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Malessere operaio

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Malessere operaio

La Fiom Cgil ha ascoltato 100 mila lavoratori (non solo operai, anche impiegati). Ne è scaturita un'inchiesta imponente sulle condizioni di vita e di fabbrica. Dall'emergenza salariale a quella sulla salute e sicurezza, dall'orario all'organizzazione del lavoro. Se in media un operaio guadagna 1.170 euro, un impiegato ne percepisce 1.370. Una donna su tre guadagna meno di mille euro. Il 40% degli intervistati ritiene che la propria salute sia stata compromessa a causa del lavoro.

di Davide Orecchio

Il presente dell'operaio sono 1.170 euro in busta paga. Un reddito familiare complessivo di poco superiore. Un lavoro ripetitivo, rigido e monotono allo stesso tempo, con pochi margini di autodeterminazione. Condizioni di sicurezza e salute precarie: che non vuol dire solo rischiare un incidente, ma anche consumare il corpo giorno dopo giorno in mansioni logoranti e ambienti di lavoro dei quali percepisce la nocività. Il presente è anche una transizione in cui gli elementi tayloristici del lavoro di fabbrica (autoritarismo, gerarchia, fissità e ripetitività del lavoro) si intrecciano coi tratti del post-fordismo (adesione ai processi qualitativi ma anche insicurezza, flessibilità e precarietà tipiche dell'era del just in time) in un meticciato industriale che frastorna. E il futuro? E' un lento ma inesorabile scadimento: il 60% dei lavoratori metalmeccanici non pensa che a 60 anni riuscirà a sopportare fisicamente il proprio lavoro. E uno su tre è convinto che entro due anni lo perderà del tutto: dunque un futuro che in realtà non c'è proprio. Se poi la tuta blu l'indossa un ragazzo, o una donna, o un immigrato - tutto peggiora: meno soldi e meno carriera, un contratto precario, rischi di molestie e soprusi.

Scattata da un'indagine imponente presentata dalla Fiom il 29 febbraio a Torino (qui i dati più importanti, mentre sul sito dei metalmeccanici si può scaricare la ricerca integrale), questa è l'immagine di 100 mila lavoratori (non solo operai, anche impiegati). Una foto di gruppo che sta a metà tra il reale e il percepito, un "come siamo e come ci vediamo" che toglie di mezzo - se ce ne fosse ancora bisogno - il luogo comune sull'estinzione di Cipputi. Due milioni di donne e uomini, in Italia, lavorano infatti nel settore, dalle grandi fabbriche alle piccole aziende artigiane. E hanno mille problemi. Chi li risolverà?

Presentando l'inchiesta, il segretario generale della Fiom Cgil Gianni Rinaldini ha spiegato che la soluzione, per il sindacato, dev'essere innanzitutto il ritorno in fabbrica per "ricostruire un'iniziativa sindacale sulle condizioni di lavoro ragionando a tutto campo anche sulle forme della rappresentanza''. ''Dalla ricerca - ha detto Rinaldini - emerge una crisi della contrattazione sulle condizioni di lavoro che in questi anni sono peggiorate". Per il segretrario della Fiom "in particolare nelle grandi fabbriche il meccanismo delle Rsu taglia fuori dalla rappresentanza interi cicli della produzione", e dunque occorre "una rappresentanza piu' aderente al ciclo produttivo''.


I dati: il salario

Come si diceva, l’inchiesta si basa su circa 100.000 questionari compilati dai lavoratori di oltre 4.000 imprese, su tutto il territorio nazionale e in tutti i comparti del settore. Circa la metà degli intervistati (44,6%) non è iscritta ad alcun sindacato. La Fiom ci tiene a sottolineare che "un numero tanto elevato di risposte rappresenta un risultato importante che rende questa inchiesta quasi unica per dimensione e dettaglio di analisi". Hanno infatti risposto al questionario circa 70.000 operai e 30.000 tra impiegati, tecnici e coordinatori, oltre 3.000 migranti, 20.000 donne, 10.000 precari, quasi 35.000 lavoratori con meno di 35 anni.

Il sindacato evidenzia la "condizione di profondo malessere" che emerge dall'indagine. E il disagio principale è, naturalmente, quello economico: il 30% della categoria ha un reddito mensile inferiore ai 1.100 euro. Se in media un operaio guadagna 1.170 euro, un impiegato ne percepisce 1.370. Esigui i margini di miglioramento con l'anzianità: "la differenza tra un operaio con più di 45 anni - si legge nell'indagine - e uno che ne ha meno di 35 è di appena 100 euro al mese".

