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Stati Uniti / Primarie democratiche

Inarrestabile Obama

Le tre primarie sul Potomac hanno visto l'affermazione netta del senatore Barack Obama, che a questo punto scavalca la rivale Hillary Clinton nel conto dei delegati democratici. Obama ha conquistato il voto bianco della Virginia ottenendo il 64% contro il 35% di Clinton; ha vinto in Maryland con il 60% contro il 37% della rivale e ha stravinto con il 75% dei voti (favorito dalla forte presenza di afroamericani) a Washington, dove Hillary s'e' fermata al 24%.

di Alessandro Coppola

Le primarie arrivano in Virginia, Washington DC e Maryland. Nella capitale di quest’ultimo, Baltimore, Obama parla di fronte ad una platea di 11.000 persone che, a colpo d’occhio, sembra confermare le opinioni più diffuse sulla composizione del nocciolo duro dell’elettorato pro-Barack. Un’evidente maggioranza di afro-americani si mescola a molti giovani bianchi, in gran parte provenienti dagli atenei della città. Certo, la presenza dei primi non stupisce. Baltimore è una delle città più nere d’America. Un glorioso passato manifatturiero e portuale si è progressivamente dileguato nella lunga ed incerta transizione della città verso una nuova specializzazione produttiva, ovviamente terziaria. Ma la modernizzazione ha fatto molte vittime, prima di tutto la coesione sociale e razziale della città: svuotata da decenni di white-flight – così è definita la fuga delle famiglie bianche verso i suburbi – Baltimore si è fatta più piccola ed impaurita. Quartieri impoveriti ed abbandonati, disgregati dalla disoccupazione e dall’espansione dei mercati criminali, sono divenuti non a caso la scena di uno delle più riuscite produzioni televisive degli ultimi anni: la serie Wire, che attraverso una slang veloce e brutale parla di una Baltimore violenta, fatta di quartieri inaccessibili come fortini e faide sanguinose.

Ed Obama a Baltimore non può che parlare anche di questo. Della grande questione urbana che ancora assilla l’America e per la quale l’amministrazione in carica non ha fatto nulla. Giura che una volta diventato presidente rimedierà allo scandalo di un paese che spende cifre inimmaginabili in guerre sbagliate, lasciando che le proprie città si dividano e si lacerino nell’indifferenza del governo. Promette che investirà nelle città con nuove politiche federali, che pagherà di più gli insegnanti, soprattutto quelli che lavorano nelle aree urbane più difficili e che proprio dai ghetti urbani partirà la sua battaglia per assicurare a tutti un’educazione migliore. Su questi temi, di certo, nessuno può disconoscere la sua esperienza. A Chicago per anni è stato un community organizer, una figura così peculiarmente americana da avere una definizione quasi intraducibile. Intercettare possibili finanziamenti pubblici e privati, mettere in rete gli attori presenti sul territorio, contenere l’illegalità e la violenza. E’questa la vita di decine di migliaia di attivisti locali impegnati nei quartieri più deprivati delle grandi aree metropolitane del paese.

E quanto alla sua possibilità di battere i repubblicani, giocando col pubblico ricorda come lui sia magro ma duro. “Dicono che sarei incapace di affrontare la macchina elettorale repubblicana. McCain merita il nostro rispetto, è un genuino eroe di guerra. Ma va nella direzione opposta a quella della storia. Vuole perpetuare le politiche economiche di Bush che hanno umiliato l’America che lavora e far durare la guerra in Iraq per i prossimi cento anni. Noi siamo il partito del futuro, lui quello del passato. Questo è il mio argomento più importante contro il Partito repubblicano”. E dice che la vita di chi lavora sarà l’ossessione della sua presidenza. Che non è più sostenibile una politica economica che sistematicamente punisce chi lavora e che non fa nulla contro l’erosione del potere d’acquisto delle classi medie. “Io credo nel capitalismo ma quando qualcuno guadagna in dieci minuti quello che qualcun altro non riesce a guadagnare in un’intera vita di duro lavoro capisco che c’è qualcosa che non va.”

