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Campania e non solo / Una presenza sempre più pervasiva

Premiata ditta camorra

 

Così cambia la presenza del crimine organizzato nell’economia e nel mercato del lavoro

 

di Carlo Ruggiero

E’al primo posto nella classifica dell’imprenditoria italiana e ha un utile annuo pari a 90 miliardi di euro, una cifra equivalente a cinque manovre finanziarie o, se si preferisce, alla somma di otto “tesoretti”. È questo, secondo i dati forniti l’ottobre scorso dal decimo rapporto “Sos Impresa” pubblicato dalla Confesercenti, l’inquietante identikit della criminalità organizzata nel nostro paese. Dall’enorme mole di dati forniti si delinea il ritratto di una gigantesca multinazionale con interessi molteplici e differenziati e con un colossale indotto sull’intero territorio nazionale e non solo. Oggi, infatti, l’enorme giro d’affari delle mafie non è solo frutto dell’attività “parassitaria” di tipo tradizionale, fondata su reati consueti come sfruttamento della prostituzione, traffico di droga e armi, estorsione, rapine e usura. Accanto agli introiti determinati da attività direttamente criminali, infatti, nel nostro paese si sta facendo velocemente largo un’altra “Piovra”, che si alimenta di infiltrazioni e investimenti in tutti i settori economici del territorio.

Il rapporto Confesercenti la chiama “mafia imprenditrice”, ormai presente in ogni comparto economico e finanziario del Sistema Paese. Si va dalla filiera alimentare al turismo, dai servizi alle imprese a quelli alla persona, dagli appalti alle forniture pubbliche, al settore immobiliare e finanziario. Cosa nostra, Camorra, ‘Ndrangheta e criminalità organizzata pugliese, oltre alle varie organizzazioni straniere, insomma, stanno rafforzando anno dopo anno la propria presenza nel tessuto economico italiano, consolidando un’egemonia sempre più difficile da estirpare. Non è un caso, dunque, se qualche mese fa il presidente di Confindustria Montezemolo si è sentito in dovere di condannare gli industriali collusi con la criminalità, portando al centro dell’attenzione il rapporto tra economia e mafia. I risultati di quella “scomunica”, in ogni caso, non si sono ancora fatti vedere.

Uno degli elementi che emergono dal rapporto Confesercenti, infatti, è l’espansione della cosiddetta “collusione partecipata”, un fenomeno che investe il gotha della grande impresa italiana, soprattutto quella impegnata nei grandi lavori pubblici. Gli imprenditori italiani preferiscono ancora venire a patti con le mafie piuttosto che denunciare i ricatti. L’“operazione” Gulliver Nell’universo complesso delle mafie imprenditrici, un ruolo di rilievo se lo sta ritagliando la Camorra. Secondo l’ultima relazione semestrale della Direzione Investigativa Antimafia, infatti, l’escalation di violenza che si è registrata nei primi sei mesi del 2007 sulle strade campane, e che ha continuato a insanguinare la regione per tutto l’anno, è stata determinata proprio dalla volontà dei diversi clan di imporsi in settori economici strategici.

Le faide nel napoletano, secondo la Dia, sono determinate “dallo sforzo dei gruppi messo in atto per mantenere uno stretto rapporto con il territorio, per sfruttare ogni opportunità economica disponibile, piegandola alle logiche criminali”. Secondo il ministero dell’Interno, insomma, la Camorra sta sempre più investendo in nuovi settori e il porto di Napoli è diventato il centro nevralgico di un mercato in costante crescita. È ormai esponenziale, infatti, l’aumento del traffico internazionale dei falsi cinesi, con l’utilizzo dello scalo partenopeo come primo luogo di approdo e stoccaggio di merci provenienti dall’Estremo Oriente. L’11 aprile 2007 la Dia ha messo in atto la cosiddetta “operazione Gulliver”, che ha portato a 18 ordinanze di custodia cautelare nei confronti di cittadini italiani e cinesi.

