SPECIALE / Bruno Trentin (1926-2007)

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Un innovatore a tutto tondo

di Guglielmo Epifani

Difficile riassumere in poche parole una figura complessa e una storia lunga e intensa come quella di Bruno Trentin. Ma uno sforzo di sintesi può forse aiutarci a metterla meglio a fuoco. E per farlo le parole da usare possono essere “lavoro”, “programma” e “diritti”.

“Lavoro” (e quindi “lavoratori”), perché questo è stato il riferimento fondamentale della sua vita e del suo impegno. “Programma”, perché Bruno ha fatto dell’idea e della pratica del progetto il punto fondamentale dell’ancoraggio dell’azione rivendicativa del sindacato. E “diritti”, come collante costitutivo del lavoro e del programma. È all’interno di questo contesto che si può riflettere meglio sulla sua vita, sulla sua attività e sul grande contributo che ha lasciato alla Cgil. Naturalmente non è facile trovare una costante perché Bruno attraversa quasi sessant’anni di storia e di politica. L’Italia nella quale comincia ad avere responsabilità nell’ufficio studi della Cgil, e cioè quella della fine degli anni quaranta, è assai diversa dall’Italia di oggi. La stesso vale se pensiamo al paese dell’autunno caldo o all’Italia degli anni ottanta e novanta. Ma se si va a guardare sotto le differenze dei contesti e dei riferimenti, le coerenze di fondo saltano agli occhi. In fondo, il suo primo contributo critico è stato quello alla costruzione del Piano del lavoro, la grande parola d’ordine della Cgil all’inizio degli anni cinquanta.

E, dentro quel piano, non c’erano già sia il lavoro sia il programma? E cioè l’idea che il sindacato, la Cgil, dovesse andare al di là di un’azione puramente rivendicativa, o anche di una posizione più squisitamente politica, per misurarsi fino in fondo con i contenuti di una proposta, di un progetto. Già da allora c’è tutto il rapporto con il merito, con il contenuto, e con le modalità con cui il contenuto diventava punto di riferimento dell’azione rivendicativa, sociale e politica della Cgil.

Insieme a questo aspetto, vorrei ricordare il primato che Bruno ha dato, dentro questa impostazione, all’agire contrattuale. Tutta la sua battaglia contro un’idea di egualitarismo che appiattiva, il suo no al punto unico di contingenza, la sua lotta contro gli automatismi – famose le sue polemiche contro quelli del pubblico impiego, della scuola e anche di settori del lavoro privato – erano nel nome della valorizzazione del potere contrattuale, della dimensione contrattuale dell’azione del sindacato. Non a caso la grande difficoltà dell’accordo del 1992 per lui poggiava – lo ricordo bene – sulla richiesta di inibire per qualche tempo la contrattazione di secondo livello. Trentin sarebbe stato disponibile a congelare gli effetti ma non lo svolgimento concreto di quella contrattazione e ciò perché questo era il limite a cui, per lui, una disponibilità sindacale doveva fermarsi. Il terzo passaggio è quello del rapporto tra i diritti che si fondano nel rapporto lavorativo e i diritti più generali di cittadinanza.

Ruota attorno a questo un altro grande contributo – ancora poco messo in luce – dell’eredità di Bruno. Si ricorda giustamente il Trentin dell’autunno caldo e dell’azione contrattuale di categoria. Si mette un po’ in sottordine la sua riflessione, soprattutto quando diventa segretario generale della Cgil, sulla centralità della formazione nell’idea di welfare. Bruno è stato tra i più grandi teorici italiani nel contrastare l’idea di un welfare risarcitorio e nel costruire un’idea di welfare comprensivo basato sui diritti, ma sui diritti attivi non su quelli passivi. Bruno non avrebbe mai amato l’espressione “risarcimento sociale”; avrebbe detto “riconoscimento di un diritto”, diritto che spettava a una persona in nome di un’idea alta e inclusiva di cittadinanza. Di qui il terzo passaggio chiave, oltre quello del progetto e della dimensione contrattuale, questa idea moderna di welfare. Che aiuta anche a declinare l’idea dei diritti: sul piano del lavoro, il diritto al lavoro, all’occupazione, al reddito; nella dimensione contrattuale, il diritto ad affermare la propria dimensione di libertà e di controllo del ciclo produttivo; e poi quella dimensione moderna che non si limita ai diritti del lavoro ma fa dei diritti di cittadinanza il perno essenziale dell’idea di eguaglianza e di democrazia. E dentro questo, naturalmente, la centralità della persona, la centralità del soggetto: oltre la classe, oltre la dimensione collettiva, la dimensione del soggetto come persona. L’individuo per Bruno non era mai contrapposto alla classe né mai egli avrebbe accettato un’idea di classe che rendesse vuota la nozione, il senso, la ricerca dell’individuo.

Queste sono a mio avviso le coordinate che più danno il senso della sua figura di innovatore, lungo i quasi sessant’anni della sua vita attiva nel sindacato e nella politica. Allo stesso modo l’accordo del 1993 è quello che meglio sintetizza il senso storico della sua azione. C’è, dentro quell’intesa, l’idea della centralità del lavoro, un’idea moderna di politica dei redditi, una formalizzazione delle regole contrattuali che per Bruno aveva una valenza storica straordinaria (e anche su questo aveva ragione). Tutto ciò poi aveva un risvolto interno, nella dimensione della vita della Cgil. Trentin è stato chiamato a fare il segretario generale della confederazione in un momento in cui il mondo stava cambiando vorticosamente: con la caduta del muro di Berlino, con la crisi di Tangentopoli, in Italia, e il terremoto che travolse il nostro sistema politico. Lui questo lo seppe vedere prima di altri, per cui anticipò, anche contro il parere di molti, lo scioglimento delle correnti, a partire da quella comunista. Non fu facile. Fu una scelta che fece in solitudine, incontrò resistenze e anche consensi. Fu una svolta fondamentale perché con essa Trentin non si limitò a superare il vecchio che c’era in quella concezione, ma assicurò, assieme al gruppo dirigente di allora, le basi programmatiche dell’adesione alla Cgil, le modalità della vita interna, il rapporto tra pluralismo e democrazia nel rispetto di regole condivise da tutti, collante necessario per una grande organizzazione, che deve essere democratica ma anche efficace. Quelle regole che ancora oggi guidano la vita della Cgil.

(www.rassegna.it, Rassegna Sindacale, agosto 2007)

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