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Bolzaneto e Diaz

La lista
di condannati
e imputati

 

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20/7/2001
Gli scontri con le forze dell'ordine

 

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20/7/2001
L'uccisione
di Carlo Giuliani

 

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22/7/2001
L'irruzione
nella scuola Diaz

 

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Indice

immagine di Buridda, licenza creative commons

Genova G8, Bolzaneto e Diaz
La lista di condannati e imputati

The Bloody battle of Genoa: questo il titolo di un reportage pubblicato dal Guardian (leggilo) nel quale il giornalista Nick Davies ricostruisce le violenze commesse dagli agenti di polizia nella scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto, sette anni fa durante il G8 di Genova. Il resoconto di un massacro: pestaggi e torture accompagnati da un sottofondo di slogan fascisti, inni a Mussolini e Pinochet. Vale davvero la pena di leggerlo, questo lungo reportage che resoconta vertebre schiacciate, dita pestate, sangue versato su mura e pareti, umiliazioni inferte su persone inermi (e incolpevoli). Una lettura che procura sofferenza ma aiuta a non rimuovere quanto accadde in quei giorni. E non è un caso che sia stato scritto da un giornalista britannico: forse solo chi ci guarda da fuori può raccontare chi siamo davvero, senza vergogna né falsi pudori. E Davies non ha dubbi: quella di Genova - scrive - "è una storia di fascismo. Circolano molte voci che poliziotti, carabinieri e personale penitenziario appartenessero a gruppi fascisti". Anche se - ammette il giornalista - "non ci sono le prove...".

Intanto i processi vanno avanti. E' del 14 luglio scorso la sentenza in primo grado per le violenze commesse a Bolzaneto (dove furono portati i giovani no global prelevati la notte del 21 luglio alla scuola Diaz, insieme ai manifestanti fermati durante due giorni di proteste). Il tribunale di Genova ha condannato 15 persone a pene tra i 5 mesi e i 5 anni. Altri 30 imputati sono stati assolti. Nessuno di loro sconterà un solo giorno di carcere perché i reati cadranno in prescrizione. Sebbene siano state commesse torture a Bolzaneto, nessuno è stato condannato per quello: il nostro codice penale non prevede il reato.

Il processo per l'irruzione e i pestaggi della scuola Diaz, invece, produrrà una sentenza in autunno. I pm hanno chiesto 28 condanne e una assoluzione nei confronti dei poliziotti imputati.

Pubblichiamo la lista dei condannati di Bolzaneto e degli imputati al processo Diaz. E, a seguire, un commento di Giuliano Giuliani, padre di Carlo, morto a Genova il 20 luglio 2001.
D.O.

I condannati del processo Bolzaneto

 

Gli imputati del processo Diaz

Antonio Biagio Gugliotta

 

Giovanni Luperi, Francesco Gratteri

Alessandro Perugini   Gilberto Caldarozzi, Filippo Ferri
Anna Poggi   Fabio Ciccimarra, Nando Dominici
Daniela Maida   Spartaco Mortola, Carlo Di Sarro
Antonello Gaetano   Massimo Mazzoni, Renzo Cerchi
Matilde Arecco   Davide Di Novi, Vincenzo Canterini
Natale Parisi   Michelangelo Fournier, Angelo Cenni
Mario Turco   Ciro Tucci, Carlo Lucaroni
Paolo Ubaldi   Emiliano Zaccaria, Fabrizio Basili
Massimo Luigi Pigozzi   Fabrizio Ledoti, Pietro Stranieri
Barbara Amadei   Vincenzo Compagnone, Luigi Fazio
Alfredo Incoronato   Massimo Nucera, Maurizio Panzieri
Giuliano Patrizi   Pietro Troiani, Michele Burgio
Giacomo Toccafondi   Salvatore Gava, Alfredo Fabbrocini
Aldo Amenta   Massimiliano Di Bernardini
 

Pene rilevanti
Ma perché solo la polizia?

di Giuliano Giuliani

La sentenza per le efferate violenze praticate su inermi manifestanti nella caserma lager di Bolzaneto, vere e proprie torture non contemplate come tali dal codice penale perché come è noto l’Italia non prevede ancora il reato di tortura, è stata molto criticata. Pene troppo blande (cinque anni al responsabile della caserma, due anni e mezzo a un vice questore e giù a scendere), si è detto; troppi assolti (una trentina fra carabinieri e matricole, appartenenti alla bassa truppa). Le critiche, se pur condivisibili, non hanno tuttavia colto, a mio parere, l’elemento essenziale: per la prima volta, nella storia della Repubblica, appartenenti al quadro intermedio delle forze dell’ordine sono stati condannati per reati commessi nell’esercizio della funzione di ordine pubblico. Non è poco.

