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Quanti reati, quanti poliziotti?
L’unico modo per tentare di dare una risposta a
queste domande è affidarsi ai dati relativi al numero di crimini
concretamente commessi ogni anno in Italia. Ebbene, le uniche cifre
ufficiali in circolazione, quelle del ministero dell’Interno,
sembrano contraddire l’allarme sicurezza che si è diffuso negli
ultimi tempi: dati alla mano, il nostro sembrerebbe un paese ben più
sicuro di quanto non appaia e sicuramente meno pericoloso di quanto
non fosse 15 anni fa. Tutti i reati, ad eccezione del furto di
motocicli, sono infatti in calo e per alcuni, come l’omicidio, la
diminuzione è piuttosto vistosa. Nel 2006, ultimo anno per il quale
si dispone di dati definitivi, gli omicidi sono stati 621, 393 in
meno rispetto al 1995, e addirittura 1.280 in meno rispetto al 1991.
In appena tre lustri, insomma, gli assassinii in Italia si sono
ridotti a un terzo.
Significativo è il caso di Napoli, la città che
nell’immaginario collettivo appare come la più pericolosa d’Italia:
all’ombra del Vesuvio il tasso di omicidi ogni 100 mila abitanti è
passato dal 9,1 del 1990 al 3,3 del 2006. Sul territorio nazionale
non solo sono diminuite le morti violente, ma anche il numero degli
scippi risulta in calo: nel 2006 si è registrato un tasso di 37
borseggi ogni 100 mila abitanti, il più basso degli ultimi 30 anni.
Stesso discorso va fatto per i furti in appartamento che fanno
registrare una diminuzione del 41 per cento tra il 1999 e il 2006.
Per quanto riguarda gli immigrati, invece, il rapporto conferma che
l’incidenza degli stranieri che commettono reati sul nostro suolo è
decisamente più alta dell’incidenza degli stranieri residenti in
Italia. Nel 1988 gli immigrati in Italia rappresentavano lo 0,8 per
cento della popolazione, mentre gli arrestati erano il 6 per cento.
Nel 2006 il divario è aumentato dal 5 al 33 per cento. Come dire che
se gli stranieri in Italia sono 1 ogni 20 italiani, quelli che
finiscono in prigione sono invece 1 ogni 3 nativi. I reati per cui
gli stranieri vanno in carcere, inoltre, sono borseggio, rapina,
furto in abitazione e rapina in strada, ovvero quei reati che, pur
non essendo gravissimi, risvegliano il rancore dei cittadini e
l’insicurezza sociale.
Per quanto riguarda queste cifre, bisogna
comunque tener conto che sono soprattutto gli immigrati irregolari a
delinquere, mentre i regolari hanno indici di criminalità simili a
quelli degli italiani. Se la paura dell’immigrato trova dunque
almeno una parziale e incompleta giustificazione nei dati ufficiali,
per quanto riguarda l’organico delle forze dell’ordine le cifre
sembrano invece “smontare” ulteriormente l’allarme sicurezza
lanciato dal governo. Non è affatto vero, come sostiene Berlusconi,
che in Italia esiste una preoccupante carenza di poliziotti. Tra i
grandi paesi europei, il nostro è quello che sulla carta ha il
maggior numero di addetti con compiti di polizia. I dati provengono
dall’indagine Onu sul crimine del 2004 (The Eighth United Nations
Survey on Crime Trends and the Operations of Criminal Justice
Systems): per ogni 100 mila abitanti, in Italia ci sono circa 559
agenti, in Francia ce ne sono solo 210, in Germania 294, in Gran
Bretagna 259.
Insicurezza percepita
Eppure, nonostante queste cifre, negli ultimi
anni la percezione del pericolo dei cittadini italiani è cresciuta
in maniera esponenziale. Siamo diventati uno dei paesi più
sospettosi d’Europa. In base alle indagini dell’Eurobarometro
relative al 2005, infatti, il 58,7 per cento degli italiani
considera la criminalità una questione rilevante, un dato tra i più
alti in Europa. Il 33 per cento, inoltre, sceglie la criminalità
come problema “numero uno”, a fronte di un 29 per cento che indica
l’inflazione e a un 27 per cento che si preoccupa della
disoccupazione.