L’indagine ha smantellato un’organizzazione che, a Napoli e in altri scali della Penisola, sfruttava coperture e informazioni riservate godendo della disponibilità di funzionari pubblici. Tra i nomi degli indagati compaiono quelli di noti affiliati ai più importanti clan camorristici: Mazzarella, Alleanza di Secondigliano e Casalesi. Non è un caso, dunque, se la Camorra è arrivata a fatturare ben 30 milioni di euro annui, circa un terzo di tutte le Mafie italiane messe insieme: in Campania il rapporto tra Prodotto interno lordo e giro d’affari della malavita è ormai arrivato al 32 per cento.

Ma non c’è solo la vendita e la produzione di prodotti contraffatti: tutte le indagini effettuate dalle forze dell’ordine degli ultimi mesi confermano le grandi capacità imprenditoriali delle cosche camorristiche. Si va dal parcheggio abusivo al calcestruzzo, dalla vendita ambulante al commercio della carne, dal mercato dei fiori alla ristorazione e al turismo. Se il racket è la quotidianità, l’entrata fissa che garantisce la sopravvivenza dell’organizzazione, l’attività di impresa rappresenta invece l’investimento e il futuro. Non c’è clan mafioso che si rispetti che non abbia sotto il suo controllo prestanomi o società di comodo, con i quali operare in attività produttive altamente remunerative. Lo dimostrano anche i sequestri che, il più delle volte, riguardano aziende in grado di movimentare parecchi milioni di euro di fatturato annuo.

Questa spiccata propensione imprenditoriale della Camorra, tra l’altro, ha consentito ad alcuni sodalizi (tra i quali i clan Misso, Licciardi, Zagara e il clan Panella- D’Agostino) di raggiungere posizioni di egemonia. Uno studio dell’assessorato all’agricoltura della Provincia di Napoli sostiene ad esempio che la produzione giornaliera di panini, michette e sfilatini sarebbe assicurata da almeno 2500 panifici illegali, cioè di proprietà di personaggi in molti casi completamente sconosciuti al fisco e che potrebbero essere in odore di Camorra. Secondo l’assessorato il giro d’affari sarebbe di 500 milioni l’anno, che porta il mercato del pane abusivo al secondo posto dopo la droga nella classifica dei proventi della criminalità organizzata.

Ma i clan riescono addirittura a imporre gusti e scelte ai consumatori. Così è accaduto con i prodotti della Granarolo, uno dei principali gruppi alimentari italiani, scomparsi dagli scaffali dei supermercati di un’ampia fascia di Comuni e quartieri a nord di Napoli: un vero e proprio embargo imposto dal racket. La polizia sta ora cercando di capire se dietro questa vicenda ci sia un tentativo di imporre una tangente estorsiva a carico di qualche anello della distribuzione locale, o se l’esclusione sia in realtà la conseguenza dell’imposizione di una marca diversa. Non sarebbe la prima volta. Lo dimostra una lunga serie di inchieste che sono riuscite a svelare le assurde ingerenze dei clan, che riuscivano a imporre questo o quel fornitore di mozzarelle, vongole e spigole ai ristoratori di Santa Lucia, o, come è avvenuto a Posillipo, la marca di caffè che i bar del quartiere erano costretti ad acquistare insieme con le macchinette mangiasoldi dei videopoker.

Anche nella zona di Casal di Principe il caffè era monomarca: il clan dei Cantiello aveva deciso di imporre a tutti gli esercenti l’acquisto di una miscela commercializzata da due imprenditori della provincia di Napoli, i quali conferivano al gruppo una percentuale commisurata al numero di buste vendute ai commercianti. Lo stesso meccanismo veniva applicato per la vendita di prodotti dolciari durante le festività. Altri settori di punta della Camorra, inoltre, sono l’ormai famigerato smaltimento dei rifiuti, l’edilizia, l’agricoltura e la pesca. In tutta la Campania non esiste una sola discarica in cui le organizzazioni criminali non abbiano un qualche interesse, mentre il clan dei Casalesi mantiene inalterate le proprie attività illecite nell’agro aversano, sottoponendo a estorsione gli operatori economici e industriali e reinvestendo i capitali illeciti in aziende agricole, casearie ed edilizie e controllando la manodopera extracomunitaria. Pizzo e lavoro nero Un giro d’affari tanto esteso e diversificato non poteva che avere una ricaduta devastante sull’imprenditoria locale e sul mercato del lavoro. Secondo i dati forniti dall’assessorato alle attività produttive della Regione Campania, infatti, un’impresa su tre paga regolarmente il “pizzo” mentre, ogni anno, 25 mila aziende sono costrette a chiudere perché vessate dai camorristi.

