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Elezioni Usa

L’esausta ideologia dei repubblicani

Una convention confusa, irosa e con poche idee. Ne esce un partito molto conservatore, con una piattaforma che spesso non coincide con le posizioni del suo candidato quasi-centrista e al quale sembra di fatto preferire la sconosciuta governatrice dell’Alaska, Sarah Palin, scelta appositamente per blandirne la base 

di Alessandro Coppola

Alla convenzione repubblicana va in onda un film già visto ma probabilmente fuori tempo massimo. Una grande parata di idee conservatrici e di ostilità – a tratti violenta - nei confronti dei democratici. Il credo è quello già noto: i democratici vogliono aumentare le tasse ed estendere il ruolo del governo, mettere in pericolo i valori tradizionali della famiglia, indebolire la difesa nazionale. L’alternativa: ridurre ancora le tasse (soprattutto ai ricchi), ridimensionare il ruolo del governo, difendere la famiglia tradizionale dall’assalto di abortisti e omosessuali e permettere alle trivellatrici di cercare nuovo petrolio sul territorio nazionale. “Drill, Baby, Drill” - trivella, piccola, trivella! - è forse lo slogan di maggiore efficacia della convention. Pochissime sono le idee nuove, molte quelle datate e soprattutto in clamorosa crisi di consenso su entrambi i lati dell’atlantico. Ad andare in scena è prima di tutto la beatificazione in vita di John McCain come eroe nazionale, garanzia della sua superiorità come comandante in capo, e la trasformazione di Sarah Palin in nuova icona conservatrice.

Contro la sinistra arrabbiata. Lo stesso presidente – irritualmente confinato ad un messaggio video dalla Casa Bianca nella speranza di limitarne l’impatto letale sulla già difficile campagna di McCain – si appella a un candidato capace di resistere agli attacchi della “sinistra arrabbiata”. Insomma, mentre Obama punta quasi tutto sulla sua pur vaga idea del superamento degli odi partigiani, i repubblicani sembrano puntare a una mobilitazione della propria base tale da arginare l’entusiasmo crescente di vecchi e nuovi democratici. L’ossessione per il vecchio credo raggiunge apici dall’involontario effetto comico, come nel caso di Mitt Romney che invoca il voto per il candidato repubblicano affinché si possa spazzare via la Washington liberal. Troppa spesa pubblica, un governo invasivo e una corte suprema troppo progressista perché responsabile di decisioni malsane come quella che ha concesso i diritti costituzionali ai detenuti di Guantanamo rappresentano bene – secondo il governatore del Massachussets – lo strapotere della sinistra nella capitale federale. Peccato che sia proprio l’amministrazione repubblicana uscente responsabile di uno dei più clamorosi disavanzi pubblici della storia del paese e la corte suprema sia la più conservatrice degli ultimi decenni. Anche con Rudolph Giuliani, in un discorso interamente dedicato alla demolizione di Obama, l’iperbole è senza prudenza né pudore: «La Palin aveva più esperienza il primo giorno da sindaco che Obama e Biden insieme oggi!». Mentre Huckabee, in un discorso fra i più belli e intensi, ricorda «di essere repubblicano non perché nato ricco, ma perché da povero quale era non voleva rimanerlo per il resto della sua vita attendendo l’aiuto del governo».

Sarah Palin e la guerra culturale. La convention raggiunge l’acme con l’intervento della candidata alla vice-presidenza - Sarah Palin – che pare abbia raggiunto un pubblico televisivo delle dimensioni di quello di cui ha goduto Obama una settimana fa. Il discorso del governatore dell’Alaska, attesissimo anche perché il primo in un’arena nazionale, è preceduto da una standing ovation di due minuti che tradisce certo l’attesa del pubblico ma anche, probabilmente, il suo nervosismo per questa candidata a sorpresa. Associandosi alla comune perorazione della carriera militare di McCain, assicurando che «come madre di uno di questi soldati – uno dei suoi cinque figli partirà per l’Iraq fra qualche giorno - McCain è il comandante in capo che più desidera», presenta nome per nome i membri della sua famiglia e le sue credenziali working class – innanzitutto, il marito pescatore e sindacalista - a una convention già divenuta adorante, cerca di rovesciare le critiche al suo provincialismo rivendicando il proprio orgoglio di essere cresciuta in un piccolo paese lassù in Alaska, polemizza con l’America delle élites – ovviamente solo quelle di sinistra – e con i media che la rappresentano e che in questi giorni, anche a detta dello stesso candidato alla presidenza, si sono lasciati andare a istinti sessisti. Replica all’argomento della sua inesperienza con toni pericolosamente prossimi all’insulto quando afferma che «essere sindaco è come essere un community organizer, eccetto per la differenza che nel primo caso hai da prendere effettivamente delle decisioni». Una frase che scatena in poche ore un’ondata di e-mail di protesta da parte di ogni genere di community organizer – e sono veramente tanti in America - dai quattro angoli del paese, quasi certamente non tutti di fede democratica. Rivendica le sue credenziali anti-establishment, anti-lobbies e di grande moralizzatrice. Insomma, un intervento abile ed efficace e una biografia ad uso e consumo della base conservatrice del partito, elettrizzata dai toni da guerra culturale contro la sinistra nuovamente in ascesa e un’America urbana sempre troppo pericolosamente vicina a vincere quella che da queste parti è vista come una crociata contro i tradizionali valori familiari e nazionali del paese.

