in partnership con Save the Children Italia, che fa il punto sulla situazione e continua nell’approfondimento e nell’impegno sindacale su questo tema, attraverso una rilettura delle precedenti ricerche, la realizzazione di focus qualitativi sul lavoro precoce dei minori stranieri e tramite la sperimentazione di una metodologia di ricerca partecipata che ha visto il coinvolgimento diretto dei minori nell’analisi del fenomeno.

Per arrivare al lavoro dei minori migranti la ricerca parte dal lavoro minorile tout court nel nostro paese. I tratti principali che caratterizzano le esperienze di lavoro precoce in Italia, sulla base delle ricerche finora effettuate, e in particolare dell’indagine Ires del 2005, si possono riunire in tre gruppi: a) nascono nella maggior parte dei casi come collaborazioni nelle attività e/o nelle imprese di famiglia e maturano come lavori più impegnativi nella cerchia dei parenti/amici o presso terzi; b) sono prevalentemente lavori occasionali oppure stagionali, svolti qualche volta al mese o a settimana, per qualche ora al giorno; anche se c’è una quota significativa di minori che, quando lavorano, lo fanno più intensamente: in modo continuativo e per diverse ore al giorno; c) sono diffuse spesso tra minori con percorsi scolastici a rischio, in cui frequenti si riscontrano segnali di dispersione differita, come le assenze, le bocciature, le difficoltà di apprendimento e così via. Talvolta diventano esperienze impegnative e sostitutive dei percorsi formativo-scolastici.

Ma perché dei bambini (o poco più che tali) lavorano? E quali sono le condizioni che favoriscono (o che ostacolano) questa realtà? L’indagine dell’Ires ha preso in esame alcuni indicatori per vedere quali tra essi rappresentino in modo più significativo degli altri dei fattori di rischio o, viceversa, degli elementi protettivi. Gli indicatori sono anagrafici (sesso, età e nazionalità), relativi alle condizioni socioeconomiche del nucleo familiare (famiglia monogenitoriale o con entrambi i genitori, numero di fratelli/sorelle, titoli di studio e occupazione dei genitori) e a quelle dei territori (peso demografico della popolazione, incidenza della popolazione straniera su quella complessiva, tasso di disoccupazione generale e femminile, livello del Pil pro capite). Le possibilità di sperimentare esperienze di lavoro minorile sono più alte tra gli under 15 maschi piuttosto che femmine e aumentano al crescere dell’età: un quattordicenne ha più probabilità di lavorare precocemente di un undicenne. Inoltre i minori stranieri sono più a rischio di quelli italiani. Hanno maggiori probabilità di essere inseriti precocemente nel mercato del lavoro gli under 15 che vivono in famiglie monogenitore e/o con più di un fratello o sorella; un fattore protettivo, invece, è avere una madre con un titolo di studio elevato: in questo caso, infatti, diminuiscono le possibilità di fare esperienze di lavoro minorile.

Considerando alcune macro-caratteristiche socioeconomiche dei territori di appartenenza, crescono proporzionalmente le possibilità di lavoro minorile per gli under 15 nel caso in cui risulti elevato il tasso di disoccupazione della popolazione adulta in generale (e non in modo specifico delle donne); viceversa tali probabilità tendono a ridursi nei territori con una ricchezza medio-alta, calcolata in particolare sulla base del Pil pro capite. “Nella matrice del rischio di lavoro precoce individuata – spiega Anna Teselli, ricercatrice dell’Ires –, spiccano alcuni indicatori messi in luce in precedenti indagini. Da sottolineare, in particolare, la ricorrenza delle famiglie monogenitore, e quindi anche monoreddito, e di quelle numerose come condizioni alla base del fenomeno”. Si tratta, in effetti, di indicatori segnalati da più parti come fattori di rischio di esclusione sociale per i minori. Tra le novità, invece, c’è da segnalare la nazionalità come fattore di rischio: essere un minore immigrato, infatti, fa lievitare le probabilità di avere esperienze di lavoro precoce. “Già questo primo risultato – dice ancora Teselli – evidenzia che occorre valutare i lavori degli under 15 stranieri come esperienze potenzialmente più a rischio di quelle dei minori italiani, e di cui è necessario esaminare in chiave prevalentemente qualitativa contenuti specifici, modalità di svolgimento, attribuzione di valore da parte delle famiglie e dei minori stessi”.

