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Il presente dell'operaio sono 1.170 euro in busta
paga. Un reddito familiare complessivo di poco superiore. Un lavoro
ripetitivo, rigido e monotono allo stesso tempo, con pochi margini di
autodeterminazione. Condizioni di sicurezza e salute precarie: che non
vuol dire solo rischiare un incidente, ma anche consumare il corpo
giorno dopo giorno in mansioni logoranti e ambienti di lavoro dei
quali percepisce la nocività. Il presente è anche una transizione in
cui gli elementi tayloristici del lavoro di fabbrica (autoritarismo,
gerarchia, fissità e ripetitività del lavoro) si intrecciano coi
tratti del post-fordismo (adesione ai processi qualitativi ma anche
insicurezza, flessibilità e precarietà tipiche dell'era del just in
time) in un meticciato industriale che frastorna. E il futuro? E'
un lento ma inesorabile scadimento: il 60% dei lavoratori
metalmeccanici non pensa che
a 60 anni riuscirà a sopportare fisicamente il proprio lavoro. E uno
su tre è convinto che entro due anni lo perderà del tutto: dunque un futuro
che in realtà non c'è proprio. Se poi la tuta blu l'indossa un
ragazzo, o una donna, o un immigrato - tutto peggiora: meno soldi e
meno carriera, un contratto precario, rischi di molestie e soprusi.
Scattata da un'indagine imponente presentata dalla Fiom il 29 febbraio
a Torino (qui i dati più
importanti, mentre sul sito dei metalmeccanici si può
scaricare la ricerca integrale), questa è l'immagine di 100 mila
lavoratori (non solo operai, anche impiegati). Una foto di gruppo che
sta a metà tra il reale e il percepito, un "come siamo e come ci
vediamo" che toglie di mezzo - se ce ne fosse ancora bisogno - il
luogo comune sull'estinzione di Cipputi. Due milioni di donne e
uomini, in Italia, lavorano infatti nel settore, dalle grandi
fabbriche alle piccole aziende artigiane. E hanno mille problemi. Chi
li risolverà?
Presentando l'inchiesta, il segretario generale della Fiom Cgil Gianni
Rinaldini ha spiegato che la soluzione, per il sindacato, dev'essere
innanzitutto il ritorno in fabbrica per "ricostruire un'iniziativa
sindacale sulle condizioni di lavoro ragionando a tutto campo anche
sulle forme della rappresentanza''. ''Dalla ricerca - ha detto
Rinaldini - emerge una crisi della contrattazione sulle condizioni di
lavoro che in questi anni sono peggiorate". Per il segretrario della
Fiom "in particolare nelle grandi fabbriche il meccanismo delle Rsu
taglia fuori dalla rappresentanza interi cicli della produzione", e
dunque occorre "una rappresentanza piu' aderente al ciclo produttivo''.
I dati: il salario
Come si diceva, l’inchiesta si basa su circa 100.000 questionari
compilati dai lavoratori di oltre 4.000 imprese, su tutto il
territorio nazionale e in tutti i comparti del settore. Circa la metà
degli intervistati (44,6%) non è iscritta ad alcun sindacato. La Fiom
ci tiene a sottolineare che "un numero tanto elevato di risposte
rappresenta un risultato importante che rende questa inchiesta quasi
unica per dimensione e dettaglio di analisi". Hanno infatti risposto
al questionario circa 70.000 operai e 30.000 tra impiegati, tecnici e
coordinatori, oltre 3.000 migranti, 20.000 donne, 10.000 precari,
quasi 35.000 lavoratori con meno di 35 anni.
Il sindacato evidenzia la "condizione di profondo malessere" che
emerge dall'indagine. E il disagio principale è, naturalmente, quello
economico: il 30% della categoria ha un reddito mensile inferiore ai
1.100 euro. Se in media un operaio guadagna 1.170 euro, un impiegato
ne percepisce 1.370. Esigui i margini di miglioramento con
l'anzianità: "la differenza tra un operaio con più di 45 anni - si
legge nell'indagine - e uno che ne ha meno di 35 è di appena 100 euro
al mese".
Una donna su tre, inoltre, non arriva a 1.000 euro al mese:
"I redditi più bassi - prosegue la Fiom nel suo rapporto - sono quelli
delle lavoratrici e dei lavoratori precari, che nel 60% dei casi non
superano i 1.100 euro al mese. Va detto che ben il 10% degli
intervistati ha un contratto di lavoro precario, percentuale che sale
tra chi ha meno di 35 anni (16%) e in generale tra le donne: tra le
operaie con meno di 35 anni una su cinque (21%) ha un contratto di
lavoro precario".
