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Doppia crisi

Se l'America perde posti di lavoro

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Doppia crisi

Se l'America perde posti di lavoro

di Paolo Andruccioli

Nel mese di gennaio l'economia americana ha distrutto 17 mila posti di lavoro. Uno shock per tutti coloro che avevano previsto un avvio scoppiettante del 2008, nonostante gli annunci di crisi globale e dei nuovi rincari del prezzo del petrolio. Gli analisti finanziari e la stragrande maggioranza degli economisti avevano sbeffeggiato i soliti uccelli del malaugurio e avevano previsto - senza esitazioni - un cospicuo aumento dell’occupazione (anche se si continua a ragionare solo in termini quantitativi e non di qualità dei posti di lavoro creati). E invece, a quanto pare dalle notizie che ci giungono oggi dagli Usa, l’economia reale americana non ce la fa ancora a ripartire in corsa e, al contrario, brucia posti di lavoro, con lo stesso meccanismo del crollo dei valori di borsa.

E’ stata netta la differenza tra le previsioni delle vigilia e il dato fornito oggi (primo febbraio) dalle autorità statunitensi: invece di 75 mila nuovi posti di lavoro se ne sono persi 17 mila. Anche se il tasso di disoccupazione si è attestato sul 4,9% in linea con le previsioni, il colpo è pesante.

Gli effetti si fanno sentire su tutti i fronti: quello finanziario, quello economico, ma anche sul piano politico e naturalmente – in epoca di globalizzazione – gli effetti a cascata si faranno sentire anche sui mercati finanziari europei. Da questo “domino” non rimane immune neppure il mercato politico interno. In Italia dunque pioverà sul bagnato. Crisi su crisi. Instabilità economica che si intreccia a quella politica in un cocktail un po’ indigesto. Il governo Prodi sembrava aver avuto il vento in poppa nei pochi mesi di mandato (contrariamente a quello che successe nell’epoca di Berlusconi accusato perfino di portare sfortuna). Poi, anche per Prodi, sono arrivati i primi segnali di cambio della scena economica internazionale, che ora vengono confermati direttamente da New York.
 
Sul piano dell’alta finanza internazionale la notizia della perdita di posti di lavoro ha avuto già un primo effetto immediato: dollaro in forte calo; eurodollaro che guadagna lo 0,34% a 1,4852; oro a 940 dollari l'oncia. Tutti i principali “future” (le scommesse sul futuro dei vari titoli azionari) riducono drasticamente i loro potenziali guadagni. Il future sul Nasdaq è passato per esempio da 1874 a 1860 punti, mentre i titoli di stato hanno segnato un forte rialzo. L’altalena è partita come al solito e nei prossimi giorni, ovvero nelle prossime ore, le cronache finanziarie faranno registrare i soliti rimbalzi dei listini. Ma il segnale c’è stato e non si deve sottovalutare, anche perché continua ad essere sbagliato e pericoloso confondere l’economia finanziaria con l’economia reale. Quest’ultima ha tempi e modalità molto diverse e incide direttamente sui rapporti sociali e sulla fiducia delle persone in un nesso stringente. Ed è un segnale da non sottovalutare soprattutto se lo si collega alle previsioni dell’Ilo che per il 2008 parlano di una crescita della disoccupazione mondiale pari almeno a cinque milioni di persone. Per l’Ilo c’è una quota di lavoro a rischio nel mondo.

La fiducia, o quantomeno l’ottimismo spensierato, sono messi a dura prova. Ed è proprio l’elemento della fiducia e della stabilità che da noi sono venuti a mancare con la crisi di governo che si è appena consumata. Molti i difetti addebitati alla coalizione di Romano Prodi. Ma su almeno due punti non c’erano dubbi sui buoni risultati raggiunti: il risanamento finanziario (un’altra volta merito del centrosinistra che ha dovuto rimettere mano alle casse disastrate da Berlusconi e soci) e la ripresa dell’economia reale, anche nei settori dove la crisi era stata più pesante. “La rilevazione Istat sull’occupazione nelle grandi imprese – aveva dichiarato pochi giorni fa Fulvio Fammoni, segretario confederale della Cgil - registra un dato positivo non solo, come da tempo, nel settore dei servizi ma che inizia a riguardare anche i settori industriali”. Un dato che non è nato dal caso. Era piuttosto il segno evidente “del ruolo positivo che ha giocato la fase di sviluppo produttivo in atto alla fine dell’anno, così come testimoniano i dati sugli orari e soprattutto il calo degli stati di crisi e dell’utilizzo degli ammortizzatori sociali”.

Siamo ancora freschi di un’altra notizia: il tasso di disoccupazione in Italia è sceso nel terzo trimestre al 5,6%, ai minimi dal '92. Lo aveva comunicato l'Istat cinque giorni prima di Natale. L'occupazione è cresciuta dell'1,8% rispetto allo stesso periodo del 2006. L'Istituto di statistica aveva precisato che si tratta di 416 mila occupati in più, grazie soprattutto alla componente straniera (+200 mila unità). Il numero delle persone in cerca di occupazione era risultato pari a 1.401.000 unità, in calo rispetto allo stesso periodo del 2006 (-5,9 per cento, pari a -88.000 unità). Nel secondo trimestre il tasso di disoccupazione era sceso al 5,7 per cento, contro il 6,5 dello stesso periodo 2006. Il calo annunciato dall'Istat è il diciottesimo consecutivo dal secondo trimestre 2003. Il tasso di disoccupazione era sceso in tutte le aree del paese, mentre con le nuove norme il governo uscente aveva adeguato anche l’indennità di disoccupazione. La discussione sulla riforma degli ammortizzatori sociali avrebbe potuto quindi marciare su un rinnovato clima di fiducia e di scommessa. Ma la politica italiana si è incartata in una crisi che forse all’estero non hanno neppure capito. In molti avranno pensato che il governo Prodi è scivolato sulla ‘monnezza’ di Napoli, mentre noi - da qui - non possiamo che registrare un altro venerdì nero. Questa volta della Borsa del Lavoro.

(www.rassegna.it, 1 febbraio 2008)

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