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Enti locali e Terzo settore

Il nuovo welfare non decolla

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Enti locali e Terzo settore

Il nuovo welfare non decolla

Una ricerca Auser. Ancora troppi affidamenti diretti per i servizi e gestioni “al ribasso”

di Laura Cortina

Il sistema del welfare locale e dei rapporti tra enti locali e terzo settore continua ad essere in affanno. Nonostante l’enorme contributo del terzo settore, e  il costante impegno dei governi locali, che malgrado i pesanti tagli subiti negli ultimi anni sono riusciti a mantenere almeno costante la spesa rivolta al welfare, questi ultimi rimangono inadempienti nella progettazione di un sistema di regole efficace e trasparente che consenta di  erogare servizi di qualità e rispondere alle nuova domanda sociale. Questo, in sintesi, il quadro che emerge dall'indagine promossa dall'Auser Nazionale sul rapporto fra Enti Locali e Terzo Settore curata dal sociologo Francesco Montemurro.

Ma ecco i dati, nel dettaglio, che emergono dall’analisi dei consuntivi di bilancio dei comuni italiani nel 2006.

Il 40,3% della spesa sociale dei comuni capoluogo di provincia, nel 2006 risulta gestita attraverso l'intervento delle Cooperative sociali e dal volontariato. Una percentuale che si innalza fino al 60% nelle città più grandi, come Bari (62,6%) e Firenze (59,7%), ma anche Catania, Roma e Venezia si avvicinano al 50%. Insomma un pubblico che arretra e un privato che avanza. Ma non è tanto questo il problema. Sono piuttosto le regole che deficitano, soprattutto quando si parla di affidamento dei servizi e di controllo della qualità.

A fronte degli 1,4 miliardi di euro impegnati nell’acquisto di servizi sociali dal terzo settore, il 12% della spesa dei Comuni capoluogo (quota che cresce fino al 25% nel caso dei piccoli comuni) prende infatti la strada degli affidamenti diretti a cooperative e ad associazioni in assenza di gare pubbliche e anche di selezione ristrette, con la conseguente mancata applicazione dei principi di concorrenza ed equità introdotti dalla riforma dell’assistenza (legge 328/2000). E sono ancora tante le amministrazioni locali che predispongono bandi poco chiari e generici nelle parti che riguardano i rapporti gestionali tra ente committente e affidatario, e soprattutto sulla base della formula del massimo ribasso rispetto alla base d’asta.

Tra maggio e settembre 2006, i Comuni hanno indetto 157 selezioni pubbliche e ristrette per appaltare a imprese sociali e associazioni la gestione di servizi sociali, per una spesa prevista di 40,3 milioni di euro. Quasi due gare su dieci sono state indette sulla base del criterio di aggiudicazione cosiddetto del "massimo ribasso". Tale formula è volta a premiare esclusivamente i ribassi proposti dalle imprese sociali rispetto alla base d’asta o al prezzo base progettato dal Comune, ignorando, in definitiva, le componenti tecniche e qualitative delle offerte.

Gli incarichi di servizio, affidati tramite asta pubblica, non superano ancora in Italia il 40 per cento degli affidamenti totali. La breve durata degli incarichi - nel Mezzogiorno ad esempio sono ancora numerose le convenzioni per un anno o anche pochi mesi di vita, -  e la carenza di indirizzi e di controlli sull’operato del terzo settore da parte degli uffici comunali, costituiscono inoltre elementi aggiuntivi di forte incertezza nelle prestazioni di efficienza e di efficacia della spesa sociale.

(www.rassegna.it, 1 febbraio 2008)

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