Dati che fanno ancora più impressione, se messi in relazione a tutti gli organismi e ai cittadini coinvolti nel giro dell’illegalità. Il racket delle estorsioni coinvolge 160 mila commercianti in Italia, mentre ogni anno, al Sud, 180 mila unità di lavoro si perdono nelle aziende sotto i 250 dipendenti a causa della criminalità organizzata. A farla da padrone, dunque, non può che essere il lavoro nero. Secondo i dati forniti dalla Guardia di Finanza, nella sola Campania, nei primi otto mesi del 2007, sono stati portati alla luce ben 3.263 casi di lavoratori invisibili. In una nota della GdF si legge: “Il mancato adempimento degli oneri contributivi e fiscali, oltre che causare pesanti ricadute sul gettito erariale, consente alle aziende sleali di abbattere in maniera significativa i costi di gestione e, quindi, di offrire prodotti o servizi a prezzi particolarmente concorrenziali. Il lavoro irregolare – prosegue – risulta di frequente correlato ad altre forme criminali di più ampio spessore, tra cui, più in particolare, l’immigrazione clandestina e le forme di violenza e sfruttamento della manodopera”.

La Regione Campania si colloca, con questi dati, al primo posto assoluto nella classifica del “nero”, mentre sono le imprese di servizi, ristorazione e aziende edili – proprio quei settori sui quali la Camorra sta maggiormente investendo – le attività che hanno conseguito il poco onorevole primato per la maggiore incidenza di lavoro invisibile. Inoltre, quello che per tutti è ormai “O’ Sistema” sta in alcuni casi cercando di sostituirsi definitivamente allo Stato, fino a realizzare per i propri affiliati e dipendenti un collaudato sistema di welfare. Lo si apprende leggendo il decreto di fermo utilizzato per un imponente blitz effettuato a Scampia il 7 dicembre 2004, che ha consentito di chiudere un giro di fabbriche clandestine di capi di vestiario di alta moda. In quella occasione si scoprì che il clan di riferimento non solo era in grado di garantire lo stipendio alle famiglie di ogni affiliato in detenzione, ma anche di sostituire interamente la struttura mutualistica dello Stato.

Ad esempio, nei comuni del napoletano, Melito, Casavatore, Caivano, Cardito, Sant’Antimo, in gran parte egemonizzati dalla Camorra, molti dei lavoratori in nero nelle centinaia di fabbriche clandestine del territorio avevano accesso a mutui agevolati o fideiussioni bancarie grazie alla mediazione della Camorra. Così in comuni dove, secondo stime della Cgil, nel 2004 oltre il 40 per cento dei residenti viveva di lavoro nero, sei famiglie su dieci (dati Formez) riuscivano ugualmente ad accendere un mutuo per l’acquisto della casa. Di fronte a un sistema tanto collaudato e pervasivo, in zone ad altissimo tasso di disoccupazione, non stupiscono dunque i risultati di un recente “Questionario anticamorra” distribuito nelle scuole di Napoli e provincia dall’Associazione studenti napoletani contro la camorra. Dalle risposte emerge che il 35 per cento dei 6227 ragazzi e ragazze, in età compresa tra i 13 e i 21 anni, a cui è stato sottoposto il questionario vede nella Camorra elementi positivi, mentre il 14 per cento pensa proprio alle opportunità di “lavoro” come aspetto positivo della criminalità organizzata. Dove non c’è lavoro, insomma, la Camorra può addirittura diventare una risorsa.

(www.rassegna.it, gennaio 2008)

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