CARTE VATICANE

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Se la Chiesa incalza il governo

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Rifiuti, salari, sicurezza

Se la Chiesa incalza il governo

di Frank Barretti

La Chiesa al tempo di super-Silvio. E della débacle almeno temporanea della sinistra conflittuale. E della nascita non indolore del partito Democratico che l’Avvenire di Ruini si affretta a definire “prodotto vecchio” perché percepito “ ancora troppo di sinistra”. E della dispersione della “squadra Ruini”, in vari dicasteri e mansioni, ora che Sua Eminenza si accinge a lasciare la carica più prestigiosa di Vicario del Papa. E poi il dibattito aperto da quell’indiscreto, irriducibile Massimo D’Alema che si permette di ammonire Santa Romana Chiesa a svincolarsi dall’abbraccio soffocante della (nuova?) destra imperante nello Stivale. E poi l’ineludibile tematica dei “valori non negoziabili”, qui e adesso, nella configurazione del panorama politico uscito dal 13 aprile. Insomma l’occasione, imposta dallo sviluppo degli eventi, per far capire, e capire, gli orientamenti che vanno prendendo piede nei Palazzi al di là del Tevere.

Compito demandato non al consiglio direttivo della Conferenza episcopale ma all’assemblea plenaria dei vescovi, dove opinioni, nuances, differenziazioni potranno emergere. Se ce ne saranno. Il metodo scelto dal presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco, è quello dei due tempi, o meglio delle due velocità: rapidità nell’affrontare le emergenze del Paese, e non sono poche; lentezza e ponderazione per tutti i temi sensibili proposti dalla morale cattolica, dalla vita nascente a tutta la bioetica. Adesso che la campagna elettorale è finita, e che la stagione delle promesse deve considerarsi chiusa, Bagnasco intende “insistere sul fattore tempo che, anche moralmente, è un elemento decisivo in ordine a una politica buona: ci sono lungaggini e palleggiamenti che, oltre ad essere irrazionali e autolesionistici, offendono i cittadini in attesa di una risposta in ordine ai beni che sono essenziali alla vita e alla dignità umana”. E scende alla cronaca di questi giorni: “Oltre al problema gravissimo e urgente dei rifiuti urbani della Campania, per la cui soluzione all’intervento delle pubbliche autorità deve corrispondere la responsabile collaborazione delle popolazioni, una serie di attese si apposta sul fronte degli stipendi e delle pensioni, per una difesa reale del potere di acquisto”. Un’altra serie di attese “riguarda la famiglia: dall’emergenza abitativa alle inziative a sostegno della maternità”. A Bagnasco piace, poi, “l’iniziativa ‘Un fisco a misura di famiglia’”, enunciata dalla maggioranza di governo ma presente, con accentuazioni diverse, anche nelle proposte dell’opposizione. Si spiega meglio, Bagnasco, per non trovarsi troppo esposto “solo” sul versante sociale. “Se in questo ambito chiediamo che si sviluppi una vera e larga premura, in quello confinante della bioetica auspichiamo una complessiva cautela”. Il riferimento è alle linee guida per l’attuazione della legge 40 varate dall’ex ministro Livia Turco, bollato come “un provvedimento che comporta oggettivamente il rischio di promuovere una mentalità eugenetica, inaccettabile ieri al pari di oggi”. Parole dure che suonano come un richiamo a Palazzo Chigi a ristabilire la versione originale della legge, così come uscì dal Parlamento dietro le pressioni di Ruini, e successivamente dall’esito referendario.

