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Un contratto di leasing può comportare subordinazione

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Un contratto di leasing può comportare subordinazione

 

di Guido Canestri

Con una recente pronuncia (Cass. 22 aprile 2008, n. 10345), la Corte di Cassazione ha affermato che un contratto con locazione finanziaria dell’autoveicolo può comportare l’instaurazione di un rapporto di lavoro subordinato. Una società esercente attività di trasporto di merci ha concesso ad alcuni autisti, in leasing, con diritto di riscatto, alcuni autoveicoli di sua proprietà. Gli autisti si sono contestualmente obbligati a eseguire trasporti esclusivamente per la società in questione e hanno a ciò provveduto per alcuni anni. L’Inps, dopo aver svolto un’ispezione, ha chiesto all’azienda il pagamento dei contributi previdenziali sui compensi corrisposti agli autisti, sostenendo che questi avevano di fatto lavorato in condizioni di subordinazione. L’azienda ha impugnato il verbale d’accertamento avanti il tribunale, sostenendo che gli autisti avevano prestato la loro opera come lavoratori autonomi. Il tribunale ha accolto la domanda. Questa decisione è stata riformata dallaCorte d’appello, che ha affermato il diritto dell’istituto di previdenza a percepire i contributi, in quanto doveva ritenersi l’esistenza di rapporti di lavoro subordinato.

Questo per più motivi: a) i lavoratori erano obbligati a eseguire i servizi di trasporto in esclusiva per la società, nonché a osservare i tempi di consegna stabiliti dall’azienda; b) era vietata la sublocazione del mezzo e lo stesso doveva essere guidato esclusivamente dal lavoratore contraente; c) dei danni arrecati alle merci rispondeva verso i clienti esclusivamente la società; d) il bollo e l’assicurazione degli automezzi era a carico della società; e) questa si riservava il diritto di dettare disposizioni generali sull’esecuzione dei servizi; f) i lavoratori erano tenuti a dare una disponibilità di 24 ore su 24 e, in caso contrario, incorrevano nella conseguenza di non vedersi più affidato per un certo tempo alcun trasporto. Da questo complesso di elementi, il giudice d’appello ha tratto il convincimento che l’autonomia era solo apparente, perché i lavoratori dovevano tenersi a disposizione della società e, se chiamati, rispondere positivamente alla richiesta, dato che non potevano eseguire trasporti per terzi e che, in caso di rifiuto, subivano l’informale sanzione di non venire contattati per un certo periodo, con perdita di guadagno.

Questi elementi di fatto sono stati ritenuti dalla Corte territoriale prevalenti rispetto a quelli di segno opposto prospettati dalla società e accolti dal primo giudice (nomen iuris, mancanza di direttive specifiche e di effettivo potere disciplinare, modalità della retribuzione, pagamento di un canone di locazione). L’azienda ha proposto ricorso per cassazione, censurando la decisione della Corte d’appello per vizi di motivazione e violazione di legge. La Suprema Corte ha rigettato la domanda, in quanto ha ritenuto che le valutazioni del giudice d’appello erano state congruamente motivate. Ai fini della distinzione tra lavoro subordinato e autonomo, ha affermato la Corte, non si può comunque prescindere dalla volontà delle parti contraenti e sotto questo profilo va tenuto presente il nomen iuris utilizzato, il quale però non ha mai un rilievo assorbente, poiché deve tenersi conto, sul piano dell’interpretazione della volontà delle parti, del comportamento complessivo delle stesse, anche posteriore alla conclusione del contratto, con la conseguenza che in caso di contrasto tra dati formali e fattuali relativi alle modalità della prestazione, occorre dare prevalenza ai secondi. 

 

(www.rassegna.it, giugno 2008)

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