Fiat

Nubi su Pomigliano

Il polo di logistica applicata

Delocalizzare per depoten- ziare

Una gestione autoritaria

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Fiat

Nubi su Pomigliano

Il nuovo modello non decolla nonostante gli annunci ad effetto.
Gli addetti continuano a diminuire. Nessun passo avanti sulla sicurezza

di Antonio Fico

Non decolla la “Nuova Pomigliano” di Sergio Marchionne. A poco più di un mese dalla ripresa della produzione, la cura da cavallo praticata dal management Fiat sembra non aver sortito per il momento gli effetti attesi sullo stabilimento campano. Dopo due mesi di corsi di formazione, molto criticati dai sindacati, e l’introduzione del Wcm (World class manufacturing), un sistema che avrebbe dovuto rivoluzionare metrica ed efficienza degli impianti, Pomigliano zoppica vistosamente, e ancora troppe ombre, secondo le organizzazioni sindacali, rimangono sui piani della Fiat. Un dato più degli altri rivela che il modello voluto a Pomigliano non funziona ancora, nonostante gli annunci ad effetto.

In un solo mese, per la precisione dal 7 marzo (data in cui è ripresa la produzione), dalle catene di montaggio dello stabilimento sono uscite ben 2 mila autovetture, tra il modello 159 e il modello 147, con difetti di produzione. Cosa che ha costretto l’azienda a richiamare a Pomigliano lavoratori da altri stabilimenti, in particolare da Cassino, per mettere una toppa alla decisione di chiudere il reparto di finizione (proprio il reparto addetto alla correzione dei difetti di produzione) e di spostare i dipendenti verso altri reparti.

“Il recupero di produttività oraria dei lavoratori sulle linee con una diminuzione delle dissaturazioni – spiega il responsabile auto della segreteria provinciale della Fiom- Cgil Andrea Amendola – è dovuto a un diverso posizionamento dei pezzi di ricambio in linea e a una riduzione degli addetti alla catena di montaggio, ma non sembra in grado di bilanciare il dato delle vetture difettate”. Così come sembra lontano l’obiettivo delle 720 auto giornaliere. Per il momento il numero di vetture prodotte si ferma a 600. Un’altra questione aperta è quella relativa agli investimenti sugli impianti. “A diversi mesi dalla nostra richiesta di avere dati dettagliati sui 70 milioni di investimenti – spiega Amendola –, non abbiamo avuto ancora chiarimenti dalla Fiat relativamente agli impianti sui quali vuole investire di più. Per il momento, se si escludono pochi reparti, siamo in presenza di un maquillage che ha interessato la mensa e i parcheggi”.

“Il Piano per Pomigliano è un bluff senza sostanziali investimenti sulle linee e sul processo – aggiunge il sindacalista –. E 70 milioni sono oggettivamente pochi. Nell’accordo di programma del 2003 l’obiettivo era stanziare 2,5 miliardi di euro, cioè 500 milioni all’anno, sugli impianti. Gran parte di quei soldi non sono stati spesi, ed erano cifre in grado di rivoluzionare Pomigliano”. Amendola fa un altro esempio per far capire il peso delle cifre in gioco: “A Termini Imerese Fiat, per riaprire e rilanciare lo stabilimento, ha investito circa 700 milioni di euro”.

Se sui processi Pomigliano arranca, poche sono le certezze sui modelli da produrre in futuro. Esaurita quasi del tutto la spinta della 147, rimane ancora la 159, e a settembre dovrebbe arrivare la produzione di una parte della Fiat Brava, in coproduzione con lo stabilimento di Cassino: davvero troppo poco per Pomigliano che, secondo il trend registrato dalla Fiom-Cgil, continua a perdere occupati. Se all’inizio del 2003 la Fiat di Pomigliano (con il centro di ricerca Elasis) e la galassia di imprese interne al perimetro dello stabilimento contava circa 8500 occupati, ad oggi Pomigliano occupa circa 6900 addetti, a cui dovrebbero sottrarsi i 316 lavoratori che l’azienda ha intenzione di spostare all’interporto di Nola per costituire un polo della logistica (vedi articolo sotto) . Gli occupati diretti della Fiat sono 5 mila, ma dopo che la società ha riassorbito le società terziarizzate Autostamp, Comau e Stola.

Rimane al palo anche il capitolo sicurezza. “Non ci sono cali apprezzabili degli infortuni – sottolinea il delegato Fiom Sebastiano D’Onofrio–-. Gli impianti e i carrelli sono gli stessi, e continuano a verificarsi casi di scocche che si staccano dalle linee con seri rischi per i lavoratori”. Del tutto ferma è la discussione sull’Ocra, il sistema di lavoro che dovrebbe aumentare ergonomia e sicurezza di chi è addetto alle catene di montaggio. “L’azienda preferisce agire in modo unilaterale – conclude D’Onofrio –. La pressione sulla Rsu rimane alta, e non c’è vero confronto”.

(www.rassegna.it, 16 aprile 2008)

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