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Morti d'amianto, l'accusa chiede 40 anni per i dirigenti Fincantieri

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Venezia / Processo Breda-Fincantieri

Morti d'amianto, l'accusa chiede
40 anni per i dirigenti Fincantieri

Condanne complessive per 40 anni e due mesi. Questa la richiesta del pm Gianni Pipeschi nella requisitoria per il processo che vede imputati sette ex dirigenti della Breda, poi Fincantieri, per 14 morti a causa di esposizione da amianto. I reati contestati sono omicidio colposo, lesioni e omissioni nella sicurezza, Secondo il pm i sette sono responsabili della morte di 11 operai del cantiere veneziano e tre loro mogli che maneggiavano gli indumenti da lavoro intrisi di amianto. La sostanza letale sarebbe stata utilizzata, secondo l'accusa, dal 1955 a metà degli anni Novanta, senza precauzioni ed accumulata nel tempo nel cantiere distribuendo la responsabilità penale delle morti su quanti, in tempi diversi e a diverso titolo, hanno diretto il cantiere. Lo Stato, come parte civile, ha chiesto risarcimenti complessivi per oltre cinque milioni di euro.

Altro stabilimento sotto indagine è quello di Monfalcone (Gorizia), sempre della Fincantieri. Al riguardo è di oggi (25 giugno) la notizia che il Procuratore Generale della repubblica presso la Corte d'Appello di Trieste, Beniamino Deidda, ha deciso di avocare le indagini relative alle morti di operai esposti all'amianto. Una decisione - si legge in una ricostruzione dell'Ansa - che e' stata presa di fronte all'inerzia della Procura di Gorizia nell'affrontare le inchieste sulle ''morti bianche'' per mesotelioma pleurico ai cantieri navali, con decine di fascicoli mai giunti a dibattimento o richieste di archiviazione respinte dal Gip. Secondo i dati diffusi dall'Associazione esposti all'amianto (Aea) la Procura di Gorizia ha dichiarato di aver aperto circa 600 fascicoli d'indagine, ma solo per circa una decina di decessi e' stata avanzata la richiesta di rinvio a giudizio per il reato di omicidio colposo. Solo 13 processi sono arrivati a dibattimento e non è stata emessa ancora nessuna sentenza: una situazione della quale i familiari delle vittime avevano messo a parte il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, lo scorso 28 marzo.

Inaugurando l'anno giudiziario 2008, il procuratore generale Deidda, aveva parlato di ''denegata giustizia'' per le vittime dell'amianto, sottolineando le carenze del tribunale di Gorizia.

Le prime condanne a febbraio
Seppure con lentezza, dunque, la macchina della giustizia si muove. E, tornando alla vicenda della Fincantieri veneziana, ricordiamo che la magistratura era intervenuta già lo scorso 15 febbraio, quando il giudice del lavoro di Venezia aveva pronunciato le prime sentenze di condanna al risarcimento dei danni a favore di ex dipendenti affetti da placche pleuriche. La Fincantieri fu condannata a risarcire a F.P e G.B. il danno biologico e i danni morali derivanti dalla malattia di accertata origine professionale, la cui insorgenza venne attribuita all’esposizione massiccia e prolungata a polveri di amianto durante l’attività lavorativa svolta per decenni con mansioni di carpentieri di bordo.“Pur trattandosi di somme esigue in considerazione della limitata entità del danno biologico provocato da tale patologia (3 per cento), ciò che più conta è che per la prima volta in Italia Fincantieri fu stata condannata a risarcire i danni derivanti da placche pleuriche, malattia assai diffusa tra gli ex addetti al settore della cantieristica navale” spiegava una nota della Cgil Venezia.

Il Tribunale ha accertato che a bordo nave l’uso di amianto sotto varie forme (polvere per preparazione di cemento-amianto, guarnizioni, tele e coperte) era ubiquitario, che le lavorazioni comportati manipolazione di amianto erano eseguite in promiscua presenza di tutte le altre figure professionali (carpentieri, saldatori, tubisti, meccanici, coibentatori di ditte terze), che i residui di tali lavorazioni non venivano eliminati con adeguate operazioni di pulizia né mediante sistemi di aereazione (finalizzati alla aspirazione soltanto dei fumi di saldatura e non della polvere). Il Tribunale ha inoltre accettato che, seppure la conoscenza della pericolosità della lavorazione dell’amianto fosse nota da epoca ben anteriore agli anni settanta, Fincantieri ha sistematicamente omesso di fornire ai propri dipendenti le misure minime di tutela della salute, quali le maschere, gli aspiratori di idonea potenza e collocazione negli ambienti esposti, la segregazione degli ambienti polverosi e, non ultima, la corretta e doverosa informazione circa i rischi cui erano esposti nell’espletamento dell’attività lavorativa. Il giudice del lavoro ha infine concluso affermando che “se era nota da tempo (come lo era) la pericolosità dell’amianto sulla salute dei soggetti esposti, il datore di lavoro doveva giungere fino a determinarsi alla sua integrale bonifica e sostituzione con materiali alternativi (esistesti seppur più costosi)”, a prescindere dal ritardo con cui è stata adottata dallo Stato Italiano la legge 257 del 1992 la quale, disponendo la cessazione dell’impiego dell’amianto, ha introdotto il trattamento straordinario di integrazione salariale e pensionamento anticipato a favore dei lavoratori esposti.

(www.rassegna.it, 25 giugno 2008)

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