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Politica estera

Bilancio dolceamaro per il governo Prodi-D'Alema

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Bilancio dolceamaro per il governo Prodi-D'Alema

articolo tratto da Il Cosmopolita

Leggendo la serie degli editoriali – e di molti interventi – apparsi in quest’ultimo periodo su “Il cosmopolita” traspaiono valutazioni differenziate circa il bilancio del governo Prodi – D’Alema in politica estera. Non si tratta della consueta contrapposizione fra chi vede il bicchiere mezzo pieno e coloro che lo considerano mezzo vuoto; le divergenti visioni sembrano invece risalire al diverso peso attribuito, da un lato, alle iniziative in campo internazionale e, dall’altro, alle attese di molti per una coerente azione mirata al necessario rilancio della Farnesina.

Sul primo punto non dovrebbero esservi dubbi su quanto realizzato: il rispetto degli impegni in ambito ONU, UE e NATO per le forze di pace, una più coerente azione a Bruxelles in favore della costruzione europea, l’iniziativa per circoscrivere la crisi libanese sono punti sufficienti, da soli, a qualificare come molto positiva l’azione svolta. Non si tratta quindi “soltanto della pena di morte”. Qualche conversazione con politici, diplomatici e giornalisti stranieri che si occupano di questioni comunitarie o mediorientali è utile per comprendere il salto di qualità compiuto dall’aprile 2006.

E’ proprio grazie a tali successi che potrebbe essere aggiunto un tassello alla costruzione di una carta dei valori condivisi indispensabile, soprattutto in campo internazionale, a dare nuovo vigore e peso alle nostre posizioni ed iniziative. Un punto del tutto trascurato nei commenti sulle conseguenze della crisi, riguarda in effetti la perdita di alcune posizioni faticosamente conquistate negli organismi internazionali: fra le più rilevanti quella di Presidente di uno dei più importanti Comitati del Fondo Monetario Internazionale che il Ministro Padoa - Schioppa dovrà abbandonare fra qualche settimana.

In un Paese meno rissoso e più consapevole del “bene comune” le polemiche politiche, anche le più roventi, non travalicano mai il livello del buon gusto e della decenza. In Italia invece la congerie di invettive che si abbatte sugli avversari è ormai a livello da stadio (mal frequentato); con il logico corollario di rendere sin dall’inizio poco credibile l’ipotesi di candidature ad incarichi internazionali di esponenti (ex) governativi.

Diversa è la questione relativa alla posizione “autocongelata” del Vice Presidente e Commissario UE, Frattini. Si tratta purtroppo dell’ennesimo caso in cui esigenze di partito o personali prevalgono su quelle di carattere più generale. Comunque si voglia giudicare la decisione, resta il problema di un’assenza - formalmente solo di alcuni mesi - in un settore strategico qual è quello affidato attualmente all’ex Ministro degli Esteri. Di fatto, per quanto bravo(a) possa essere il(la) sostituto(a), passeranno mesi prima che il nostro Paese possa essere di nuovo efficacemente rappresentato a Bruxelles. Da un “grand commis” quale è Frattini molti si attendevano una scelta a favore dell’interesse comune e non di quello personale.

Torniamo però al filo principale del nostro discorso. Se sul fronte dell’azione internazionale il governo Prodi – D’Alema può vantare giudizi globalmente positivi, non altrettanto può dirsi per l’azione che molti speravano potesse essere sviluppata dal Vice Presidente del Consiglio D’Alema sul fronte interno, per riaffermare la centralità dell’azione della Farnesina in politica estera. L’esigenza di cambiamento avvertita al Ministero, ma non solo, è stata sempre più sentita, dopo aver percepito che la riforma del 2000 non avrebbe prodotto gli effetti desiderati: non solo per l’insufficienza delle risorse, umane e finanziarie, disponibili ma anche perché gestita da un vertice interessato principalmente a mantenere e rafforzare le proprie posizioni di potere.

Dopo le delusioni accumulate con la gestione ad interim del Presidente Berlusconi (al MAE c’è ancora qualcuno che attende risposte circa i fondi utilizzati per la consulenza della Deloitte – KPGM nella ricerca del “modello ministeriale ideale” per la Farnesina), e quelle successive ad opera dei Ministri Frattini e Fini, le speranze riposte nell’arrivo del Ministro D’Alema erano considerevoli, soprattutto per il suo ben noto interesse verso le tematiche internazionali. Sin dai primi incontri alla Farnesina il Ministro ebbe modo di precisare le linee guida della propria azione: con chiari limiti impostigli dal ruolo di Vice Presidente del Consiglio in tema di risorse addizionali da reperire per potenziare il sempre più ridotto bilancio ministeriale; e con ampia delega all’ “apparato” sul versante dell’organizzazione interna. La discontinuità registrata nella posizione dell’Italia in campo internazionale si è pertanto arrestata allo scalone d’onore che conduce allo studio dell’On. D’Alema.

Per i cultori del “bicchiere mezzo vuoto” si tratta di un’occasione perduta; per gli ottimisti del “bicchiere mezzo pieno” non si poteva fare di più. Tutti peraltro concordano sul fatto che la rete diplomatico – consolare è sempre più in affanno, alla ricerca non soltanto di mezzi per sopravvivere ma anche di obiettivi concreti da raggiungere. In un mondo in evoluzione sempre più rapida, il dibattito non può ruotare soltanto intorno alla “centralità” della Farnesina per le attività internazionali. Le posizioni e le competenze si mantengono e si rafforzano con l’efficienza e la capacità di fornire servizi adeguati in tempi rapidi; le nostre rappresentanze diplomatico – consolari, oberate da compiti sempre più ampi cui corrispondono procedure ancora bizantine, sono ben lontane – in media - dal fornire prestazioni di rilievo, sia per quanto riguarda le capacità di analisi che quelle di erogazione di servizi.

E’ un peccato che tali questioni non vengano considerate degne di essere affrontate a livello politico, almeno da un Vice Ministro o Sottosegretario con delega specifica; è certamente più piacevole discutere delle questioni “alte” dell’agenda internazionale ma se si vuole realmente incidere sulla sostanza occorre disporre di strumenti adeguati per assicurare che le dichiarazioni di principio siano seguite da decisioni ed iniziative sul terreno. La semplice delega ai vertici ministeriali della gestione della macchina non è una soluzione sufficiente: la mancanza di un adeguato sostegno politico non permette infatti di sviluppare un’efficace azione per il rafforzamento della posizione della Farnesina; vi è inoltre il pericolo che il gruppo dirigente, privo di referenti politici, tenda a privilegiare la salvaguardia delle proprie posizioni personali anziché essere stimolato ad un’efficace azione di rinnovamento.

(www.rassegna.it, 27 marzo 2008)

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Il Cosmopolita