Sempre tra le novità, anche il tasso di disoccupazione elevato di un territorio è apparso una condizione di rischio per il lavoro precoce. Le caratteristiche che si presentano più di frequente nel lavoro dei minori sono, per lo studio dell’Ires, soprattutto quattro: • una frequenza settimanale costante: tendenzialmente chi lavora lo fa in modo costante nell’arco della settimana, ovvero più o meno tutti i giorni o più di una volta a settimana; • un impegno orario giornaliero intenso: analogamente il numero delle ore di lavoro è risultato elevato tra molti dei minori che lavorano; • una paga regolare: a un’attività costante e intensa corrisponde nella maggior parte dei casi una regolarità nelle paghe ricevute; • più livelli di esperienza: spesso chi è coinvolto in un’attività di lavoro precoce ha già avuto più di un’esperienza. “In pratica – spiega Anna Teselli – il tratto principale e più frequente che tende a caratterizzare il profilo dei minori che lavorano precocemente è quello dell’intensità dell’esperienza, sia essa misurata in termini di quantità di tempo dedicato, o a livello di numero delle esperienze accumulate, o ancora sulla base del grado di formalizzazione della relazione con il lavoro data dal tipo di retribuzione ricevuta. In ogni caso, si è evidenziato che quando un minore è coinvolto in un’attività di lavoro precoce, la sua partecipazione è spesso non residuale; anzi, complessivamente i minori attivati in circuiti lavorativi tendono a sperimentare il lavoro precoce non come un’esperienza tra le altre, ma come l’esperienza privilegiata. Si tratta di un forte investimento sul lavoro precoce spesso in prima battuta da parte delle famiglie stesse e a seguire da parte dei minori; un investimento che si traduce in una pressione familiare e territoriale a favore del lavoro; un processo graduale di disimpegno dalla scuola a favore del lavoro; un accesso privilegiato a relazioni che avvengono principalmente grazie al lavoro precoce; una scarsa attribuzione di valore e significato, sia individuale che sociale ad altri tipi di esperienze”.

Tutto ciò è ancora più determinante nel caratterizzare i lavori dei minori migranti, per i quali sono poi ancora più alte le possibilità di maturare esperienze di marginalità sociale. Ai giovani stranieri è appunto dedicato il focus che costituisce la seconda parte del libro. Con l’ultima indagine estensiva realizzata dall’Ires nel corso del 2005 erano stati raggiunti e intervistati circa duemila ragazzini tra gli 11 e i 14 anni, italiani e stranieri, nelle scuole e nei luoghi di aggregazione di nove grandi città italiane. Tra i 102 ragazzi stranieri intervistati nelle scuole, nella fascia di età tra gli 11 e i 14 anni, ben il 25,5% aveva dichiarato di avere un’esperienza lavorativa, mentre la relativa percentuale di minori italiani coetanei era risultata pari al 20,9%. Per tutti i minori stranieri le esperienze lavorative tendono ad assumere una connotazione “forte” nelle modalità di svolgimento (continuatività, numero di ore al giorno, interferenza con la frequenza scolastica ecc.) e nei significati che vengono loro attribuiti dagli stessi minori. E da questo punto di vista anche l’analisi dei target specifici sono illuminanti su una realtà spesso sconosciuta. Tornando all’analisi più generale, circa 1 minore su 3 lavora in strada come venditore ambulante o in alcuni casi svolgendo attività di accattonaggio.

Rispetto ai minori italiani, che dichiarano di lavorare prevalentemente in “ambienti protetti” quali negozi, bar e ristoranti (40%) e tra cui soltanto un 12% dichiara di lavorare “in strada”, quelli stranieri si ritrovano inseriti più spesso in circuiti lavorativi di tipo più informale e talvolta “difficili” in quanto al limite della legalità. Fanno eccezione i minori cinesi che, com’è noto, lavorano prevalentemente nei laboratori artigianali tessili o di pelletteria attivi nella diverse città italiane (61%). In ogni caso, anche qui, si riscontrano maggiori probabilità di esposizione a condizioni di lavoro a rischio, a volte per l’impegno intenso in termini di ore al giorno e di giorni a settimana, a volte per l’utilizzo di materiali e macchinari pericolosi. Anche l’intensità dell’impegno lavorativo, misurato sia in termini di numero di giorni alla settimana che di ore al giorno, è risultato decisamente maggiore per i minori stranieri e per quelli di nazionalità cinese di quello dei coetanei italiani. Un ultimo tratto che caratterizza le esperienze di lavoro precoce dei minori stranieri rispetto a quelle degli italiani riguarda la paga ricevuta per le attività di lavoro svolte. Mentre, infatti, oltre 1/3 dei minori stranieri non riceve alcun tipo di compenso per il proprio impegno, la percentuale cala per gli italiani al 20%. In generale, la mancata retribuzione è quasi sempre legata alle forme di collaborazione in supporto alla microimpresa familiare o comunque alle attività lavorative svolte per i genitori, impegno percepito evidentemente dalle famiglie stesse non tanto come un lavoro quanto come una sorta di corresponsabilizzazione dei minori al miglioramento dello status socioeconomico familiare. Concludendo, dall’indagine sui lavori dei minori migranti è emerso quanto in modo più ricorrente tali lavori si caratterizzino come esperienze ‘forti’ nei contenuti, nelle modalità di svolgimento e nei significati loro attribuiti dai minori stessi e quindi risultino maggiormente esposti a rischi di marginalità e di esclusione. Inoltre si è evidenziato come l’appartenenza etnica e comunitaria non sia una variabile neutra, ma anzi tenda a far variare le esperienze di lavoro precoce a seconda dei valori culturali, economici e socio-familiari di riferimento.

(www.rassegna.it, 20 dicembre 2007)

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