Pochi giorni dopo la sentenza su Bolzaneto, i PM hanno concluso la requisitoria per la “macelleria messicana” alla scuola Diaz. E’ bene ricordare che la terminologia fu introdotta durante un’udienza dal vice questore Michelangelo Fournier, presente allora sul posto, che alcuni anni dopo fu colto da una specie di rimorso per aver coperto la medesima “macelleria” per spirito di corpo (cioè per omertà). “Macelleria messicana” ha opportunamente sostituito la “perquisizione legittima”, espressione con la quale si sono dilettati a lungo (qualcuno lo fa ancora) i peggiori cialtroni del centrodestra e i massimi responsabili delle forze dell’ordine. La requisitoria del PM Enrico Zucca si concluse con una considerazione di altissimo profilo: portare due molotov all’interno della scuola (come fecero, non certo per decisione loro, un ispettore e un agente di polizia), per incolpare di terrorismo quelli che nella scuola dormivano, è più grave che lanciarle. E’ rilevante, a mio parere, il grado degli individui per i quali sono state chieste le condanne. Se si escludono l’allora capo della polizia De Gennaro (che dopo aver trascorso alcuni mesi sulla spazzatura campana è stato recentemente nominato al vertice del raggruppamento dei servizi), l’attuale capo Manganelli (allora vice e in vacanza), il superpoliziotto La Barbera (che morì nel 2002), la richiesta di condanna ha coinvolto tutto il massimo livello di direzione della polizia di Stato: Luperi, Gratteri, Calderozzi. Cioè coloro che erano all’esterno della scuola mentre i macellai si esercitavano all’interno mettendo a frutto l’addestramento, e che immagini impietose mostrano mentre si gingillano con il sacchetto azzurro contenente le molotov.

Qui mi tocca aprire una parentesi. La copiosa documentazione sull’assalto poliziesco alla Diaz ha dimostrato la falsità delle argomentazioni portate a giustificazione della macelleria: accoltellamenti di agenti, sassate alle volanti e altre sciocchezze del genere. Non credo possano ancora esistere dubbi sul fatto che l’operazione fu ideata e messa in atto per consentire ai massimi responsabili dell’ordine pubblico di recuperare la credibilità che gli avvenimenti di venerdì 20 e sabato 21 luglio avevano distrutto. Che questo recupero potesse consistere nel mettere le mani sugli organizzatori delle manifestazioni di quei giorni (pensavano di trovarci quelli, nella scuola) dimostra ancora una volta la totale estraneità alle regole della democrazia. I fatti sono questi. Alle 16 e 45 di sabato 21 luglio (quando ormai pestati e illesi stavano facendo ritorno a casa) arriva a Genova proprio il prefetto La Barbera, che assume, ovviamente in nome e per conto di De Gennaro, la direzione delle operazioni, esautorando di fatto il gruppo dirigente esistente. E a Genova, dopo quell’ora, di significativo succede soltanto la Diaz. In una successiva udienza in Tribunale, l’allora questore Colucci, che aveva dichiarato che De Gennaro era a conoscenza della perquisizione, operò una conversione ad U, che ha probabilmente garantito allo stesso una promozione ma anche una accusa a De Gennaro di istigazione alla falsa testimonianza. Il tutto è provato da una telefonata registrata nella quale Colucci si complimenta con se stesso per aver saputo eseguire alla perfezione gli ordini del capo e essersi rimangiato le precedenti dichiarazioni.

La requisitoria dei PM sulle brutalità alla Diaz si è conclusa con la richiesta di condanne fino a cinque anni. Non è poco. Anzi, è molto, per le ragioni già dette a proposito della sentenza su Bolzaneto. E tutto sommato possono essere ininfluenti le considerazioni che nessuno sconterà neppure un giorno di galera, anche se se le richieste dovessero essere accolte dal tribunale, e che la richiesta di condanna è conseguentemente del tutto formale. Lo sapevamo già, ci sono la prescrizione, l’indulto e gli effetti delle tante leggi vergogna ad personam. Ma in questo caso la forma è sostanza.

Resta una questione a parer mio grande come una montagna. A Bolzaneto e alla Diaz condanne e richieste riguardano esclusivamente forze di polizia. E i reparti speciali dei carabinieri? Neanche un buffetto sulla guancia? E’ possibile che esista un pezzo dello Stato che, qualunque cosa faccia, è ritenuto intoccabile? Che i suoi comportamenti siano considerati insindacabili? Io penso che questo sia davvero un problema che attiene alla democrazia del Paese. A Genova, venerdì 20 luglio, nelle strade e anche nella caserma del Forte San Giuliano, dove trascorrono diverse ore esponenti di AN e l’attuale terza carica dello Stato, accadono fatti e si esplicitano comportamenti che nulla hanno da invidiare a quelli tenuti dai reparti mobili della PS, anzi in molti casi sono addirittura peggiori. E non mi riferisco solo all’assassinio di Carlo. Basta citare il fatto che oltre ai due colpi sparati in piazza Alimonda ce ne sono stati almeno altri quindici nelle strade (lo hanno dichiarato i comandi).

L’attacco violento e del tutto ingiustificato al corteo autorizzato di via Tolemaide (che è all’origine dei fatti più gravi di quella giornata), la inqualificabile trappola preparata in piazza Alimonda, il tentativo di imbrogliare le carte con la storia della pietra (l’unica pietra vera è quella con la quale un carabiniere spacca la fronte di Carlo agonizzante), non sono frutto di impreparazione e disorganizzazione. Se ci sono nei reparti alcuni sprovveduti reclutati da pochi mesi, il gruppo di comando è considerato, se il termine non offende la logica, di eccellenza. Ufficiali che comandavano già un reparto a Mogadiscio, nel ’94, quando furono uccisi Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, e che dopo la “guerra umanitaria” in Somalia hanno partecipato alla “esportazione di democrazia” in Iraq, passando attraverso formative esperienze in Kossovo. Allora? A quando l’apertura di procedimenti per i fatti di strada?

Non esiste sicurezza se non c’è certezza di diritti. Uno dei primi diritti è quello alla verità.

(www.rassegna.it, 4 agosto 2008)