Difficoltà economiche che si ripercuotono pesantemente sul reddito
familiare (soprattutto al sud, dove oltre la metà delle famiglie si
mantiene con un solo stipendio). Se il 41% dei nuclei familiari dei
metalmeccanici non supera i 1.900 euro al mese, nelle famiglie con tre
e quattro persone il reddito pro capite è tra i 700 e i 500 euro al
mese.
Orari e organizzazione del lavoro
"Un intervistato su quattro (26,3%) - si legge nell'inchiesta - lavora
più di 40 ore a settimana; circa la metà (48%) vorrebbe lavorare meno
ore e soltanto una piccolissima minoranza (6%) è disponibile ad
aumentare ancora l’orario di lavoro".
Inoltre "per la maggior parte degli intervistati - tanto più tra le
donne - il lavoro è ripetitivo (65%) e molto parcellizzato (atti e
movimenti ripetitivi durano anche meno di 30 secondi), monotono (53%)
e con ritmi di lavoro elevati (51%), dettati soprattutto da obiettivi
di produzione, ma spesso anche dalla velocità di una macchina e dal
controllo dei capi".
Un operaio su quattro dichiara di non poter fare una pausa quando ne
sente il bisogno.
Dunque una "condizione tipicamente taylorista" - tira le somme la Fiom
- in cui "si sovrappone - e non si sostituisce - l’aggravio di fatica
e di responsabilità determinato dagli elementi legati alle richieste
di qualità, così che i lavoratori oltre alle asprezze e alle monotonie
del taylorismo subiscono anche le pretese e i rischi del postfordismo".
Infatti gli intervistati dichiarano in maggioranza che "il loro lavoro
comporta il rispetto di procedure di qualità (87%), l’autovalutazione
della qualità (73,4%), la soluzione autonoma di problemi imprevisti
(67,2%), l’apprendimento di nuove nozioni (64,5%)".
Emergenza salute e sicurezza
Gli operai denunciano di essere esposti a rumori molto forti (56,5%),
vibrazioni (50,3%), vapori polveri e sostanze chimiche (43,3%), ma
anche a movimenti ripetitivi di mani e braccia (68%) e a posizioni
disagiate che provocano dolore (32%). E le condizioni peggiorano per
le donne (anche le impiegate): un dato rilevante raccolto dalla Fiom è
che ben il 93% delle operaie di terzo livello nella produzione di
massa (auto, moto, elettrodomestici) dichiarano di essere sottoposte a
movimenti ripetitivi di mani e braccia.
Sono molti gli operai che dichiarano come nel proprio lavoro sia molto
alto il rischio di farsi male (20%), di fare male ai colleghi (12%) o
contrarre malattie (17,3%). Secondo la Fiom "i dati mostrano
irrevocabilmente che questi rischi aumentano linearmente con l’orario
di lavoro e in particolare oltre le 40 ore".
Dall'inchiesta emerge anche che un operaio su cinque (20%) non è
soddisfatto delle informazioni ricevute sulla sicurezza e soltanto il
47% ha avuto contatti con il Rappresentante dei lavoratori per la
sicurezza. "Soltanto il 58% degli operai - afferma la Fiom - considera
il proprio posto di lavoro a norma, cioè dotato delle protezioni
necessarie per lavorare in sicurezza. Nella siderurgia è addirittura
un operaio su tre (68%) a ritenere che nel proprio posto di lavoro non
siano garantite le norme minime di sicurezza".
Il 40% degli intervistati ritiene che la propria salute sia stata
compromessa a causa del lavoro.
I disturbi più diffusi sono quelli muscolo-scheletrici (il 40,2% ha
dolori alla schiena; il 34,2% a spalle e collo; il 30,8% a braccia e
mani; il 25% alle gambe).
Il 23,5% degli operai - inoltre - ha problemi di udito, il 27,8%
denuncia tensione e stanchezza, ma anche irritabilità (21,5%), ansia
(19%), insonnia (14,2%) e dolori allo stomaco (12%). "Gli impiegati -
sottolinea infine l'inchiesta – lamentano soprattutto una condizione
generale di stanchezza (27%) e disturbi agli occhi e alla vista (27%),
ampiamente legati all’utilizzo continuativo del computer. |