Tra l’altro il senso di incertezza sembrerebbe
non rispondere in modo diretto alle statistiche giudiziarie: secondo
una ricerca dell’Istat, presente nel rapporto “100 statistiche per
il paese”, i reati che destano più allarme sono il furto in
appartamento e quello di automobili, malgrado la curva di questi due
crimini segni una netta diminuzione sia nel medio che nel lungo
periodo. Non è un caso, dunque, se le angosce degli italiani si
addensano soprattutto nelle regioni del Nord, anche se il maggior
numero dei reati vengono invece consumati nel Meridione. Nel 2005,
in Italia, ci sono stati 10,3 omicidi ogni mille abitanti, contro
una media europea di 14 omicidi, e 2,5 milioni di delitti
denunciati. Eppure anche i paesi in cui la media di delitti è ben
più alta della nostra registrano una percezione del pericolo
inferiore a quella degli italiani. Certo, questi dati risentono
delle notevoli differenze esistenti tra i sistemi penali e
giudiziari europei e della propensione a denunciare o meno i reati,
soprattutto di lieve entità, ma quella italiana resta comunque
un’anomalia: la “forchetta” tra sicurezza reale e sicurezza
percepita appare fin troppo ampia.
Il ruolo dell’informazione
Non è un caso, dunque, se l’Istat consiglia di
distinguere tra la componente oggettiva dell’insicurezza,
rappresentata da comportamenti antisociali o delittuosi, e una
soggettiva, costituita dalla percezione dell’allarme sociale da
parte della popolazione, e indica l’informazione come uno dei
fattori che potrebbero aver contribuito a distanziare ulteriormente
queste due componenti. La criminalità e l’immigrazione, in effetti,
ricoprono sempre più una dimensione importante nell’economia
dell’informazione italiana, soprattutto di quella televisiva.
Secondo Mario Morcellini, preside della Facoltà di Scienze della
Comunicazione di Roma e uno dei massimi esperti italiani di
televisione e industria culturale, “quello che è successo in Italia
ha dell’inquietante: abbiamo visto un Paese che non è certo alla
guerra civile, descritto dai media in modo caricaturale.
L’informazione italiana ha prodotto l’immagine di un stato in preda
alle invasioni barbariche, pieno di immigrati, unici responsabili
del male che ci affligge. Mentre è evidente che gli stranieri in
Italia sono ancora pochi rispetto alla media europea e che il male
si trova soprattutto nel nostro sistema visivo. Questa è una delle
prove più lampanti dell’inadeguatezza culturale del sistema
informativo italiano”.
Anche in questo caso ci sono alcuni notevoli
dati oggettivi ai quali fare riferimento. Il Centro d’ascolto
dell’informazione radiotelevisiva, per intenderci il laboratorio di
analisi dei mass-media gestito dai Radicali, ha condotto una
ricerca dettagliata sulla presenza della criminalità nelle
principali edizioni dei telegiornali italiani degli ultimi 5 anni. I
risultati che raccolgono sono eclatanti: le notizie di cronaca nera,
cronaca giudiziaria e criminalità organizzata risultano raddoppiate,
se non addirittura triplicate, in pochi anni, passando dal 10,4 per
cento dell’intera durata dei tg nel 2003, al 23,7 per cento in
quelli del 2007. Questa proliferazione del crimine in tv, tra
l’altro, non conosce confini. Coinvolge tanto la Rai quanto Mediaset
e La7 e, nell’ultimo periodo analizzato, sembra addirittura
inarrestabile. Mentre nel periodo 2003-2005, infatti, la
rappresentazione di eventi criminosi si è mantenuta sostanzialmente
costante, a partire dal 2006 si è registrata una vera e propria
esplosione del tempo dedicato a omicidi e affini, con un ulteriore
aumento nel corso del 2007. Così, nel 2006, in 3 delle 7 testate
rilevate (Tg2, Tg5 e Studio Aperto), la cronaca nera è stato
l’argomento più in vista, addirittura prima della cronaca politica,
mentre nel 2007 oltre 200 volte i fatti di cronaca nera sono stati
l’argomento di punta, quello che ha “aperto” i telegiornali.
Secondo Morcellini, però. “il problema non riguarda solamente le
televisioni ma anche tutti i giornali, tanto di destra quanto di
sinistra, che hanno cooperato alla costruzione di quella che io
chiamo “la gigantografia della cronaca nera”. Rispetto alla
criminalità, infatti, tranne le testate economiche, nessuno è
riuscito a trovare un’autonomia di racconto: tutti hanno cooperato,
con le stesse modalità, alla creazione di questo clima collettivo”.
Si tenga conto, però, che le edizioni dei Tg esaminati in questa
analisi del Centro d’ascolto sono quelle maggiormente seguite dai
telespettatori italiani, con dati di ascolto degni dei programmi più
visti, e che in un anno corrispondono a circa 5.100 singole edizioni
per oltre 2500 ore di programmazione. Dati alla mano, insomma, il
dubbio che il sistema informativo italiano e in particolare le
televisioni abbiano contribuito a infondere un certo senso di
insicurezza degli italiani non appare del tutto infondato. |