Una donna su tre, inoltre, non arriva a 1.000 euro al mese:
"I redditi più bassi - prosegue la Fiom nel suo rapporto - sono quelli delle lavoratrici e dei lavoratori precari, che nel 60% dei casi non superano i 1.100 euro al mese. Va detto che ben il 10% degli intervistati ha un contratto di lavoro precario, percentuale che sale tra chi ha meno di 35 anni (16%) e in generale tra le donne: tra le operaie con meno di 35 anni una su cinque (21%) ha un contratto di lavoro precario".

Difficoltà economiche che si ripercuotono pesantemente sul reddito familiare (soprattutto al sud, dove oltre la metà delle famiglie si mantiene con un solo stipendio). Se il 41% dei nuclei familiari dei metalmeccanici non supera i 1.900 euro al mese, nelle famiglie con tre e quattro persone il reddito pro capite è tra i 700 e i 500 euro al mese.

Orari e organizzazione del lavoro
"Un intervistato su quattro (26,3%) - si legge nell'inchiesta - lavora più di 40 ore a settimana; circa la metà (48%) vorrebbe lavorare meno ore e soltanto una piccolissima minoranza (6%) è disponibile ad aumentare ancora l’orario di lavoro".
Inoltre "per la maggior parte degli intervistati - tanto più tra le donne - il lavoro è ripetitivo (65%) e molto parcellizzato (atti e movimenti ripetitivi durano anche meno di 30 secondi), monotono (53%) e con ritmi di lavoro elevati (51%), dettati soprattutto da obiettivi di produzione, ma spesso anche dalla velocità di una macchina e dal controllo dei capi".

Un operaio su quattro dichiara di non poter fare una pausa quando ne sente il bisogno.

Dunque una "condizione tipicamente taylorista" - tira le somme la Fiom - in cui "si sovrappone - e non si sostituisce - l’aggravio di fatica e di responsabilità determinato dagli elementi legati alle richieste di qualità, così che i lavoratori oltre alle asprezze e alle monotonie del taylorismo subiscono anche le pretese e i rischi del postfordismo". Infatti gli intervistati dichiarano in maggioranza che "il loro lavoro comporta il rispetto di procedure di qualità (87%), l’autovalutazione della qualità (73,4%), la soluzione autonoma di problemi imprevisti (67,2%), l’apprendimento di nuove nozioni (64,5%)".

Emergenza salute e sicurezza
Gli operai denunciano di essere esposti a rumori molto forti (56,5%), vibrazioni (50,3%), vapori polveri e sostanze chimiche (43,3%), ma anche a movimenti ripetitivi di mani e braccia (68%) e a posizioni disagiate che provocano dolore (32%). E le condizioni peggiorano per le donne (anche le impiegate): un dato rilevante raccolto dalla Fiom è che ben il 93% delle operaie di terzo livello nella produzione di massa (auto, moto, elettrodomestici) dichiarano di essere sottoposte a movimenti ripetitivi di mani e braccia.

Sono molti gli operai che dichiarano come nel proprio lavoro sia molto alto il rischio di farsi male (20%), di fare male ai colleghi (12%) o contrarre malattie (17,3%). Secondo la Fiom "i dati mostrano irrevocabilmente che questi rischi aumentano linearmente con l’orario di lavoro e in particolare oltre le 40 ore".

Dall'inchiesta emerge anche che un operaio su cinque (20%) non è soddisfatto delle informazioni ricevute sulla sicurezza e soltanto il 47% ha avuto contatti con il Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza. "Soltanto il 58% degli operai - afferma la Fiom - considera il proprio posto di lavoro a norma, cioè dotato delle protezioni necessarie per lavorare in sicurezza. Nella siderurgia è addirittura un operaio su tre (68%) a ritenere che nel proprio posto di lavoro non siano garantite le norme minime di sicurezza".

Il 40% degli intervistati ritiene che la propria salute sia stata compromessa a causa del lavoro.

I disturbi più diffusi sono quelli muscolo-scheletrici (il 40,2% ha dolori alla schiena; il 34,2% a spalle e collo; il 30,8% a braccia e mani; il 25% alle gambe).

Il 23,5% degli operai - inoltre - ha problemi di udito, il 27,8% denuncia tensione e stanchezza, ma anche irritabilità (21,5%), ansia (19%), insonnia (14,2%) e dolori allo stomaco (12%). "Gli impiegati - sottolinea infine l'inchiesta – lamentano soprattutto una condizione generale di stanchezza (27%) e disturbi agli occhi e alla vista (27%), ampiamente legati all’utilizzo continuativo del computer.

(www.rassegna.it, 29 febbraio 2008)

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