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Campagna elettorale
e partiti

Ma anche
la Chiesa
a suo modo
scende in campo

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Campagna elettorale e partiti

Ma anche la Chiesa a suo modo
scende in campo

di Frank Barretti

Il Vaticano fa sapere che non intende prendere posizione sulla crisi di governo e sulla crisi italiana in generale. I vaticanisti ci spiegano che, “tuttavia”, c’è grande attenzione alle politiche del Bel Paese. Noi non ce ne eravamo accorti. Anzi, ci apprestavamo a lamentarci di tanto ostentato silenzio. “Tuttavia” siamo pronti a prendere atto della nuova situazione. E a renderne debitamente conto, ora che la campagna elettorale è partita a razzo. Con un doveroso flash back, riferito al cardinale Bagnasco nella veste di presidente della Conferenza dei vescovi.
Sua Eminenza, il 25 gennaio, nell’ambito dei lavori del Comitato permanente della Cei, ebbe fieramente a dichiarare: “La Cei non c’entra nulla con la caduta del governo. I vescovi non si occupano di politica ma di valori. E i valori non hanno partito”. Sentore di mani avanti, di scusa non richiesta, insomma di coda di paglia. Tanta sicurezza di parole nell’uomo che, poche ore prima, aveva provveduto a demolire, uno per uno e con inusitata durezza di linguaggio, gli atti di un governo ormai morente, pugnalate finali contro un Prodi in cuor suo già andato. Poche ore dopo la teatrale uscita mastelliana, si ebbe a celiare di un Bagnasco che porta l’olio santo e dell’uomo di Ceppaloni che stacca la flebo. Il caso, le concidenze cronometriche ma casuali, giocano strani scherzi. Tanto più che in piazza San Pietro, al corteo di riparazione per l’affronto della Sapienza al Papa, e ancor prima ai piani alti del Palazzo Apostolico, si sapeva tutto, del già avvenuto e di quello a venire. Sotto gli occhi di un Ruini festante in mezzo ai suoi fedeli.

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Episodio subito assorbito dal precipitare della crisi. Avrebbe meritato, e meriterebbe tuttora, un supplemento di attenzione, per capire meglio il dopo. Quella riunione del vertice della Cei, infatti, segnò anche la finta scomparsa e la contestuale resurrezione vera di un Camillo Ruini, oggi di nuovo al comando, al posto giusto e nel momento più traumatico della infinita transizione italiana (e diciamo pure del malessere che affiora al di là del Tevere ogni qualvolta i fatti italiani rischiano l’ingovernabilità). La Cei, appunto, ha nominato Ruini presidente del Comitato per il Progetto Culturale della stessa assemblea episcopale, carica valida per i prossimi cinque anni. Una sorta di vitalizio ad honorem per l’uomo che dalla basilica di San Giovanni aveva emanato potere religioso e politico negli ultimi venti anni? Nienteaffatto, un vero posto di governo, per l’oggi e per il domani, cui vengono attribuiti, per dire, i molti milioni derivanti dal 30 per cento dell’intero budget della Cei, sostenuto in buona parte dall’otto per mille.
Il bello è che l’inventore di quel progetto, altri non fu che il Ruini medesimo, quando fin dal ’94 prese a concepire un modo più raffinato del rapporto tra Chiesa e società italiana, al fine di riaffermarne la presa e le potenzialità di sviluppo dopo la scomparsa della Democrazia Cristiana. Quella stagione si era conclusa con le leggi sul divorzio e sull’interruzione della gravidanza, una “sconfitta” per la Chiesa, mentre andavano affiorando le nuove domande sui diritti civili e le problematiche della bioetica. Al fondo è sempre esistita una volontà di rivalsa. Se domandate al segretario dela Cei che cosa sia, oggi, il progetto culturale di Ruini, la risposta sarà: “E’ il confronto a tutto campo con la cultura”. Quale cultura? “Non solo quella che si elabora nelle accademie e nei laboratori scientifici, ma la mentalità che plasma la persona”. Una macchina che si vuole poderosa, pervasiva, in grado di penetrare ovunque, adesso che il fronte del pensiero laico viene percepito come estremamente debole, confuso e impaurito.

Quando Ruini mise al mondo il suo neonato, regnava, ancora in buona efficienza, quel Karol Wojtyla cui non piaceva affatto l’aria di chiuso delle sacrestie, e inseguiva la sua Chiesa all’aria aperta, libera naturalmente di incontrare amici e nemici, di scorazzare senza infingimenti nei campi vasti della politica pur ripetendo ad ogni pie’ sospinto che, mai e poi mai, la Chiesa di politica sarebbe vissuta.
A pensarci oggi, l’accoppiata Wojtyla-Ruini fu perfetta e riscosse il successo che meritava. Ma, appunto oggi, che cosa farà Ruini a fronte di Benedetto, il Papa filosofo-teologo-professore, vagamente sedentario ma inflessibile nell’indicare e imporre il suo tesoro di valori non negoziabili? E’ sempre il segretario della Cei, monsignor Betori, a farci sapere che Ruini si impegnerà nella stagione forse più luminosa, sfornerà iniziative qualificate per rendere popolari le riflessioni e le proposte della Chiesa, attorno alle due colonne d’ercole della questione antropologica (cavallo di battaglia di Ruini) e della ricerca della verità (tema fisso di Benedetto XVI). Tutto il resto va con sé: embrioni, procreazione assistita e tutta la bioetica, aborto e riforma (meglio l’abolizione) della legge 194, divorzio breve, scuole cattoliche e loro rafforzamento, ospedali e sanità posseduta o controllata in vari modi dalla Chiesa (il cardinale Angelini, andreottiano e romanista, fu un geniale anticipatore). Tutta roba sulla quale il dibattito, anzi lo scontro, è già caldissimo. Sì, ma Ruini che cosa farà, in concreto? Che posto si ritaglierà? Certo, Bagnasco è Bagnasco, uomo fine, un po’ accademico ma che, all’occorrenza, sa essere assai ruvido; e Prodi ne sa qualcosa. Però il vero uomo forte continuerà ad essere lui, l’eterno, fidato don Camillo che ha i mezzi e le capacità di promuovere e lanciare “le opportune iniziative” e per ciò stesso deputato ai frequenti contatti con il mondo politico. Ecco, la politica sua grande passione. E comunque è il Vicario del Papa per la diocesi-fondamento della cattolicità.

