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Stati Uniti

 

I paradossi del voto razziale e gender-based

 

Il silenzio delle centrali sindacali

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Stati Uniti / Primarie democratiche

I paradossi del voto razziale
e gender-based

di Alessandro Coppola

Greg ha 32 anni e incarna il tipo ideale del nuovo, giovane e affluente sostenitore di Obama. Lavora come produttore televisivo per Mtv e sostiene di non aver mai fatto politica prima dell’annuncio della candidatura presidenziale da parte del Senatore dell’Illinois. “La cosa più importante in un presidente – dice – è la capacità di mobilitare ed ispirare le persone ed Obama lo sa fare, ed è proprio questa sua capacità ad avermi spinto a perdere un giorno di lavoro per fare campagna per lui, per giunta in un giorno di pioggia come questo “. In verità, per gli standard di militanza europei si trattava di un sacrificio minore, la pioggia era molto lieve, quasi una nebbiolina. La realtà di una rinnovata partecipazione giovanile a questa campagna per le primarie, però, resta. 

Greg mi dice di essere furioso. La spirale di una certa sindrome gender and race sembra essersi impossessata di settori consistenti di elettorato che viceversa potrebbero trovarsi molto a loro agio con lo stile e i contenuti della campagna del Senatore dell’Illinois. “Molti mi dicono: io non lo voto perché sono un latino e non  voto i neri. Altre mi dicono: io non lo voto perché sono una donna e quindi voto Hillary, perché voglio una donna alla Casa bianca. Lo trovo pazzesco. Io cerco di dirgli: ok, ma se Obama non fosse afro-americano o non fosse un uomo tu non lo preferiresti alla Clinton per quello che dice, per quello che rappresenta?”

Una sindrome che ovviamente tende a complicarsi dove il voto gender e quello race si sovrappongono entrando potenzialmente in conflitto. E’ proprio in questa terra di mezzo che si possono incontrare le situazioni più paradossali. E ’il caso di Brigget, una giovane donna afro-americana che abbiamo incontrato all’uscita di un seggio di Brooklyn, proprio il pomeriggio del Big Tuesday. Lei ha scelto la Clinton, le questioni che le stanno più a cuore sono la guerra e l’assistenza sanitaria: su entrambi i problemi, la Clinton sembra disporre di un vantaggio in termini di competenze acquisite e di proposte realizzabili. Fin qui tutto bene, la sindrome non sembra all’opera, anzi il voto gender non viene neanche citato fra i moventi della sua scelta. “Quanto ad Obama – aggiunge Bridget - non è vero che è afro-americano. E’ figlio di una donna bianca ed è cresciuto all’estero, senza mai veramente vivere in una Comunità nera in America”. In questo caso, ad essere rifiutata non è quindi la logica del voto race-based bensì l’attendibilità di uno dei due candidati nel rappresentarla. In altre parole, se al posto del creolo Obama ci fosse stato Jesse Jackson come nel 1984, il discorso sarebbe probabilmente diverso anche per Bridget.

La lunga marcia di Obama alla conquista
di nuovi territori elettorali

In realtà, come vedremo fra poco, la situazione sembra molto mutata e gli ultimi clamorosi successi di Obama negli stati in cui si è votato il 9 febbraio - Nebraska, Louisiana e Washington - starebbero li a rappresentarlo. Per ora limitiamoci ai numeri circolati dopo il Big Tuesday, secondo i quali il 53% del voto bianco si sarebbe orientato verso la candidatura della Clinton. Un dato inferiore a quello degli ispanici che con il 63% delle preferenze avrebbero contribuito in modo forse determinante alle affermazioni della Clinton in grandi stati quali New York, California e il New Jersey, nei quali Obama si sarebbe invece aggiudicato il voto afro-americano per il 75%. Viceversa, il voto maschile – al netto della variabile razziale – si sarebbe equamente distribuito fra i due candidati. La variabile razziale sembra determinante per il successo di Obama: il 30% del voto pro-Obama registrato nel Big Tuesday era composto da cittadini di colore a fronte del 5% ottenuto dalla Clinton. Si spiega così facilmente la portata delle affermazioni elettorali di Obama in stati quali South Carolina – che ha votato prima del Big Tuesday - Alabama, Georgia, Delaware, Louisiana come le sue grandi aspettative per le primarie del Mid-Atlantic previste per martedì prossimo in Virginia, Washington DC e Maryland, tutti stati nei quali la popolazione afro-americana è sovra-rappresentata rispetto alle medie nazionali.

