Polizia penitenziaria

Emergenza suicidi

Dal 1997 al 2007 ben 64 casi, quattro nei primi mesi di quest’anno. Lavoratori oggetto di aggressioni, costretti a turni spesso massacranti e a uno stress che risulta insopportabile

di Maurizio Minnucci

Sessantaquattro suicidi dal 1997 al 2007, quattro nei primi mesi di quest’anno. Gli ultimi due casi risalgono al 3 aprile scorso, quando, nel giro di poche ore, si sono tolti la vita un assistente capo di 46 anni, in servizio presso la casa circondariale di Biella, e un viceispettore che lavorava nell’istituto di pena di Matera. Quella dei suicidi tra le guardie carcerarie è una questione annosa, difficile risalire al motivo scatenante. Di certo, l’ambito lavorativo è una componente che può influire su un quadro generale già compromesso. A lanciare l’allarme è la Fp Cgil, di fronte alle drammatiche condizioni in cui operano gli addetti della polizia penitenziaria, sempre più spesso oggetto di aggressioni e violenze, costretti dal sovraffollamento delle carceri a turni massacranti e a uno stress che a volte diventa insopportabile.

I problemi del settore nascono da una popolazione carceraria di gran lunga superiore a quella regolamentare, nonostante l’indulto di due anni fa. Le nuove case di reclusione, costruite con 25 celle singole per ogni sezione, allo stato attuale ospitano fino 150 detenuti. Situazione aggravata da una forte carenza d’organico. Solo in Liguria, lo scorso anno, si è fatto ricorso a quasi 120.000 ore di straordinario, che equivalgono a circa 20.000 giornate lavorative in più. Non bastasse, lamenta il sindacato, il personale è male utilizzato. “C’è una gestione francamente inaccettabile – afferma Francesco Quinti, coordinatore nazionale della Fp per la polizia penitenziaria –. Troppi agenti lavorano al di fuori degli istituti di pena grazie a clientelismi e a rimetterci sono quelli che stanno tutti i giorni nelle sezioni”. Altra questione è quella del sistema disciplinare, secondo il sindacato di categoria da rivedere, “perché viene usato come strumento di governo del personale attraverso intimidazioni e minacce”. In particolare, aggiunge Quinti, “va cambiato il ‘giudizio di fine anno’, che incide sul fascicolo del dipendente e a volte è usato per colpire coloro che non si allineano. Tutti fattori che aumentano lo stress. Abbiamo attivato una raccolta di firme per proporre la modifica del regolamento, la presenteremo nella prossima legislatura”.

A volte basta un piantonamento in ospedale per mandare la struttura in crisi. I turni sono di 10 ore, mentre nei contratti è sancito che al massimo possono essere di 6. In traduzione, addirittura, capita di lavorare fino a 20-22 ore consecutive senza smontare, con il detenuto in carico e nessuno a dare il cambio. Una tensione difficile da sopportare. Lo dimostra il fatto che ogni anno circa 250 agenti sono costretti dal giudizio delle commissioni mediche a passare a ruoli civili, perché non più idonei. “Il disagio – riprende Quinti – esce dalla cella per mostrarsi nella vita quotidiana, a partire dalla denigrazione nel linguaggio, quando si viene chiamati secondini. E pensare che è un mestiere che non rientra tra i cosiddetti usuranti”. “C’è un’effettiva difficoltà da parte dell’amministrazione nella gestione degli addetti – conferma Domenico Arena, direttore dell’istituto di pena di Saluzzo (Cuneo) –. Ma parte del problema è nelle strutture obsolete. Ci sono carceri in cui si sta al freddo, all’umido, in condizioni igieniche fatiscenti, aspetti che contano nella psicologia e nello stress. Servono investimenti per rendere questi luoghi più confortevoli, a partire da tecnologie per evitare agli operatori una serie di azioni ripetute, come aprire un cancello 200 volte al giorno”. Secondo il direttore, “bisogna puntare sul benessere degli agenti, creando occasioni socializzanti e di raccordo con il territorio al di fuori dell’istituto, specie per i tanti che vengono dal Sud e vivono lontani dalle famiglie”.

Qualche passo avanti a favore della condizione degli agenti si è fatto nella riunione del 9 aprile al Dipartimento di amministrazione penitenziaria (Dap), che gestisce il settore per conto del ministero della Giustizia. I sindacati hanno chiesto un piano straordinario di sostegno, investimenti nella prevenzione e nella riabilitazione, l’implementazione del ricorso a misure alternative alla detenzione, un piano alloggi. “È certo che non possiamo restare inerti di fronte al drammatico fenomeno dei suicidi”, ha affermato il Capo del Dap Ettore Ferrara, rispondendo alle sollecitazioni delle sigle di categoria in merito all’esistenza nel settore del burn-out, la sindrome che colpisce chi esercita “professioni d’aiuto” in condizioni disagiate e con carichi eccessivi di stress. Annunciando lo stanziamento di nuove risorse economiche, il Dap ha avviato l’istituzione di un forum di comunicazione telematica tra il centro e la periferia dell’amministrazione penitenziaria e la creazione di un osservatorio esterno permanente di studio. Da subito, la richiesta agli istituti di pena di realizzare un presidio psicologico per tutte le guardie carcerarie.

(www.rassegna.it, maggio 2008)

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