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Intervista a Zygmunt Bauman

Nativi contro migranti.
La guerra che non deve scoppiare

In Italia 150 mila nomadi

Indice 

Intervista a Zygmunt Bauman

Nativi contro migranti
La guerra che non deve scoppiare

«I migranti incarnano tutto ciò che i nativi temono e, specificamente, quelle tremende e misteriose “forze globali” che decidono le regole di un gioco di cui tutti noi, migranti e nativi allo stesso modo, siamo pedine. Quando respingono i migranti e li costringono a fare i bagagli e a tornarsene là da dove sono venuti, i nativi possono, almeno a livello simbolico, incenerire quelle forze temibili e tremende, ottenere una sorta di vittoria simbolica in una guerra che sanno di non poter vincere davvero»

di Stefano Iucci

Com’è successo che, con un lento ma inesorabile cammino, ci siamo, nel volgere di pochi decenni, ritrovati immersi nella paura e nell’insicurezza? Oggi immaginiamo – chiusi nella nostra fortezza vuota – assedi di stranieri e Rom (ieri erano i terroristi islamici); la paura che sentiamo è liquida, si modella in forme sempre differenti nel diverso contenitore che di volta in volta la rinchiude. Eppure viviamo in un’epoca e in una zona del mondo che sono probabilmente i più sicuri che mai siano toccati in sorte ad essere umano alcuno. Come si spiega tutto questo? Ne abbiamo parlato con Zygmunt Bauman, sociologo e pensatore tra i più insigni del secolo, teorico della “società liquida” e lui stesso testimone privilegiato del millennio appena concluso, con le sue paure e i suoi dolori: ebreo polacco, ha combattuto con l’Armata Rossa durante l’invasione nazista, meritando anche una croce al valore. Critico nei confronti del governo comunista polacco, è stato costretto all’esilio nel 1968, rifugiandosi prima in Israele e poi a Leeds, dove ha insegnato sociologia fino al 1990 e dove ha scritto i suoi libri più celebri, tra i quali va citato almeno l’ultimo, Paura liquida (Bari, Laterza, 2008). “Esistono due valori cruciali senza i quali una vita umana soddisfacente – decente e dignitosa – è inconcepibile. Si tratta di libertà e sicurezza – dice Bauman –. Essi sono entrambi necessari, ma difficili da conciliare; si completano ma, allo stesso tempo, si limitano reciprocamente”.

In che modo?

Inizialmente, gli sforzi dei “moderni” erano diretti alle fonti dell’insicurezza umana, e chiedevano in cambio l’accettazione del controllo e dell’autocontrollo, l’addomesticamento e il freno dei desideri e delle passioni: in altre parole, la modernità offriva una maggiore sicurezza in cambio di una parte della libertà individuale. Il dissenso nei confronti della civiltà, l’ansia, un impulso alla ribellione erano, quindi, diretti contro i limiti imposti alla libertà personale e contro i poteri pubblici che minacciavano di invadere e colonizzare la sfera della privacy umana: contro le norme rigide, l’uniformità, la routine e l’interferenza invadente negli schemi di comportamento individuale. Il dissenso e la ribellione toccarono il loro apice con la “rivoluzione culturale” del 1968 e la nascita del neoliberalismo, la sua controparte economico-politica. Negli ultimi quarant’anni l’ossessione modernizzante si è mossa nella direzione opposta a quella originaria: sempre più aree della vita privata venivano liberate da una regolamentazione normativa e trasferite nel regno della “politica di vita” condotta individualmente, a spese della sicurezza della vita e delle condizioni sociali, sostenuta dal governo e garantita a livello collettivo. In altre parole: maggiore libertà individuale, ma minore sicurezza salvaguardata socialmente. Quarant’anni più tardi le cause della paura si sono spostate dalla mancanza di libertà al deficit di sicurezza. Da tutti noi ci si aspetta di essere in grado di trovare soluzioni individuali e di utilizzare risorse individualmente controllate per affrontare sfide che, però, non abbiamo lanciato noi; siamo, quindi, spaventati dall’inadeguatezza delle nostre capacità e risorse personali di fronte al compito imponente che ci si aspetta che svolgiamo. E la minaccia di perdere l’autostima, di subire l’umiliazione, di cadere dalla macchina veloce del progresso, di essere lasciati indietro, di avere negata la nostra dignità e, infine, di essere esclusi ed espulsi in caso di fallimento, queste paure – che riempiono ora i nostri giorni e le nostre notti – provengono da regioni impreviste dai fondatori, dai profeti e dagli ideologi della condizione moderna.