Sotto questo profilo, Bagnasco non nutre dubbi su un rapido riallineamento di Palazzo Chigi. Assai meno ottimista appare quando passa in rassegna la problematica dell’immigrazione e gli aspetti collegati alla sicurezza. Ciò che serve, sostiene il presidente della Cei, è “un patto di cittadinanza che, mettendo in chiaro diritti e doveri, non ricerchi scorciatoie illusorie” : allusione appena cifrata al pugno di ferro annunciato dal governo. Quanto al formarsi di “enclave destinate agli immigrati”, esse in un “primo momento potrebbero apparire una soluzione emergenziale” ma con il rischio “di diventare presto dei ghetti non tollerabili”. Più in generale “i pubblici poteri devono dare risposte calibrate ed efficaci sul crescente bisogno di sicurezza dei cittadini, emerso anche in campagna elettorale”. Lo sfondo complessivo proposto dalla Chiesa è che, adesso, “al di là di quelle che sono state le specificazioni del voto, ci si attende un periodo di operosa stabilità al quale costruttivamente partecipino tutte le forze politiche, nei ruoli loro assegnati”. Speranze, verrebbe da dire, e non assegni in bianco concessi sia al governo che all’opposizione dialogante. La denuncia di “lungaggini e palleggiamenti”, già presenti in scena, resta sospesa sul tutto, ondeggiante e disponibile a cadere sull’una e sull’altra parte. Si sa che, sul versante vaticano, la luna di miele del Cavaliere è assai meno visibile rispetto ad altre situazioni. Lo si ricava dal gran equilibrio diplomatico esibito da Bagnasco. Come che sia la Chiesa non starà certo zitta. In che modo e con quale intensità si vedrà presto. Emergenze e crisi-Italia sono cose vere.

Ha colpito il dibattito apertosi altrove e per altri versi,con una qualche assonanza con i temi sviluppati dal capo dei vescovi. Massimo D’Alema, al seminario di ItalianiEuropei, aveva chiesto in certo modo alla Chiesa di non cedere alla tentazione del potere “finendo per ledere la laicità dello Stato”. Ciò che D’Alema teme è in realtà un patto più o meno esplicito tra Vaticano e destra politica; dichiarandosi però favorevole non “alla religione che prende forma di fondamentalismo” ma “alla rinascita del sentimento religioso come conttributo al pluralismo della società”. In questo senso aveva affermato che “la laicità dello Stato non è affatto incompatibile con la prudenza di un sentimento religioso”. Su D’Alema si erano subito abbattute le riserve dei teodem e di altri esponenti del Partito Democratico: l’accusa è quella di “vetero marxismo”. Anche Bagnasco è sembrato impegnato in qualche in una replica indiretta, laddove nel suo discorso ricorda che “partecipare in nome del Vangelo al dibattito pubblico, portare serenamente il proprio contributo nella formazione degli orientamenti politico-legislativi, accettando sempre le decisioni della maggioranza: ecco ciò che non può mai essere scambiato per una minaccia alla laicità dello Stato”. Il che fa pensare a una questione di metodo più che di sostanza.

Certamente “di sostanza” è la conclusione della vicenda Ruini come Vicario di Sua Santità. Il passo d’addio è davvero arrivato per una personalità che, negli ultimi venti anni, ha lasciato tracce non secondarie nella vita della Chiesa e della società italiana. A 77 anni, il cardinale Camillo Ruini, fine intellettuale con scoperte propensioni per la politica, chiuderà a fine giugno un ciclo, iniziatosi sotto papa Wojtyla, che ha caratterizzato la Chiesa italiana come forza sociale sempre più imprescindibile. L’uscita dagli organigrammi del Vaticano segnerà anche lo scioglimento della squadra che più strettamente ha con lui collaborato. Il segretario generale della Cei, Giuseppe Betori, anch’egli in buoni rapporti con il mondo della politica, è destinato a Firenze, come arcivescovo in sostituzione del cardinale Ennio Antonelli; questi destinato a presiedere un ufficio della Curia Romana che crescerà di peso, il Consiglio per la famiglia. Al posto di Betori arriverà Arrigo Miglio, oggi vescovo di Ivrea. Poi c’è una nuova destinazione per il rettore della Lateranense, Rino Fisichella, che Ruini aveva trasformato in una sorta di Cappellano di Montecitorio. Fisichella andrà alla segreteria della Congregazione per il culto, al posto dell’africano cardinale Francis Arinze che ha superato l’età della pensione. Alla fine della fiera, come si dice, tutti i ruiniani saranno estromessi dal governo della Chiesa d’Italia. Come da annuncio, e da programma, il controllo sugli “affari italiani” si accentrerà nelle mani del segretario di Stato, cardinale Bertone.

(www.rassegna.it, 27 maggio 2008)

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