Vero è che questa sua carica sta per scadere, anzi è già scaduta. Ma il suo rapporto fiduciario con Ratzinger (come Vicario sale ai piani alti quando vuole) si è addirittura rafforzato in questi giorni, Ratzinger estasiato per la bella manifestazione di solidarietà in piazza San Pietro, decisa in piena autonomia e in poche ore da questo suo impagabile esecutore. Quanto resisterà il Ruini-Vicario? Per la sua uscita, fisiologica, si era indicato il prossimo giugno, ma l’esplodere della crisi di governo, l’apparire di nuove forze politiche (non solo il PD sul quale nutre una scoperta diffidenza, ma la Rosa Bianca del fido Pezzotta, e la riconoscenza dovuta all’uomo di mano Mastella: che facciamo, lo mettiamo assieme a Casini?), le difficoltà probabili del dopo-voto, tutto ciò sembra consigliare una robusta proroga. Per la successione si sta facendo avanti il “parroco di Monte Citorio”, quel monsignor Fisichella che, quanto a doti politiche e di scaltrezza manovriera, se la batte con lo stesso Ruini. Il tempo in più potrebbe contribuire a saldare un ottimo pacchetto di mischia – Ruini ispiratore, Bagnasco l’ufficialità, Fisichella il futuro, Betori affari correnti – per affrontare una stagione che comunque si annuncia di movimento. Che poi tutto questo piaccia all’insieme della Curia è altro discorso.
Pare di capire che il segretario di Stato, Bertone, sia in possesso di sensibilità diverse. Idem altri titolari di dicasteri. Ma oggi è così. La battaglia elettorale è già aperta e la Chiesa dovrà far sentire, chiara e forte, la sua “voce non politica”.

La Chiesa ruiniana sarà presente ad ogni passo, le associazioni cattoliche batteranno la piazza mediatica tema per tema, gli atei devoti sono già in movimento come indica il giro delle parrocchie Ferrara-Binetti sul tema moratoria aborto, saranno impiegate tecniche americanizzanti (entreranno in ballo anche i telefonini) e para- radicali assolutamente disinvolte, in alcuni casi dichiaratamente attivistiche alla vecchio-Pci (sempre l’Elefantino in primo piano), alcune note, altre in gestazione. Non sarà un battage episodico, questo è ovvio, ma una tappa forse decisiva di una campagna di lunga lena. Le pressioni sono qui e adesso. Da misurare la febbre dell’impegno.
In Spagna i vescovi hanno presentato all’elettorato un decalogo rigido da osservare per i politici e per l’elettorato cattolico. Non è un bell’esempio di laicità e ha portato il Paese sulla soglia dell’incidente diplomatico con la Santa Sede, la protesta di Zapatero si è fatta sentire, civile ma forte. Un decalogo per i politici e l’elettorato cattolico è stato annunciato da Bagnasco anche per l’Italia. Si vedrà e se ne misurerà l’intensità. L’impressione è che Ruini e gli altri si siano convinti di essere di fronte ad interlocutori deboli se non già sconfitti. Non per questo abbasseranno il volume.

Si discute in campo laico se la Chiesa ratzingheriana si mostri forte perché debole o forte perché lo è realmente. L’incidente, gravissimo, nel rapporto con gli ebrei propone un quesito diverso. E’ tempo di ritorni al passato, di messe medioevali, di tagli formali e sostanziali a quanto di apertura aveva portato il Concilio, di ecumenismo stretto e mirato. Aver rispolverato una preghiera che ripropone il proseletismo cattolico nel mondo ebraico ha avuto la reazione che ci si poteva aspettare: l’assemblea dei rabbini e lo stesso rabbino capo di Roma, Di Segni, hanno dichiarato la sospensione del dialogo con Roma per una pausa di seria riflessione. Voce comune: “E’ un passo indietro rispetto alla strada intrapresa con il secondo Concilio vaticano, una marcia indietro di 43 anni”. Con un solo gesto è stata cancellata la storica visita di Wojtyla alla Sinagoga di Roma. E’ un guaio grosso e una grossa sciocchezza. Qualcuno potrebbe far osservare al mite Benedetto che l’onnipotenza non è di questo mondo, neppure per la Chiesa di Roma.

(www.rassegna.it, 8 febbraio 2008)

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