In Paura liquida lei scrive che la paura più temibile è quella diffusa, sparsa, indistinta. Come la si affronta? A cosa di concreto la si può ancorare per affrontarla e, possibilmente, “risolverla”?

A differenza delle paure di vecchio tipo, quelle contemporanee tendono a essere imprecise, mobili, elusive, modificabili, difficili da identificare e collocare con esattezza. Abbiamo paura senza sapere da dove viene la nostra ansia e quali siano esattamente i pericoli che la provocano. Possiamo affermare che i nostri timori vagano in cerca delle loro cause che noi vorremmo disperatamente trovare per poter essere in grado di fare qualcosa a riguardo o per chiedere che si faccia qualcosa. Le radici più profonde della paura contemporanea – la graduale eppure continua perdita della sicurezza esistenziale e la fragilità della posizione sociale – possono essere affrontate solo con difficoltà, poiché, in un mondo che si globalizza velocemente, gli agenti dell’azione politica non hanno sufficiente potere per sradicarle. E per questo le paure tendono a trasferirsi dalle cause principali su obiettivi accidentali, solo lontanamente collegati alle ragioni dell’ansia, oppure del tutto scollegati da esse e, quindi, ad essere scaricate su obiettivi vicini, visibili, a portata di mano, che sembrino facili da gestire. Queste battaglie sostitutive non faranno scomparire la nostra ansia perché le radici vere della paura resteranno intatte, in compenso otteniamo una certa consolazione dalla consapevolezza di non essere rimasti con le mani in mano, di aver fatto qualcosa e di esserci fatti vedere mentre lo facevamo.

In Italia, ma non solo, cresce la paura dei “diversi”. Da noi, in particolare, sono gli stranieri e i Rom a catalizzare questo senso di insicurezza generale. Ma qual è il meccanismo per il quale se non si riesce a pagare un mutuo, o se non si ha una casa o una scuola per i figli ce la si prende con questi soggetti deboli e non con le autorità politiche ed economiche preposte a risolvere tali problemi? Quali sono secondo lei le vere paure che si celano dietro queste dinamiche?

Il flusso dei migranti e, in particolare, di chi cerca rifugio dalle minacce di persecuzione e umiliazione è profondamente sconvolgente per i nativi: ricorda loro, con invadenza, la fragilità dell’esistenza umana, la debolezza che vorrebbero tanto nascondere e dimenticare ma che li tormenta, comunque, la maggior parte del tempo. Quei migranti hanno lasciato le loro case e si sono allontanati da quanto avevano di più caro e vicino perché le loro vite erano distrutte, il loro lavoro scomparso, le loro case bruciate, devastate, razziate nelle rivolte e nei tumulti; oppure sono stati costretti a partire perché indesiderati o incapaci di guadagnarsi da vivere nelle loro patrie. Essi, quindi, rappresentano – in effetti, incarnano – tutto ciò che i nativi temono e, specificamente, quelle tremende e misteriose “forze globali” che decidono le regole di un gioco di cui tutti noi, migranti e nativi allo stesso modo, siamo pedine. Quando respingono i migranti e li costringono a fare i bagagli e a tornarsene là da dove sono venuti, i nativi possono, almeno a livello simbolico, incenerire quelle forze temibili e tremende, ottenere una sorta di vittoria simbolica in una guerra che sanno di non poter vincere davvero. Considerare i migranti causa delle proprie miserie e paure può essere illogico, tuttavia poggia pur sempre su un tipo di logica perversa: un tempo c’era certezza nel lavoro e nelle prospettive di vita; questa certezza è stata oggi – proprio quando sono arrivati i migranti – sostituita dalla flessibilità dei mercati del lavoro e da impieghi a breve termine. È ovvio presumere che l’arrivo degli stranieri e l’attuale insicurezza siano connessi e che se si costringessero gli stranieri ad andare via tutto il resto tornerebbe di nuovo sicuro e confortevole, come era prima del loro arrivo. Allo stesso modo, Raymond Aron, il filosofo francese, spiegava le origini dell’antisemitismo moderno con la coincidenza tra l’uscita degli ebrei dal ghetto e l’avvento della modernizzazione, con le apprensioni e tensioni che le allora sconosciute pressioni modernizzanti – che distruggevano i modi di vita familiari e trasformavano le forme in cui ci si guadagnava da vivere – non potevano non produrre. La vita era molto più tranquilla e meno spaventosa quando gli ebrei erano invisibili, dietro le mura dei loro ghetti; è diventata terribilmente vacillante una volta che essi sono apparsi sulle strade. Se solo le mura dei ghetti potessero essere ricostruite e gli ebrei rinchiusi di nuovo al loro interno, tutti i problemi scomparirebbero e la vita tornerebbe alla normalità.