Almeno per quanto riguarda il voto del Big Tuesday, quindi, la platea elettorale di Obama sarebbe più o meno speculare a quella di Hillary Clinton. Se, complessivamente, la seconda sembra prevalere fra le donne, le classi demografiche meno giovani e gli ispanici, il secondo fonderebbe largamente il proprio consenso sul voto afro-americano e su quello giovanile. In realtà la lunga marcia di Obama sembra essersi avviata alla conquista dei territori dell’avversario. A pagare, negli ultimi turni elettorali, sarebbe stata la sua oggettiva capacità di rappresentare la necessità di una stagione politica nella quale costruire una unità nuova del paese, al di la dei conflitti partigiani – così li definisce lo stesso Obama – del decennio in corso. Un messaggio che, ovviamente, può essere interpretato nei termini di un appello al dialogo fra le grandi componenti culturali della società americana, a partire dalle minoranze. Non a caso uno dei suoi slogan ossessivamente ripetuti nelle adunate spesso oceaniche della sua campagna ricorda agli americani come la scelta cui è posta di fronte l’America con le elezioni del 2008 “non è fra neri e bianchi, fra donne e uomini, ma fra il passato e il futuro del nostro paese”. Un messaggio che – visti anche i risultati più recenti – avrebbe dato nuovo vigore alla sua candidatura.

I Clinton e la comunità afro-americana: cronaca di un divorzio
Il voto ispanico, come evidente fin dall’inizio della campagna, rappresenta la posta in gioco più delicata, sicuramente per le sue dimensioni in particolare in alcuni grandi stati, ma ancora di più per le pericolose implicazioni in termini di sovra-esposizione della variabile razziale nella campagna elettorale.

Non a caso Hillary Clinton è già stata violentemente criticata per la disinvoltura con la quale avrebbe ricercato l’appoggio della comunità ispanica. L’accusa è quella di non esitare a ricorrere all’arma della supposta contrapposizione razziale fra ispanici e afro-americani per massimizzare il consenso alla sua candidatura da parte dei primi, dato ormai per irrimediabilmente perduto quello della larga maggioranza dei secondi. Solo poche settimane fa, dopo diverse uscite maldestre di suo marito Bill, alcune dichiarazioni della senatrice avevano scatenato una vera e propria bufera mediatica. Rispondendo ad un discorso nel quale Obama aveva affermato di intendere la propria candidatura in continuità con la missione di Martin Luther King, Hillary Clinton aveva ricordato come “il sogno del Dottor King diventò concreto solo quando il Presidente Johnson firmò il Civil Right Act". La frase – piuttosto innocua di per sé – era stata subito interpretata come un tentativo goffo ma sconcertante di sottolineare come fosse stato un presidente bianco, negli anni sessanta, a compiere il passo decisivo in direzione dell’accesso della comunità nera all’eguaglianza dei diritti nel paese. Le dichiarazioni di Hillary Clinton avevano scatenato reazioni molto negative anche fra i non pochi suoi grandi elettori afro-americani, quasi a chiudere definitivamente una pagina della sua vita politica nella quale aveva goduto del riflesso della popolarità del marito, definito il primo presidente nero della storia d’America, nella comunità afro-americana.

Nonostante le successive precisazioni e il clima di sostanziale distensione fra i due candidati maturato dopo le primarie della South Carolina, i sospetti si sono moltiplicati. Nella lunga trasmissione televisiva posta a chiusura della campagna della senatrice per il Big Tuesday, osservava ieri Frank Rich sul New York Times, “solo qualche rara faccia di colore poteva essere intravista nel pubblico. Ma nell’intera durata della trasmissione non è intervenuto nessun afro-americano, né per rivolgerle una domanda innocua né tantomeno per chiederle conto delle sue recenti disavventure con le questioni razziali”. Un fatto di particolare evidenza dato il formato stesso della trasmissione: un confronto fra la candidata e venti suoi sostenitori incaricati di rivolgerle delle domande su diversi aspetti del suo programma di governo. Una situazione in cui era difficile non notare lo spazio assicurato alla comunità ispanica – anche con la presenza di rilievo del sindaco latino di Los Angeles Antonio Villaraigosa – e la relativa invisibilità di quella afroamericana, confinata alla presenza piuttosto insipida della conduttrice del programma.

Una strategia, quella di Clinton, che peraltro sarebbe del tutto inefficace vista la continua crescita di consensi per Obama nell’elettorato ispanico. Secondo inchieste post-voto pubblicate dallo stesso New York Times, questo sarebbe salito dal misero 26% registrato nel Nevada in gennaio al 41% dell’Arizona ed al 53% del Connecticut nel corso del Big Tuesday. Peraltro è ormai evidente come la variabile razziale non possa da sola spiegare il crescente successo di Obama. Affermazioni così significative come quelle registrate due giorni fa in stati in cui il voto afro-americano è ben lontano dal costituire la maggioranza dell’intero elettorato delle primarie testimoniano della sua capacità di associare il consolidamento del suo insediamento precedente alla conquista di nuovi settori del partito Democratico. Il nervosismo nel giardino di Casa Clinton è destinato ad aumentare.

(www.rassegna.it, 11 febbraio 2008)

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