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Gli under 35, futuro della Cgil

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Gli under 35: futuro della Cgil

di Roberto Greco

Parafrasando un antico motto, sono ‘il sindacato dell’avvenire’, i circa 2.000 giovani quadri e delegati Cgil che il 9 maggio - con la presenza anche di tanti studenti, provenienti da ogni parte d’Italia - hanno dato vita alla prima assemblea nazionale loro dedicata, presso il teatro Brancaccio di Roma. Un appuntamento annunciato l’anno scorso al congresso nazionale di Rimini, nel solco del rinnovamento generazionale che la confederazione ha intrapreso da tempo e che sfocerà nel 2008, in occasione della conferenza d’organizzazione, dice Carla Cantone nella sua relazione introduttiva, quando verrà messo a punto un apposito progetto di politiche giovanili.

Già da ora, però, si possono cogliere i primi frutti del ‘new deal’ Cgil in tutte le sue strutture: il tesseramento 2006 indica un +16% tra gli ‘under 35’, con i delegati appartenenti a quella fascia, iscritti nei posti di lavoro, che sono un quarto del totale, mentre tra quadri e dirigenti non si supera il 7. Nei direttivi la presenza giovanile è mediamente del 12%, quella degli apparati politici non arriva al 10. L’obiettivo dichiarato è di arrivare, entro il 2010, a triplicare tali percentuali. Ma, al di là delle cifre, emerge l’interesse crescente del sindacato verso un mondo del lavoro composto per la quasi totalità da precari, in possesso, quando va bene, di un contratto a tempo determinato. “Per la Cgil – afferma il segretario generale Guglielmo Epifani –, non potrebbe essere altrimenti, visto che nel corso della nostra storia centenaria siamo sempre stati dalla parte dei più deboli e sfruttati”.

Una miriade di lavoratori spesso invisibili, con tanti doveri da rispettare e nessun diritto da far valere. “E’ già un problema essere qui stamattina – ammette Donatella Poliandri, ricercatrice ‘co.co.co.’ all’Invalsi di Frascati e delegata Flc di Roma e Lazio –: per farlo, sono andata avanti sulla mia tabella di marcia lavorativa, perché altrimenti non avrei avuto il permesso”. Tante le storie raccontate sul palco, con un’unica matrice comune, l’esperienza sindacale. “Nella mia realtà locale – sostiene Luca Battistini, della Flai di Latina – c’è di tutto: criminalità organizzata, lavoro nero, caporalato. Entrare nel sindacato, come ho fatto io, significa essere in prima linea in difesa soprattutto di giovani, donne e immigrati. Una vita difficile, ma quando si riesce a vincere una vertenza la soddisfazione è enorme e si è ripagati con la maggioranza dei consensi e il raddoppio degli iscritti”.

Avvicinarsi al sindacato è sempre un fatto positivo. “Iscrivermi – ricorda Stefania Santoro del call center Inps-Inail di Bari e delegata Nidil –, mi ha permesso di prendere coscienza della mia condizione lavorativa di collaboratrice e di cominciare a lottare per la tutela dei miei diritti. Assieme ai miei colleghi, sono riuscita, in veste di esponente sindacale, a parlare con l’azienda intavolando una trattativa. Alla fine siamo stati tutti assunti a tempo indeterminato”.

In alcuni casi, la Cgil può dare una mano davvero decisiva. “Ho preso la tessera fin dal primo giorno di lavoro – racconta Maria Adahogu, delegata Flai Vicenza –, trovando persone eccezionali, che mi hanno aiutato a uscire dall’illegalità. Poi ho fatto vertenza, riuscendo a ottenere un contratto regolare. Quello che cerco di fare ora io da sindacalista, quando incontro operai immigrati clandestini”.

Il compito del sindacato, per la maggioranza degli intervenuti, è proprio quello di riuscire a includere gli esclusi. “Per i giovani lavoratori la Cgil è la leva per contare di più – sottolinea Chiara Lucchetto, operaia Finmek e delegata Fiom dell’Aquila –, a patto che il sindacato sia disposto a parlare con loro, consultandoli come facciamo noi nelle fabbriche”. Discorso ripreso da Daniele Di Nunzio, ricercatore all’Ires Cgil. “Stando alle nostre indagini, emerge che la maggioranza dei giovani vede il sindacato come una struttura ingessata e burocratica, poco sensibile agli atipici. Da qui la sfida, la spinta al rinnovamento che la Cgil deve fare, con un percorso più aperto e partecipato al suo interno, ma soprattutto riuscendo a entrare in tutti i luoghi di lavoro”.

In tal senso, per migliorare le cose, c’è bisogno di nuovi strumenti a disposizione. “Con la legge sulla rappresentanza e la nascita delle Rsu – osserva Porzia Laganà, delegata Fp di Salerno – abbiamo rafforzato la base del sindacato, evitando la sua autoreferenzialità. Ora c’è bisogno di estendere la contrattazione integrativa per aumentare la partecipazione giovanile sul territorio”.

Alessandro Genovesi, under 35 della segreteria nazionale Slc, elenca le cose indispensabili da fare. “La contrattazione deve essere estesa al precariato, dal premio di produttività a diritti fondamentali come maternità e malattia. Se vogliamo creare un patto generazionale, vanno superati gli attuali doppi regimi, presenti in quasi tutti gli accordi”. C’è chi pensa anche a nuovi spazi all’interno della Cgil. “Ho un discorso condiviso nella mia organizzazione – precisa Fernando Marasco, neodirigente della Filtea di Firenze –, non ce l’ho con i miei coetanei. Occorre una struttura della rappresentanza giovanile nel sindacato e un’altra orizzontale fra giovani quadri e delegati. Alla Cgil chiedo: date cittadinanza al dialogo tra noi e loro. Ai giovani dico: datevi da fare, perché adesso tocca a voi”. Invito raccolto dai partecipanti più ‘in erba’. “Va gettato un ponte tra studenti e sindacato – conclude Daniele Giordano, coordinatore dell’Unione universitari di Pavia –, e i nuovi luoghi d’incontro e aggregazione possono essere le camere del lavoro, dove in alcuni casi sono sorti spazi dedicati, mentre, da parte nostra, è sempre più massiccia la partecipazione alle manifestazioni sindacali”.

(www.rassegna.it, 10 maggio  2007)