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“A Dachau ho lasciato la mia giovinezza e quell’esperienza
mi ha segnato per sempre: piuttosto di riviverla, preferirei morire
subito”. Si fanno strada, a poco a poco, emergendo dai meandri di una
memoria vivissima, i ricordi di Enrico Vanzini, classe 1922, nato a
Varese, ma residente dal ’76 a Cittadella (Pd).
Dell’inferno di Dachau non ha mai parlato con nessuno, chiuso in un
silenzio ostinato, durato 62 anni. “Nemmeno mia moglie, i miei figli,
sapevano” confida. “Ho sempre cercato di tenerli lontani da un dolore
che era soltanto mio”. Ma a questo si aggiungeva, fortissima, “la paura
di non essere creduto” perché ciò che succedeva in quel lager, travalica
ogni umana immaginazione: “là tutto era proibito, essere uomini era
proibito e non si poteva parlare, né lamentarsi, né chiedere, perché
altrimenti erano bastonate”.
Il coraggio di raccontare, di ritornare con la mente a quei giorni
terribili, è arrivato improvviso, dopo tutti questi anni, inaspettato
come un dono.
E’ arrivato portandosi dietro la consapevolezza del valore della propria
testimonianza, per i giovani, per le generazioni che verranno: “E’
giusto che i ragazzi sappiano, fino a che punto possa arrivare la
cattiveria umana”, sottolinea Vanzini. In quei luoghi perduti e senza
tempo, frutto del folle genio organizzativo tedesco, dove ogni
regolamento, ogni ordine e contrordine era concepito, studiato,
predisposto con lo scopo preciso di annullare il pensiero, annientare la
volontà, affossare la dignità umana, l’unica chiave per non naufragare
era ricordarsi di avere un passato, una patria, una famiglia e in nome
di tutto questo resistere. “Se sono sopravvissuto, lo devo alla mia
giovane età, alla mia buona salute, ma soprattutto alla speranza” ripete
Enrico. “Quella non mi ha mai abbandonato, non ho mai ceduto alla
tentazione di farla finita, di buttarmi contro il filo spinato, come
hanno fatto altri. Anche nei momenti più disperati, sentivo che prima o
poi sarei uscito da quell’incubo, che avrei rivisto il mio paese,
riabbracciato i miei genitori”.
Da casa, Vanzini mancava dal 1940. Chiamato alle armi, aveva
inizialmente prestato servizio nell’artiglieria ippotrainata. In
seguito, dopo il ricovero nell’ospedale militare di Alessandria, dovuto
ad un’appendicite provvidenziale che gli aveva risparmiato la partenza
per la disastrosa campagna di Russia, era stato inviato in Grecia, a
rinforzare le fila dell’artiglieria motorizzata.
Si trovava qui, quando l’Italia firmò l’armistizio con gli alleati, il 3
settembre del 1943. “I tedeschi mi catturarono mentre facevo la spola
dal Pireo a Piazza Omonia per trasportare la sabbia che serviva alla
costruzione dei fortini. Fui caricato con i miei compagni su un carro
bestiame e per giorni e giorni, tanti da perderne il conto, viaggiammo
stipati in vagoni lerci, quasi uno sopra l’altro, in condizioni
disumane, senza mangiare e senza bere”.
Questo viaggio estenuante, attraverso l’Albania e la Yugoslavia in
direzione della Germania, dura un mese e si conclude a Monaco. “Lì c’era
una fabbrica metalmeccanica allestita per le esigenze belliche. Rimasi
circa un anno a lavorare per i tedeschi, mentre i bombardamenti alleati
si facevano sempre più frequenti e vicini. Un giorno la fabbrica venne
centrata da una cannonata. Si scatenò il panico e nella confusione
generale che seguì, io ed altri due italiani tentammo la fuga”. La
cattura e il successivo internamento a Dachau sono il tragico epilogo di
questa fuga, rocambolesca, fra i boschi della Baviera.
“Camminammo per 15 giorni, sempre di notte, nutrendoci di bacche e
radici, e bevendo l’acqua delle pozzanghere e dei fossati. Una sera,
vedemmo una luce filtrare dalle finestre di una capanna. Ci avvicinammo
perché eravamo esausti e affamati. Di lì a poco uscì una ragazza. La
chiamammo. Lei ci rispose in italiano, con un accento lombardo che
riconobbi subito. Ci sorrise e ci invitò ad entrare”. Ma la speranza
dura un attimo. “Varcato l’uscio, trovammo due tedeschi ad attenderci.”
L’incubo di Vanzini e dei suoi compagni inizia qui, a pochi chilometri
dal confine con l’Austria, nel tradimento di una connazionale.
“Fummo consegnati alle SS e portati a Buchenwald: venimmo accusati di
sabotaggio e dopo un processo sommario, condannati alla pena di morte
per fucilazione. All’ultimo momento però, grazie all’intercessione di un
tenente che ci aveva fatto da interprete, la pena di morte venne
commutata in quella ai lavori forzati. Ci separarono: uno dei miei
compagni rimase a Buchenwald, l’altro venne spedito a Lienz io a Dachau.
Fu l’ultima volta che li vidi”.
