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“In fabbrica”
di Francesca Comencini

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Docufilm /  “In fabbrica” di Francesca Comencini

Blue collar pride

 

In una narrazione di altissima qualità, il lavoro industriale nel nostro paese dal secondo dopoguerra a oggi

 

di Fernando Liuzzi

Giovedì 14 febbraio, dopo cena, cercate di tenervi liberi. Soprattutto, cercate di avere un televisore a portata di mano. Raitre trasmetterà In fabbrica, un documentario di Francesca Comencini. Una produzione Rai Cinema, di cui la Rai dovrebbe andare orgogliosa, e che sarà però confinata in seconda serata. Ma meglio tardi che niente. In fabbrica è un film di montaggio, costruito con un’attenta e felicissima scelta di materiali di archivio tratti da inchieste cinegiornalistiche o televisive realizzate tra gli anni cinquanta e gli anni ottanta. Con l’aggiunta di sette interviste originali – a due lavoratrici e cinque lavoratori – girate nel 2007 alla Brembo, nota fabbrica di sistemi di frenaggio sita in provincia di Bergamo.

Espressioni come documentario o film di montaggio non traggano però in inganno. Nel senso che non si tratta, necessariamente, di forme di cinematografia minore. Al contrario, il lavoro di Francesca Comencini (premio Cipputi al Torino Film Festival, novembre 2007) mostra in tutta evidenza che quello del documentario è un genere cinematografico che può avere la stessa dignità di qualsiasi altro genere. Il suo linguaggio è pienamente filmico. Solo che, invece di mettere in scena un intreccio animato da personaggi interpretati da attori, il documentario racconta una storia vera, ricostruita attraverso immagini non girate su un set ma riprese nella realtà quotidiana.

Ecco dunque: In fabbrica racconta la vicenda del lavoro industriale in Italia dal secondo dopoguerra a oggi. Sessanta anni di storia sociale del nostro paese racchiusi in un’ora e mezzo di spettacolo di altissima qualità. C’è da chiedersi come abbiano fatto, Francesca Comencini e i suoi collaboratori, a raggiungere un simile risultato. Sicuramente, ore e ore di ricerca nelle Teche Rai e in altri archivi audiovisivi. Una grande capacità di selezione. Un montaggio improntato alla ricerca di un ritmo giusto – mai lento, mai impaziente – e comunque rispettoso, assieme, della dignità dei materiali utilizzati e della capacità di assorbimento dello spettatore. Una colonna sonora non banale, allo stesso tempo discreta e coinvolgente. Un parlato fuori campo semplice e sobrio. Tutto vero. Ma un tutto che sarebbe stato poco più di niente senza una scrittura forte e decisa. Insomma, senza una prospettiva storica definita.

Un gruppo di lavoratori entra in fabbrica: è questa la scena di apertura, girata negli anni cinquanta, del film della Comencini. Seguono riprese o interviste effettuate all’interno di un’azienda siderurgica; nelle vie, e poi nelle campagne, di qualche paese del Sud; nella mensa di un’azienda del Nord. Sono gli anni delle grandi migrazioni interne: dal Sud al Nord, dalla campagna verso la città, dall’agricoltura all’industria. Sono i duri anni cinquanta, cui seguono gli anni sessanta – crescita dei consumi, nessun problema nelle assunzioni – fino all’esplosione della lotta operaia nell’autunno caldo del ’69. Poi il lato positivo degli anni 70, in cui la centralità del lavoro – sociale e politica – è la proiezione esterna dei rapporti mutati all’interno della fabbrica e della volontà operaia di assumere un ruolo non subordinato nel processo produttivo. Poi la sconfitta subita nella lotta dei 35 giorni alla Fiat e il velo di oblio che torna a rendere gli operai invisibili. Fino alle interviste girate l’anno scorso in una fabbrica dei nostri giorni che ci consentono di misurare, con l’occhio fresco della regista, quanto siano cambiati gli ambienti di lavoro e i lavoratori stessi.

Cose note, si dirà. È vero. Ma un conto è dirle o scriverle, altro conto è farle vedere. In fabbrica è riuscito proprio in questo: a farci rivedere – o a far vedere per la prima volta ai più giovani – come l’Italia si sia trasformata, in poco più di mezzo secolo, da paese povero – in cui le vecchie contadine del Sud potevano apparire ancora immerse in un’atmosfera arcaica, mitico-magica – a grande paese industriale dotato di un apparato produttivo tecnologicamente avanzato e già compiutamente postfordista. Al centro di tutto non la solita inconcludente solfa sul valore del lavoro, ma il lavoro umano, quello vero. O per dir meglio, il rapporto tra i lavoratori dell’industria e il proprio lavoro. Una love story, fatta di amore per un’attività cui vengono affidate le proprie speranze di emancipazione dalla miseria e dall’arretratezza, di progresso e di ascesa sociale, e insomma la volontà di procurarsi un reddito sicuro, una vita dignitosa e, soprattutto, un ruolo sociale positivo e utile per sé e per tutti. Un’ultima osservazione: tolti i misurati interventi delle voci fuori campo inserite dagli autori – didascalie sonore di raccordo tra una scena e l’altra – e tolte le voci originali degli intervistatori contenute nei materiali utilizzati, le voci presenti nel film di Francesca Comencini sono solo quelle dei lavoratori che si raccontano in prima persona. Unica eccezione, un comizio volante di Bruno Trentin davanti ai cancelli di Mirafiori.

(www.rassegna.it, 8 febbraio 2008)

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