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Il silenzio delle centrali sindacali

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Stati Uniti / Primarie democratiche

Il silenzio delle centrali sindacali

di Alessandro Coppola

Alla vigilia del grande martedì, in modo abbastanza irrituale, né l’Afl-Cio – 55 federazioni di categoria per un totale di circa 10,5 milioni di iscritti – né Change to Win, la coalizione formata dalle 7 federazioni che con i loro 6 milioni di iscritti hanno abbandonato l’Afl-Cio in occasione del suo ultimo congresso, hanno assunto una posizione ufficiale a sostegno di uno fra i candidati delle primarie democratiche.

Il sito web dell’Afl-Cio dedica grande spazio alle presidenziali di novembre senza che vi sia però traccia di una scelta dell’organizzazione a sostegno di uno dei due principali candidati democratici. Si preferisce indicare una serie di questioni chiave – qualità dell’occupazione, assistenza sanitaria e pensionistica, estensione della contrattazione sindacale, tutela dei livelli occupazionali e politiche commerciali – su cui richiedere l’impegno programmatico di tutti i candidati, non solo democratici. Come vedremo, alcune delle federazioni più grandi si sono però già espresse a sostegno della candidatura di Hillary Clinton.
 
Per quanto riguarda Change To Win, la sua presidente – Anna Burger - dichiarava solo qualche settimana fa come fosse molto improbabile un suo pronunciamento ufficiale a sostegno di uno dei due principali candidati. Non appare quindi del tutto chiara la funzione del già annunciato meeting elettorale che Change To Win terrà in primavera: si tratterà probabilmente di una nuova occasione per invitare i democratici ad assumere alcune delle priorità programmatiche contenute nelle campagne sindacali degli ultimi anni. Per una vera e propria adesione della coalizione sindacale ad uno dei due candidati, questo dovrà poter contare sul sostegno di almeno due terzi delle sette federazioni che oggi compongono Change to Win, secodo una regola mutuata dalla prassi – corrente - dell’Afl-Cio.

L’attivismo delle federazioni
Nelle fila di Change to win, solo due federazioni hanno fino ad ora aderito ufficialmente alla campagna di uno dei candidati democratici: United Here, espressasi a favore di Obama, e la United Brotherhood of Carpenters and Joiners schieratasi al fianco del populista Edwards ormai ritiratosi dalla gara. Adesioni alle quali occorre aggiungere quella – di grande importanza, soprattutto per la forte presenza di ispanici fra gli iscritti – della federazione californiana della Seiu, altra categoria dei servizi, alla candidatura di Obama.

Per la candidatura di Hillary Clinton si sono schierate invece alcune delle categorie più potenti, sia dal punto di vista organizzativo che finanziario. Le Federazioni sindacali degli insegnanti e degli impiegati pubblici si sono da tempo lanciate direttamente nella campagna per la nomination democratica che le vedrà impegnare risorse finanziarie per un totale di 8 milioni di dollari. Pochi giorni fa il presidente della federazione degli insegnanti annunciava al New York Times uno “tsunami” di iniziative a sostegno di Hillary Clinton. Fra il milione e trecentomila iscritti alla sua federazione i livelli di iscrizione alle liste elettorali sfiora l’80% ed oltre il 70% sono donne. Un bacino elettorale che, quindi, dovrebbe senza molte sorprese votarsi massicciamente alla senatrice di New York. Discorso molto simile per la American Federation of State, Local and Municipal Employees (AFSCM) che conta di impegnare nel corso dell’intero ciclo elettorale – elezioni presidenziali, del congresso e dei governatori – la cifra abbastanza sorprendente di 60 milioni di dollari.

Occorre però segnalare come nel caso della AFSCM, il sostegno ormai ufficiale della federazione alla candidatura di Hillary Clinton non sia riuscito a spegnere l’attivismo di una combattiva minoranza pro-Obama, che ha addirittura accusato la dirigenza di utilizzare in modo improprio fondi sindacali in campagne denigratorie contro il candidato afro-americano.

Decisamente più contenuto dal punto di vista finanziario, lo sforzo delle federazioni che si sono espresse per la candidatura di Barack Obama appare però maggiormente significativo. Sembra che il semplice ma abile schema della candidatura anti-establishment di Obama stia funzionando anche nel corpo dei referenti sociali e sindacali del Partito Democratico, dove la tendenza ad una differenziazione fra vecchia e nuova America pare consistere in una dialettica fra quei segmenti del mercato del lavoro più protetti e tutelati - come nel caso dei settore pubblici schieratisi come abbiamo visto con la Clinton – e quelli emergenti e ad alta intensità di manodopera che sembrano preferire Barack Obama. Da una parte quindi le tradizionali fortezze sindacali, dall’altra gli attivisti di un innovativo sindacalismo militante e di campagna quotidianamente impegnati in settori che, molto esposti all’intensificarsi della competizione sui costi, associano alti livelli di precarietà ad una forte presenza di lavoratori migranti, anche clandestini.

