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Lo hanno chiamato poeta operaio ma la definizione è
senza dubbio riduttiva. Del resto la vicenda di Luigi Di Ruscio è
talmente unica che la tentazione di semplificarne la figura può essere
facile e fuorviante per molti. Poeta autodidatta nell’Italia del
dopoguerra, poi muratore disoccupato e militante di base nel Pci di
Palmiro Togliatti, infine emigrato nel ’57 in Norvegia per acquisire lo
status per lui definitivo di operaio metalmeccanico nella fabbrica
fordista, Di Ruscio è stato ed è molti uomini insieme. Molti poeti in
uno. Di lui l’Ediesse, casa editrice della Cgil,
ha recentemente pubblicato un’antologia dal titolo Poesie operaie
(10 euro).
Di Ruscio vive da 50 anni in Norvegia. La sua lingua quotidiana è il
norvegese. L’italiano lo riserva alla poesia, prodotta nell’arco di
decenni nelle ore rubate al sonno e dopo la fatica diurna del lavoro. La
marginalità, il lavoro in fabbrica, un orizzonte politico che il
dopoguerra presto richiude, sono molti i temi della poesia di Luigi Di
Ruscio. E, come scrive il critico Massimo Raffaeli, la sua biografia è
“senz’altro la materia prima della condizione personale ma non basta
affatto a spiegare lo spessore della sua voce poetica, il ritmo e il
tono inimitabile della sua pronuncia. La quale è una splendida
eccezione, un’assoluta singolarità, nel panorama della poesia italiana.
Non un poeta-operaio – secondo il critico -, ma un poeta capace di
introiettare e rielaborare la condizione operaia alla stregua della
condizione umana tout court”. |