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Un documentario che mostra lavoratrici, braccianti e
madri nell’Italia degli anni sessanta. S’intitola Essere donne, dura 28
minuti, lo girò la regista e sceneggiatrice Cecilia Mangini nel 1965 e
Rassegna l’ha recuperato da uno di quei nascondigli in cui si rifugia il
passato per farsi dimenticare. Ma è proprio per ricostruire
dov’eravamo quarant’anni fa e per cogliere l’esatta misura di quanto, da
allora, sia progredita la condizione femminile nei luoghi di lavoro, e
di quali conquiste manchino invece all’appello, che il film è stato
ripubblicato
in dvd dal settimanale. Ne sono state vendute 8 mila copie e l'edizione
è esaurita.
Essere donne è un mediometraggio
molto bello, entrato nella storia del genere, capace di un incipit
mozzafiato che si snoda tra immagini di modelle e stereotipi della
femminilità, vira bruscamente su riprese di funghi atomici e
conflagrazioni pregne dell’angoscia tipica di quegli anni, e poi si
addentra nel racconto dell’Italia, delle sue fabbriche, delle sue
campagne, delle sue donne divise tra il lavoro per i “padroni” e la cura
di figli e mariti. Chi lo vedrà potrà giudicare autonomamente se le
questioni che pone siano o no superate; quanto la denuncia di abusi e
gioghi sistematici lanciata all’epoca dall’autrice abbia ancora
cittadinanza nelle rivendicazioni delle donne; se quelle voci femminili
trovino un diapason nelle nostre corde. Ma il valore del film non è
opinabile. Riproporlo non sarebbe stato possibile se l’Archivio
audiovisivo del movimento operaio e democratico non avesse salvato
l’opera dal deterioramento, promuovendone un restauro curato con perizia
e pazienza certosina da Guido Albonetti.
Il dvd propone inoltre due
tracce video aggiuntive: nella prima la stessa Cecilia Mangini
ricostruisce la gestazione del film, nella seconda sindacaliste e
lavoratrici dei nostri tempi provano a spiegarci cosa significa essere
donne oggi. “Se negli anni sessanta avevo un sogno – spiega Mangini
nell’intervista – era quello di entrare nelle fabbriche”. Un giorno quel
sogno si realizza: il Pci le propone di girare un documentario sulla
condizione delle donne che andrà a integrare, insieme ad altri filmati,
la campagna elettorale del partito. “Mi chiamano a Botteghe Oscure –
ricorda l’autrice – dove mi riceve Luciana Castellina. E io ho un
batticuore che non ve lo potete immaginare. Farei carte false per girare
questo documentario. Però ho paura che mi pongano dei limiti, e invece
no: ho tutta la libertà che voglio”. Le riprese durano una decina di
giorni, che Mangini e la troupe trascorrono immergendosi nelle fabbriche
di Milano, “dove le commissioni interne mi misero a disposizione tutto
quello che potevano”, e in Puglia, “dove mi apre le porte Valentino
Parlato”.
“Come sono entrata nelle fabbriche? In un modo incredibile:
sono arrivata e ho detto: ‘Siamo la Rai’, così, senza un foglio scritto,
senza un timbro. Ma è stata una parola magica, perché le fabbriche in
realtà si aspettavano che la Rai, la tv di stato, raccontasse agli
italiani i luoghi dove si stava avverando il miracolo economico”. I
testi di Essere donne furono scritti da Felice Chilanti, giornalista di
razza di Paese Sera e autore di inchieste memorabili. Il film fu
presentato al festival internazionale del documentario di Lipsia, dove
ottenne il premio speciale da una giuria composta da alcuni tra i
documentaristi più importanti dell’epoca: Ivens, Grierson e Rotha. In
Italia, per evidenti ragioni politiche, gli fu negato il visto di
qualità: non una vera e propria censura, ma una bocciatura. Manovra
subdola per evitare che il film circolasse senza far scoppiare troppe
polemiche. Non funzionò. Le polemiche ci furono, tutta la stampa parlò
di Essere donne e il film fu proiettato nelle camere del lavoro, nelle
sezioni, nei circoli Arci – ovunque ci fosse un pubblico; che oggi,
forse, Essere donne può tornare ad avere. |