E’la fine di luglio del ’44 quando Vanzini, insieme ad altri
prigionieri, giunge a Dachau. Ci resterà 9 mesi, fino al 29 aprile del
’45, quando il campo venne liberato dagli americani.
"Appena arrivati ci condussero in una stanza dove ci fecero spogliare,
ci tosarono una striscia di capelli al centro della testa, ci
strapparono i peli del corpo con un rasoio che era buono per tutti e
sulla pelle abrasa ci spalmarono un disinfettante puzzolente, che
bruciava da impazzire.”
Poi ci spinsero a calci sotto le docce: l’acqua usciva a getti violenti
e improvvisi, prima bollente, subito dopo fredda, poi di nuovo bollente,
e non ti potevi scostare perché quelli ti ricacciavano sotto a forza di
botte, urlando come belve feroci e imprecando. Alla fine, ci fecero
indossare una divisa a righe, un paio di zoccoli di legno e un berretto
consunto, ci fotografarono e ci tatuarono, chi il braccio, chi il polso
sinistro. Da quel momento il mio nome venne cancellato, cessai di essere
una persona e diventai un numero: 123343”. Quel numero, che dovette
imparare e saper ripetere in tedesco quando richiesto, non esiste più
sul polso di Enrico: se l’è fatto cancellare con un intervento
chirurgico, alla fine della guerra. Ma lo ricorda ancora, a memoria e in
tedesco, così come ricorda il linguaggio bestiale del lager, gli ordini,
gli insulti, le frustate, le minacce. “Mi assegnarono alla baracca
numero 8” continua.“Era sporca e intasata da incastellature a vari
ripiani dove si dormiva ammassati: anche 8 o 10 persone, costrette in
uno spazio ridottissimo.
Ogni giorno ci svegliavano prima dell’alba, per colazione una brodaglia
verdastra che chiamavano caffè: un intruglio ripugnante”. Ma il “pranzo”
e la “cena” non sono migliori: “una zuppa a base di cavolo nero e una
fettina di pane, duro come la suola di una scarpa”. Così, denutriti,
vestiti di stracci, inebetiti per quel dormire che non era riposo,
tumefatti dalle percosse ricevute, questi uomini venivano chiamati in
centinaia a rispondere a lunghi, interminabili appelli che si svolgevano
a qualunque ora e a qualsiasi temperatura. “Il primo iniziava alle 4”
ricorda Enrico. “Dovevi scattare, metterti in fila e rimanere in piedi,
immobile, per ore, sotto la minaccia delle nerbate. D’inverno era anche
peggio. Con i piedi nudi affondati in 50 cm di neve, dovevi pensare a
mantenere la fila. Era tutto un saltare, uno sbattere di zoccoli per
illuderti di sentire meno freddo, un freddo che ti penetrava nelle ossa,
fin dentro lo stomaco. Quando nevicava ti facevano togliere il cappello,
così che il nevischio ti si congelasse sul capo rasato. Ogni cosa per
farti ammalare: prima ti ammalavi, prima morivi. Loro non aspettavano
altro”.
E chi pensava di affidarsi alle cure dell’infermeria, “non ne usciva con
le proprie gambe”. “Usavano i detenuti come cavie per i loro folli
esperimenti, ma questo si è saputo alla fine della guerra”. Ingoia la
rabbia, Enrico, poi riprende, piano piano, il filo dei ricordi. “Dopo
l’appello del mattino ci dividevano per gruppi: alcuni venivano mandati
a lavorare in una fattoria lì vicino, altri spediti a Monaco a
ricostruire i binari della ferrovia, sempre sottosopra per via dei
bombardamenti. Io appartenevo a questo gruppo: lavoravo a mani nude,
tutto il giorno a battere su quel ferro gelido, le dita mi si riempivano
di tagli che poi si infettavano di pus. A volte qualche donna tedesca si
avvicinava per allungarci di nascosto un pezzo di pane, ma io ho sempre
rifiutato. Sapevo quanto rischiavano. Alcune vennero freddate davanti ai
nostri occhi. I nazisti non avevano alcuna pietà: ricordo un ragazzo di
Genova crivellato dai proiettili per aver tentato di raccogliere una
patata, caduta da un carro destinato alle cucine degli ufficiali. Per
morire, bastava un niente: un saluto non dato, uno sguardo sostenuto, un
lamento di troppo”.
Ma il ricordo più doloroso per Enrico, resta legato ai 15 giorni che fu
costretto a passare ai forni crematori. “Il mio compito consisteva nel
sollevare i cadaveri da uno dei carretti che arrivavano stracolmi e
farli scivolare nel fuoco. Un giorno mi accorsi che tra quei corpi
ammucchiati ce n’era uno che non sembrava morto. Mi piegai su di lui:
respirava appena, ma respirava. Lo feci presente ai capi, ma quelli mi
presero a calci e pugni minacciando di farmi fare la stessa fine.
Non ho avuto scelta.” Il 29 aprile 1945, quando gli americani aprirono i
cancelli di Dachau, Enrico Vanzini pesava 30 chili e aveva 23 anni. “Un
soldato mi chiese se fumavo e mi diede della cioccolata. Non ne mangiai
più di così buona”. |