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Seicento euro in busta paga

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Inchiesta sui call center

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Lavorare nei call center

Seicento euro in busta paga

di Maurizio Minnucci

Bassi salari, precarietà persistente, poca attenzione a salute e formazione. Dopo le prime stabilizzazioni, resta l’emergenza per i lavoratori dei call center. Anche perché la maggior parte dei cosiddetti operatori outbound (coloro che, al contrario degli inbound, fanno anche chiamate in uscita) rimane “a progetto”. A lanciare l’allarme è la Slc Cgil, il sindacato dei lavoratori della comunicazione, presentando i risultati di una ricerca condotta sulle prime 17 mila assunzioni gestite dal sindacato secondo il contratto nazionale delle Tlc (altri 3 mila saranno stabilizzati entro aprile). Se ne parlerà alla “Prima conferenza nazionale dei lavoratori dei call center in outsourcing”, il 25 e 26 febbraio presso la Camera del lavoro di Torino, con il ministro del Lavoro Cesare Damiano e il segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani. Qui di seguito i dati principali emersi dallo studio.

Identikit degli stabilizzati. Sono perlopiù giovani: il 64 per cento ha meno di 30 anni, solo il 7 per cento supera i 50. Uno su due è residente al Sud, per la maggior (67 per cento) sono donne. Riguardo al titolo di studio (su un campione di 500 persone), circa la metà ha un diploma, mentre il 35 per cento è in possesso di una laurea. Al momento dell'assunzione, il 53 per cento è entrato con un terzo livello o superiore. Questo l'identikit dei 17 mila lavoratori a progetto dei call center stabilizzati dalla Slc Cgil. La maggior parte di essi (88,5 per cento) ha oggi un “tempo indeterminato”, una piccola parte (uno su dieci) ha ottenuto un contratto a termine o a scopo formativo (che si trasformano in indeterminati dopo 24 mesi), solo l'un per cento è rimasto “a termine”. I problemi arrivano però se si guarda all’orario settimanale: un lavoratore su due, infatti, ha ottenuto solo un part-time a 20 ore (che significa solo 580 euro in busta paga), uno su cinque tra le 20 e le 30 ore, soltanto il 5 per cento dei contratti è full time.

Il costo del lavoro. Oltre a tracciare il profilo delle ragazze e dei ragazzi coinvolti, lo studio affronta il problema del costo del lavoro. Prima delle stabilizzazioni, l’abuso di contratti a progetto (che costano all’azienda mediamente 12 euro l'ora) garantiva alle imprese margini di profitto assai elevati: solo le attività inbound e quelle miste risultavano in linea con quanto stabilito dal ccnl, cioè circa 15 euro lordi per un terzo livello. Afferma il sindacato: “È vero che con le nuove assunzioni le imprese di Tlc (che coprono il 45 per cento delle commesse, ndr.) hanno risposto meglio di altre. Sul lato outbound, però, hanno mantenuto una politica dei costi ancora non soddisfacente, promettendo un allineamento agli standard che andrà a regime soltanto entro il 2009”. Dall'indagine emergono altri dettagli. La Slc segnala, in particolare, “atteggiamenti di alcune grandi imprese di utilities (acqua, energia) che stentano ad adeguare le proprie politiche, fatto ancora più grave vista la natura pubblica o partecipata di tali realtà”.

Le richieste della Slc Cgil. Due le istanze formulate al governo: al ministero del Lavoro si chiede di emanare una nuova circolare per stabilire che anche il lavoro outbound (oltre all’inbound) venga considerato come subordinato. Del resto, sottolinea il sindacato, è questo un fatto accertato da più del 90 per cento delle ispezioni (oltre 11 mila) effettuate dallo stesso ministero. L'altro problema è quello salariale, “perché si registra un forte ritardo nell’adattare i volumi economici delle commesse pubbliche alle nuove condizioni di mercato”. Al riguardo, la Slc propone d’istituire un tavolo interministeriale con i dicasteri della Funzione pubblica e dell’Economia (in quanto azionista di diverse aziende) e le amministrazioni locali (Anci, Conferenza Stato-Regioni). Alle imprese committenti si chiede in primo luogo “di assumersi le proprie responsabilità”. Per troppo tempo, spiega una nota, “hanno giovato della precarietà contrattuale, pretendendo al contempo qualità nei servizi e costi sempre più bassi. Per questo solleciteremo la sottoscrizione di una ‘Carta della responsabilità’ a tutti i grandi committenti privati, invitando le confederazioni e le altre categorie a farsene promotrici. Uno strumento contro le gare al massimo ribasso sul costo del lavoro e sulla sicurezza”. Conclude la Slc: “Alle imprese chiediamo invece di assumere la crescita qualitativa dei servizi come l’obiettivo cui tendere, investendo in salute, formazione e aumento delle ore per i part-time. Dopo la precarietà contrattuale, ora occorre sconfiggere quella salariale. Con 580 euro al mese (tanto guadagna un part-time a 20 ore settimanali) non è possibile costruirsi alcun futuro”. La richiesta, al riguardo, è quella di portare tutti i part-time a minimo 6 ore giornaliere.

(www.rassegna.it, 22 febbraio 2008)

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