Si tratta del vasto e spesso disperato mondo dei working poors inseriti nei mercati dei servizi più poveri e fra i quali la retorica neo-kennediana della nuova frontiera di Obama può accendere più di una speranza. United Here, una federazione che organizza dagli infermieri ai camerieri, conta di impegnare a sostegno della candidatura di Obama un totale di 660.000 dollari. Ma, al di là delle indicazioni sindacali, le preferenze elettorali prevalenti della comunità ispanica – largamente sovra-rappresentata nei settori del mercato del lavoro in cui è più forte United Here – sono comunque destinate a pesare, come già accaduto negli stati in cui si è già votato sul risultato finale di Barak Obama.

La battaglia di Las Vegas
Di certo l’attivismo sindacale nelle primarie democratiche non è una novità. Le federazioni sindacali di categoria rappresentano tradizionalmente il motore della macchina elettorale del Partito Democratico. Ad essere nuova, a detta degli stessi dirigenti sindacali, é l’acutezza dello scontro fra i sostenitori dei diversi candidati all’interno del movimento sindacale di cui un esempio è stato offerto dalle primarie del Nevada vinte dalla senatrice di New York due settimane fa. Lo stato - che vanta uno dei più alti tassi di sindacalizzazione dell’ovest del paese con il 13% per cento dei lavoratori iscritti ad una federazione di categoria – rappresenta, soprattutto con la sua capitale Las Vegas, uno dei casi più evidenti di economia a monocultura turistica. La sua sterminata diffusione urbana – che conosce da anni tassi di crescita demografica a due cifre – è composta non solo del consueto tappeto di residenze mono-familiari ma anche di decine di migliaia fra hotel, casinò, ristoranti. Un paesaggio sociale ed umano assolutamente radicali – nel loro costituire forse il luogo più post-moderno e post-industriale della nazione più post-moderna e post-industriale del globo – nel quale il movimento sindacale ha trovato però nuove insperate occasioni di radicamento e quindi rinnovamento.

La Culinary Workers Union, aderente alla federazione United Here, con i suoi 60.000 iscritti impiegati nei settori forti dell’economia locale - ristorazione, ricezione, ricreazione – ha fin da subito offerto il proprio sostegno ad Obama, in uno stato nel quale il regolamento delle primarie democratiche prevedeva che i caucus potessero riunirsi perfino nei casinò, vale a dire negli epicentri della forza organizzativa della Culinary Workers Union. Questa, peraltro, in virtù di dispositivi contrattuali molto favorevoli all’attività politica dei lavoratori, aveva impegnato a tempo pieno e per un lungo periodo ben 200 fra i suoi membri nella campagna pro-Obama.

In altre parole, un sindacato dei servizi (poveri) si trovava ad eguagliare le possibilità organizzative delle già citate fortezze sindacali schierate al fianco di Hillary Clinton il cui nervosismo nei confronti della concorrente Culinary Workers, che nel frattempo aveva invitato la propria base a forte presenza di latinos alla mobilitazione elettorale con lo slogan “Si, se puede!”, adattamento ispanico della parola d’ordine obamiana “Yes, we can!” – era destinato a crescere.

L’Afcme nel frattempo, data la scarsità relativa di aderenti in Nevada, si trovava costretta ad importare militanti dagli stati vicini mentre la federazione locale degli insegnanti, che pure non aveva formalizzato il proprio sostegno alla Clinton, ricorreva alla vie legali sulla vicenda dei caucus nei casinò. Con il risultato di un ulteriore crescita della tensione: la Culinary Workers accusava sulle pagine del Los Angeles Times la federazione degli insegnanti di ricorrere “a tattiche simili a quelle dei repubblicani usarono in Florida per ridurre la partecipazione al voto da parte delle minoranze”. Partecipazione che, comunque, era destinata a restare massiccia. Anche se sconfitto, Obama alla fine dello spoglia poteva contare sul 45% delle preferenze a fronte del 51% di Hillary Clinton e del 4% di Edwards.

(www.rassegna.it, 4 febbraio 2008)

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Afl-Cio

Change to win

Il sito
di Barack Obama

Il sito
di Hillary Clinton

Il sito
di John Edwards