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Cina 2008

 

Gli schiavi
delle Olimpiadi

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Cina 2008

Gli schiavi delle Olimpiadi

Rapporto sulle violazioni dei diritti nelle imprese sportive
che sponsorizzano l’evento

di Leopoldo Tartaglia

Mentre si avvicina l’ora delle Olimpiadi di Pechino, i lavoratori che producono per le imprese sportive internazionali che spendono milioni di euro in sponsorizzazioni sono sottoposti a orari di lavoro eccessivi e ricevono salari da fame. Lo rileva il nuovo rapporto della Playfair Campaign 2008, cui aderiscono le organizzazioni sindacali internazionali, “Vincere gli ostacoli” (aprile 2008). Sulla base di interviste somministrate a più di trecento lavoratori del settore sportivo in Cina, India, Tailandia e Indonesia, il rapporto mostra che le violazioni dei diritti dei lavoratori nel settore sono ancora la norma, e lo sono anche per i fornitori di Adidas, sponsor dei Giochi Olimpici di Pechino e di Londra e di numerose squadre nazionali.

“Questo rapporto – dichiara Valeria Fedeli, presidente della Federazione sindacale europea del tessile abbigliamento e cuoio, membro dell’Itglwf (Sindacato internazionale dei lavoratori tessili) – presenta azioni e obiettivi molto chiari per l’intero settore sportivo, finalizzati a cambiare le condizioni di lavoro di migliaia di lavoratori nel mondo, a partire dalla necessità di avere libertà di associazione sindacale e di negoziazione, parte integrante del lavoro anche sindacale fatto in questi anni con i codici di condotta”.

I ricercatori di Playfair hanno sollevato il velo sulla Yue Yuen, il piccolo produttore di Hong Kong che fabbrica un sesto delle scarpe mondiali e conta fra i suoi clienti più importanti marchi come Adidas, Nike e New Balance. “Siamo stanchi e sporchi – confessa un lavoratore della Yue Yuen che produce per la New Balance a Dongguan, in Cina –. In due dobbiamo incollare 120 paia di scarpe all’ora. Stiamo lavorando senza riposo e abbiamo sempre paura di non lavorare abbastanza in fretta per fornire le suole alla linea successiva”.

Il rapporto fa luce anche sulle condizioni dei lavoratori che cuciono palloni sportivi in Tailandia, India e Cina. Alla Joyful Long sul Delta del fiume Pearl in Cina, che fornisce Adidas, Nike, Umbro e Fila, le ore di straordinario possono arrivare fino a 232 al mese, mentre i salari medi sono quasi la metà del minimo legale.

Nonostante 15 anni di adozione di codici di condotta da parte dei principali e più popolari marchi sportivi, Playfair 2008 dimostra che i lavoratori sono ancora sottoposti a ritmi produttivi estremi, straordinari eccessivi, non registrati e non pagati, abusi verbali,minacce alla salute e alla sicurezza dovuti anche all’esposizione a prodotti chimici tossici, senza alcuna tutela e assicurazione. “Per anni – spiega Jeroen Merk, della Clean Clothes Campaign internazionale – i grandi marchi del settore sportivo hanno dichiarato che non potevano aumentare i salari da soli. Ma noi pensiamo che insieme lo possano fare. Queste imprese controllano il mercato dell’abbigliamento e delle scarpe sportive: possono veramente contribuire a ridurre la miseria che affligge questi lavoratori”.

Il rapporto identifica nei bassi salari, nell’abuso di contratti temporanei e di altre forme di precarietà, nella violazione del diritto di associazione sindacale e di contrattazione collettiva e nella chiusura di stabilimenti dovuti alla ristrutturazione dell’industria, i quattro punti chiave su cui le imprese devono intervenire. Per questo Playfair ha invitato i responsabili del settore a Hong Kong, lo scorso giugno, per discutere su come tradurre nel concreto le proposte della campagna. Già nel 2007 la campagna Playfair 2008 aveva prodotto un rapporto – Nessuna medaglia alle Olimpiadi per i diritti dei lavoratori – sulle violazioni dei diritti nelle fabbriche che producevano prodotti per le Olimpiadi di Pechino, e da allora sta attendendo un impegno concreto da parte del Comitato olimpico internazionale sulle azioni da intraprendere. Il Cio, del resto, è costantemente sottoposto alle pressioni della Campagna, che tiene sotto controllo tutte le manifestazioni olimpiche, come fu per Atene e per i giochi invernali di Torino 2006. Intanto, la fiaccola virtuale dei diritti umani continua a passare di mano in mano tra la società civile di tutti i paesi del mondo: sono oltre 11.000 le persone che si sono collegate al sito www.catchtheflame.org per inviare un messaggio chiaro: se vogliamo che i Giochi Olimpici siano equi, devono innanzitutto essere dignitose le condizioni dei lavoratori e delle lavoratrici che producono per le Olimpiadi.

(www.rassegna.it, agosto 2008)

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Play fair 2008