Si dice che la società globalizzata sia per sua natura destinata a produrre insicurezza. È davvero così?

L’insicurezza di cui parliamo nasce dal divario tra la nostra interdipendenza planetaria e la portata solo locale e a breve raggio dei nostri strumenti di azione concertata e di controllo. I più grandi e spaventosi problemi che ci danno la caccia e ci schiacciano nella sensazione dell’insicurezza e incertezza ambientale sono nati nello spazio globale che è aldilà della portata di qualsiasi agenzia politica esistente. Eppure essi sono scaricati sulla dimensione locale – città, province, Stati – dove ci si aspetta che vengano risolti attraverso strumenti disponibili a livello, appunto, locale: un compito impossibile, per quanto duramente i Comuni o i governi possano tentare. L’inquinamento atmosferico e la carenza di acqua nascono nello “spazio globale”, ma ad essere caricati del compito di gestirli sono i livelli politici locali. Lo stesso vale per le migrazioni, il traffico di droga e di armi, il terrorismo, la criminalità, il flusso libero dei capitali, l’instabilità e la flessibilità dei mercati del lavoro, l’aumento dei prezzi e così via. La politica locale è gravata di compiti per la risoluzione dei quali non ha sufficiente potere e troppe poche risorse. Questa condizione assai spaventosa continuerà fintanto che il divario tra la scala (globale) dei problemi e la portata (locale) dell’azione effettiva continuerà a esistere. Provvedimenti a livello locale possono mitigare solo temporaneamente l’impatto di problemi prodotti a livello globale, al massimo possono spostare le loro peggiori conseguenze verso altri luoghi, ma non costringeranno i problemi a svanire. Solo agenzie politiche e giuridiche globali (finora chiaramente assenti) possono addomesticare le forze globali, attualmente prive di regole, e raggiungere le radici dell’insicurezza globale.

Parliamo sempre delle nostre insicurezze e delle nostre paure, ma quali sono secondo lei le paure e le insicurezze degli “altri”: gli stranieri, i clandestini, i migranti?

Come sostiene l’antopologo francese Michel Agier, i rifugiati, i clandestini sanspapiers, i migranti, coloro che cercano asilo sono hors du nomos, persone “al di fuori della legge”, persone che non sanno cosa accadrà loro e quanto la loro condizione temporanea, provvisoria o sospesa, possa dimostrarsi lunga o, in effetti, permanente. Vivono, come afferma Marc Augé, in “non luoghi” o, nelle parole di Joel Garreau, nelle nowherevilles, assenti dalle mappe ufficiali della terra in cui essi si trovano. Le garanzie sociali di sopravvivenza,per non parlare dei diritti personali attribuiti ai cittadini dellanazione, vengono loro negati e, se concessi, possono essere ritirati in ogni momento. In realtà, essi sono pericolosamente vicini alla condizione – per citare Giorgio Agamben – degli homines sacri, non-persone a cui non si applicano né le leggi umane né quelle divine (nell’antico impero romano gli homines sacri potevano essere assassinati con impunità, ma non potevano essere utilizzati nei riti religiosi sacrificali). La loro condizione incarna l’incertezza, con al massimo una limitata prospettiva di miglioramento. La sospensione, nei fatti la negazione, dei loro diritti umani è stata per così dire ufficializzata recentemente dalla Commissione europea con una direttiva che deve ancora essere presa in considerazione dal Parlamento europeo. Si è trattato, a mio parere, di un pericoloso errore: in un pianeta globalizzato, universalmente interdipendente, qualsiasi negazione dei diritti umani degli altri rende i diritti umani di tutti fragili e incerti, e aggiunge ulteriore insicurezza. La sicurezza, infatti, non può essere conquistata e assicurata in un angolo del pianeta separato dal resto del mondo. Come ha osservato di recente Branko Milanovic, acuto analista delle conseguenze sociali della redistribuzione globale delle risorse, “persino un modesto aumento della migrazione farebbe di più per la riduzione della povertà globale che raddoppiare o addirittura triplicare l’attuale aiuto offerto ai paesi poveri”.

traduzione di Martina Toti

(www.rassegna.it, Il Mese, giugno 2008)

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