La cassetta degli attrezzi
Fra i sostenitori di Obama che ho incontrato qui come altrove una delle accuse più comuni ad Hillary Clinton è quella di essere – ricorrendo ad un brutto italiano - “politicista”. La traccia più grave di questa sua deformazione professionale sarebbe la posizione della senatrice sulla guerra in Iraq: il suo voto a favore del conflitto non è stato dimenticato, la sua successiva conversione – peraltro confortata da anni di campagna contro la politica del Pentagono - non è sufficiente a cancellare la macchia di quel voto parlamentare. “Ad Hillary Clinton non vengono perdonate cose che ad un uomo invece lo sarebbero. Credo che la sua esperienza e competenza siano invece una grande occasione per il Partito democratico, per questo l’ho votata”, dice Clear – anch’essa studentessa, originaria di New Orleans – che seduta accanto a me è venuta all’evento elettorale di Obama quasi in incognito, per capire da vicino cosa sta gonfiando le vele della sua candidatura. Clear sa però bene che per molti dei sostenitori di Obama – a partire dai suoi coetanei - il valore della cosiddetta esperienza politica della Clinton si trasforma nel disvalore della sua lunga familiarità con i meccanismi della macchina del potere.

Viceversa, quello che colpisce del Senatore dell’Illinois è la sua sorprendente capacità di evocare un al di là politico – l’avvio di una fase di cambiamenti rivoluzionari – che nemmeno i suoi sostenitori riescono ad immaginare. Tutto sommato, il programma della Clinton – dai toni nettamente progressisti – disegna un’America molto diversa da quella attuale: il graduale ritiro delle truppe dall’Iraq, la ripresa in grande stile di una politica di consenso a livello internazionale, la copertura sanitaria universale di tutti i cittadini attraverso un forte aumento della spesa pubblica nel settore, un piano dal sapore quasi keynesiano per ammodernare le infrastrutture e per conquistare l’indipendenza energetica e la conversione ecologica dell’economia, un taglio netto alle esternalizzazioni delle funzioni federali. Un programma che suonerebbe troppo radicale perfino per gran parte del socialismo europeo. Questo però non basta, quello che manca alla candidatura della Clinton è l’atmosfera del cambiamento, la sua immagine. La sua appartenenza ad una delle due dinastie che ha controllato il paese a partire dal 1988 – è banale ricordarlo – la rende difficilmente associabile ad un cambiamento. “Penso che la questione sia semplice. La Clinton porta con sé una vecchia cassetta degli attrezzi. Obama ne propone una nuova. Per questo lo voterò”, dice Nancy, 33 anni, involontariamente evocando la critica più diffusa nei confronti del Senatore dell’Ilinois.

Molti si chiedono, infatti, se Obama abbia effettivamente una “cassetta degli attrezzi” e non semplicemente il suo ossessivamente ostentato cubo magico fatto di sogni e speranze.

Paradossalmente, quindi, sembra che chi rifiuta la candidatura della Clinton accusandola di politicismo finisca per aderire ad una diversa forma di politicismo. Il cambiamento diviene uno slogan quasi populista, l’idea fondamentale quella che basti far entrare aria nuova nelle stanze del potere per far stare meglio il paese indipendentemente dalle ricette che a questo si propongono. “Policies dont really matter!”, mi confermava recentemente un altro giovane ed affluente sostenitore di Obama. Non casualmente, una delle debolezze più gravi della sua candidatura è sul tema dell’assistenza sanitaria. Il suo è un piano meno universale e meno chiaro, mentre quello di Hillary Clinton, da questo punto di vista, è certamente più radicale anche se per questo, forse meno realizzabile.

Certo le ragioni del successo di Obama non vanno cercate nel suo programma. E Brack rischia – ormai molto concretamente – di vincere la corsa per le primarie democratiche. A quel punto lo scontro non sarebbe solo fra due programmi di governo che – occorre ricordarlo, specie al lettore europeo – sono comunque molto diversi fra loro. Ma fra due registri emotivi e discorsivi, due modi di intendere il ruolo della presidenza e le forme del suo rapportarsi alla società americana: quello sobrio e policy-based di McCain contro quello predicatorio e mobilitante di Obama.

(www.rassegna.it, 13 febbraio 2008)

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