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La Camera
dà il via libero definitivo

Terza e ultima fiducia per la manovra economica

Le misure della manovra d'estate

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La Camera dà il via libero definitivo

Terza e ultima fiducia
per la manovra economica

 

di Paolo Andruccioli

Con l’ennesimo voto di fiducia si è chiusa a Montecitorio la prima fase della manovra 2009-2011 dal valore complessivo di circa 36 miliardi di euro. Per la prima volta nella storia della legge finanziaria, una manovra economica è stata varata con lo strumento del decreto legge, senza dare spazio al Parlamento, se non per concitate e affrettate letture in commissione Bilancio (anche di domenica, per sbrigarsi) e senza tenere conto del Dpef, il Documento di programmazione economica e finanziaria, un testo ormai superato dall’accelerazione subita dalla crisi, dal crollo dell’Iva e dei consumi, un testo che quindi è stato scritto sulla sabbia e su previsioni di crescita fantasiose. Il Dpef non esiste più e andrebbe riscritto. Ma la riscrittura del Dpef è solo una pagliuzza. Siamo infatti di fronte a un vero e proprio blitz del ministro Tremonti che – solo grazie all’intervento del presidente Napolitano – non  è riuscito a ottenere il massimo, cioè il varo della legge finanziaria vera e propria prima della pausa estiva, insieme al decreto legge: due finanziarie in una, con quattro mesi di anticipo.

Così, dopo lo stop del Quirinale, si vara, per ora, solo la manovra d’estate, sostituzione-anticipazione della finanziaria invernale. E si rimanda all’autunno, che si preannuncia davvero caldo, l’approvazione della finanziaria vera e propria che risulta però svuotata di tutti i suoi contenuti formali: si tratterà molto probabilmente di una serie di tabelle che accompagneranno la legge di bilancio. A meno che Tremonti, dopo aver cancellato nei fatti trent’anni di legislazione economica senza una vera riforma, non tiri fuori dal cappello un’ulteriore sorpresa per far piacere a Silvio Berlusconi. Il premier si è infatti spaventato delle analisi fosche del ministro Joker e chiede un qualche prodigio. Per ora il Parlamento, in tre letture a volo d’uccello, è costretto a varare uno strumento di emergenza, che però è anche un atto di ipocrisia politica. Tremonti giustifica infatti le misure di emergenza parlando del temporale che si sta per abbattere sull’economia mondiale, ma nello stesso tempo vara norme che avranno valore per tre anni. Una contraddizione in termini: siamo alla programmazione d’emergenza, senza una vera politica economica. L’ultima vera politica economica, come ha ricordato Giorgio Ruffolo, è stata quella di Andreatta (1982). Con Tremonti e Brunetta il danno e la beffa.

Come ha spiegato Guglielmo Epifani in una recente intervista, questa “manovra” impone sacrifici indiscriminati ai soliti noti, ed è soprattutto depressiva per l’economia. Anche le misure da talk show appaiono per quello che sono. Misure compassionevoli che non aiuteranno le fasce deboli della popolazione. Basti pensare che rispetto all’inflazione che galoppa al 4% i pensionati avranno un “aumento” dell’1,6%, mentre tutti gli altri redditi da lavoro sono fermi, se non addirittura tagliati come nel caso degli statali; la social card alimentare sarà una presa in giro che tra l’altro non sarà più finanziata dai petrolieri come aveva annunciato pomposamente il ministro dell’economia. Tremonti ringhia solo nei libri, ma poi non sa combattere contro lobby potenti come quelle dei petrolieri e delle banche. E’ invece un artista nel taglio dei posti di lavoro nelle scuole e nella riduzione degli stipendi degli insegnanti, mentre la sua collega, “prima della classe” , Gelmini reintroduce la bocciatura per la condotta e i grembiuli obbligatori.

L’ipocrisia della manovra e in generale della politica del quarto governo Berlusconi si manifesta in tutti i campi: dalla sanità alla sicurezza, terreno minato dove si stanno umiliando i poliziotti mentre si schierano i militari nelle città in stile cileno. Senza parlare poi della scandalosa questione dei precari e dell’assegno sociale. Non solo le misure sono incostituzionali, come ha ricordato il segretario confederale Fammoni, che chiede il rispetto di tutti gli accordi già siglati sui precari (le Poste per esempio, ma anche la Rai). Ma si tratta anche di misure esemplari: legare l’assegno sociale ai dieci anni di lavoro obbligatorio significa cancellare l’unica vera misura da Stato sociale che era rimasta in Italia. E poi ci sono i tagli odiosi all’editoria. Con la decisione del governo di tagliare 83 milioni di euro al Fondo per l’editoria e abolire il diritto soggettivo delle testate giornalistiche cooperative e politiche si colpisce la libertà di stampa e si mette a rischio la vita di molti giornali dell’opposizione. Più che un governo del “libertà”, questo è un governo in divisa.

(www.rassegna.it, 5 agosto 2008)

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