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Difficile riassumere in poche parole una figura
complessa e una storia lunga e intensa come quella di Bruno Trentin. Ma
uno sforzo di sintesi può forse aiutarci a metterla meglio a fuoco. E
per farlo le parole da usare possono essere “lavoro”, “programma” e
“diritti”.
“Lavoro” (e quindi “lavoratori”), perché questo è stato il riferimento
fondamentale della sua vita e del suo impegno. “Programma”, perché Bruno
ha fatto dell’idea e della pratica del progetto il punto fondamentale
dell’ancoraggio dell’azione rivendicativa del sindacato. E “diritti”,
come collante costitutivo del lavoro e del programma. È all’interno di
questo contesto che si può riflettere meglio sulla sua vita, sulla sua
attività e sul grande contributo che ha lasciato alla Cgil. Naturalmente
non è facile trovare una costante perché Bruno attraversa quasi sessant’anni
di storia e di politica. L’Italia nella quale comincia ad avere
responsabilità nell’ufficio studi della Cgil, e cioè quella della fine
degli anni quaranta, è assai diversa dall’Italia di oggi. La stesso vale
se pensiamo al paese dell’autunno caldo o all’Italia degli anni ottanta
e novanta. Ma se si va a guardare sotto le differenze dei contesti e dei
riferimenti, le coerenze di fondo saltano agli occhi. In fondo, il suo
primo contributo critico è stato quello alla costruzione del Piano del
lavoro, la grande parola d’ordine della Cgil all’inizio degli anni
cinquanta.
E, dentro quel piano, non c’erano già sia il lavoro sia il programma? E
cioè l’idea che il sindacato, la Cgil, dovesse andare al di là di
un’azione puramente rivendicativa, o anche di una posizione più
squisitamente politica, per misurarsi fino in fondo con i contenuti di
una proposta, di un progetto. Già da allora c’è tutto il rapporto con il
merito, con il contenuto, e con le modalità con cui il contenuto
diventava punto di riferimento dell’azione rivendicativa, sociale e
politica della Cgil.
Insieme a questo aspetto, vorrei ricordare il primato che Bruno ha dato,
dentro questa impostazione, all’agire contrattuale. Tutta la sua
battaglia contro un’idea di egualitarismo che appiattiva, il suo no al
punto unico di contingenza, la sua lotta contro gli automatismi – famose
le sue polemiche contro quelli del pubblico impiego, della scuola e
anche di settori del lavoro privato – erano nel nome della
valorizzazione del potere contrattuale, della dimensione contrattuale
dell’azione del sindacato. Non a caso la grande difficoltà dell’accordo
del 1992 per lui poggiava – lo ricordo bene – sulla richiesta di inibire
per qualche tempo la contrattazione di secondo livello. Trentin sarebbe
stato disponibile a congelare gli effetti ma non lo svolgimento concreto
di quella contrattazione e ciò perché questo era il limite a cui, per
lui, una disponibilità sindacale doveva fermarsi. Il terzo passaggio è
quello del rapporto tra i diritti che si fondano nel rapporto lavorativo
e i diritti più generali di cittadinanza.
Ruota attorno a questo un altro grande contributo – ancora poco messo in
luce – dell’eredità di Bruno. Si ricorda giustamente il Trentin
dell’autunno caldo e dell’azione contrattuale di categoria. Si mette un
po’ in sottordine la sua riflessione, soprattutto quando diventa
segretario generale della Cgil, sulla centralità della formazione
nell’idea di welfare. Bruno è stato tra i più grandi teorici italiani
nel contrastare l’idea di un welfare risarcitorio e nel costruire
un’idea di welfare comprensivo basato sui diritti, ma sui diritti attivi
non su quelli passivi. Bruno non avrebbe mai amato l’espressione
“risarcimento sociale”; avrebbe detto “riconoscimento di un diritto”,
diritto che spettava a una persona in nome di un’idea alta e inclusiva
di cittadinanza. Di qui il terzo passaggio chiave, oltre quello del
progetto e della dimensione contrattuale, questa idea moderna di welfare.
Che aiuta anche a declinare l’idea dei diritti: sul piano del lavoro, il
diritto al lavoro, all’occupazione, al reddito; nella dimensione
contrattuale, il diritto ad affermare la propria dimensione di libertà e
di controllo del ciclo produttivo; e poi quella dimensione moderna che
non si limita ai diritti del lavoro ma fa dei diritti di cittadinanza il
perno essenziale dell’idea di eguaglianza e di democrazia. E dentro
questo, naturalmente, la centralità della persona, la centralità del
soggetto: oltre la classe, oltre la dimensione collettiva, la dimensione
del soggetto come persona. L’individuo per Bruno non era mai
contrapposto alla classe né mai egli avrebbe accettato un’idea di classe
che rendesse vuota la nozione, il senso, la ricerca dell’individuo.
Queste sono a mio avviso le coordinate che più danno il senso della sua
figura di innovatore, lungo i quasi sessant’anni della sua vita attiva
nel sindacato e nella politica. Allo stesso modo l’accordo del 1993 è
quello che meglio sintetizza il senso storico della sua azione. C’è,
dentro quell’intesa, l’idea della centralità del lavoro, un’idea moderna
di politica dei redditi, una formalizzazione delle regole contrattuali
che per Bruno aveva una valenza storica straordinaria (e anche su questo
aveva ragione). Tutto ciò poi aveva un risvolto interno, nella
dimensione della vita della Cgil. Trentin è stato chiamato a fare il
segretario generale della confederazione in un momento in cui il mondo
stava cambiando vorticosamente: con la caduta del muro di Berlino, con
la crisi di Tangentopoli, in Italia, e il terremoto che travolse il
nostro sistema politico. Lui questo lo seppe vedere prima di altri, per
cui anticipò, anche contro il parere di molti, lo scioglimento delle
correnti, a partire da quella comunista. Non fu facile. Fu una scelta
che fece in solitudine, incontrò resistenze e anche consensi. Fu una
svolta fondamentale perché con essa Trentin non si limitò a superare il
vecchio che c’era in quella concezione, ma assicurò, assieme al gruppo
dirigente di allora, le basi programmatiche dell’adesione alla Cgil, le
modalità della vita interna, il rapporto tra pluralismo e democrazia nel
rispetto di regole condivise da tutti, collante necessario per una
grande organizzazione, che deve essere democratica ma anche efficace.
Quelle regole che ancora oggi guidano la vita della Cgil. |