Ma McCain è il candidato repubblicano? Come previsto, l’intervento finale di McCain non poteva essere del tutto in linea con i toni violentemente anti-democratici della Convention. Dopo un fugace omaggio al Presidente in carica «che ci ha tenuti al sicuro dopo l’11 settembre», McCain quasi provoca la platea dichiarando «rispetto e ammirazione per Obama», e ricordando come siano «di più le cose che ci uniscono di quelle che ci dividono: siamo prima di tutto americani». Il messaggio è però ancora una volta quello di un partito di opposizione: lui e la Palin scuoteranno la Washington «fannullona e spendacciona», e si impegna a mettere il veto sul primo atto del Congresso che implichi nuova spesa. Ma di una opposizione che quantomeno ammette di essere in lotta con se stessa. Parlando del suo partito, McCain dichiara impegnativamente: «Noi eravamo stati eletti per cambiare Washington, ma Wasinghton ha cambiato noi. Entrambi i partiti dovevano riformare lo stato ma l’hanno fatto semplicemente più grande e invadente». Per rimediare promette che i repubblicani torneranno «il partito di Abraham Lincoln, Teddy Roosvelt e Ronald Reagan: torneremo ai fondamenti». Fondamenti che sono libero mercato, tassazione ridotta, difesa forte, cultura della vita, fede, lavoro, ruolo della legge. Valori che ispirino «un governo che non prende decisioni al posto tuo ma che vuole fare in modo che tu abbia più scelte possibili». Conferma quindi le sue ricette economiche vecchie di trent’anni – nonostante ammetta che con la globalizzazione dell’economia occorre ripensare completamente il ruolo della politica e quello del governo, senza però offrire troppi particolari – fatte di tagli alla spesa, riduzione delle tasse (che nel suo caso sono soprattutto per i redditi più alti) e apertura dei mercati. Evocando, in uno dei pochi passaggi memorabili di un discorso piuttosto mediocre, gli incubi conservatori di un sistema sanitario in cui i democratici «mettano un burocrate fra te ed il tuo medico» e di scuole «che rispondono a sindacati e funzionari e non a studenti e genitori». Sulla sicurezza nazionale, offre nuovamente la sua (realmente) eroica biografia come garanzia della sue capacità di comandante in capo in un mondo pericoloso nel quale alla minaccia del terrorismo si è aggiunta quello di una leadership russa «che ha dimenticato i valori democratici». Per questo è urgente che l’America abbia un leader capace e di esperienza, in grado di realizzare «una pace stabile e durevole». Una capacità che rivendica di aver dimostrato con il suo sostegno alla nuova strategia irachena dell’amministrazione in carica.

Un elefante che ora sembra nuovamente in affanno Mentre in televisione qualcuno si spingeva a giudicare l’intervento di McCain il peggior discorso di un candidato alla presidenza da quello di Jimmy Carter nel 1980 e qualcun altro si chiedeva per quale ragione tutti i ghost-writers del partito fossero stati dirottati verso la Palin, lasciando sguarnito il vero candidato alla presidenza, una certa sensazione di caos rimaneva nell’aria di Saint Paul. Dalla convention esce infatti un partito repubblicano molto conservatore, con una piattaforma che spesso non coincide con le posizioni del suo candidato quasi-centrista e al quale sembra di fatto preferire la sconosciuta governatrice dell’Alaska, scelta appositamente per blandirne la base. Un partito che tenta di fare aggressivamente campagna per il cambiamento comportandosi come forza di opposizione, pur avendo goduto negli ultimi quattordici anni – fra congresso e casa bianca – di un potere di dimensioni inarrivabili. Un’alchimia abile quanto forse eccessiva, di cui si capirà l'efficacia solo nelle prossime settimane.

(www.rassegna.it, 5 settembre 2008)

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