SINDACATI

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Dopo le elezioni

Attacco al sindacato

di Paolo Andruccioli

L’onda alta dell’antipolitica si infrange anche sul sindacato. Su tutto il sindacato. Le critiche e le insofferenze popolari (vedi voto della Lega), determinate quasi sempre da un disagio sociale crescente, vengono ingigantite e canalizzate verso obiettivi ben precisi, che potremmo riassumere così, tanto per semplificare il ragionamento. Quello che dà fastidio maggiormente ai principali esponenti del “movimento” dell’antisindacalismo non sembrano essere le ingiustizie o le insufficienze e i ritardi del sindacato nella difesa degli strati più deboli e frammentati del lavoro. Quello che infastidisce e che andrebbe abolito per sempre è una trama sociale. Se infatti scaviamo meglio nei vari editoriali – come quello  di Dario Di Vico sul Corriere della Sera del 18 aprile, dove s’inneggia a un possibile superamento delle confederazioni sindacali che saranno presto sostituite dalle "comunità" - scopriamo che i commentatori individuano il colpevole sempre in una parte. Scopriamo che ormai quel che mal si sopporta sono le basi fondamentali dell’esperienza confederale; e usiamo non a caso il termine “confederale” per ricordare la specificità italiana. Quel che non si dice nei dibattiti e sui giornali è che il sindacalismo comincia a dare fastidio non per le sue degenerazioni, ma nel suo complesso. Forse che la società globale dei nostri tempi non sopporti più quest’organismo basato sulla capacità di difendere gli interessi dei più deboli nei rapporti asimettrici del lavoro?

Infastidisce insomma l’organizzazione sociale conseguente e quindi anche quella democrazia economica e quella partecipazione (e coinvolgimento) alle scelte su cui si sono spese milioni di parole positive. Oggi si deve segnare un punto. Così si fa finta di attaccare le degenerazioni, come per esempio quella dell’ultima ora relativa alla storia dei sindacalisti accusati di aver intascato dei soldi per non denunciare le morti bianche. In realtà non è la patologia che interessa, ma la fisiologia. Infastidisce cioè un’alterità che non si è riuscita a cancellare con l’applicazione di nessun modello esportato dall’estero. L’alterità e l’originalità del modello confederale dei sindacati italiani non sono state infatti cancellate né dall’epoca della qualità totale e neppure dall’epoca buia degli anni di piombo.

A quasi trent’anni dalla storica marcia dei quadri Fiat c’è chi vorrebbe chiudere definitivamente un capitolo, eliminando dalla scena non più qualche delegato troppo estremista, ma tutta l’organizzazione sindacale. Lo ha segnalato chiaramente il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, che – rispondendo a una domanda di una giornalista sul libro di Livadiotti (“L’altra casta”) -  ha detto che il sindacato italiano rappresenta una forza e un insediamento fatto di radici popolari e forza di rappresentanza. Già in altre occasioni Epifani era intervenuto sul tema. A proposito di altri attacchi e altre critiche il segretario generale della Cgil aveva parlato della necessità di difendere i “corpi intermedi” della società che oggi sono minacciati dalla filosofia della globalizzazione selvaggia. Tra Stato e mercato non ci devono essere appunto ostacoli, né soggetti diversi o quanto meno anomali. Tra Stato, mercato - e popolo - non ci deve essere più nulla che inceppi il libero dispiegarsi delle forze del capitalismo. “Il sindacato, al contrario – spiega ancora Epifani - ha una sua autonoma visione dei problemi e di giudizio, mantiene un'alta pratica di democrazia. Chi ci attacca, forse, vuole attaccare proprio questo”.

Con una buona dose di veleno Gianni Baget Bozzo, sul Giornale, ci spiega che le vere colpe del sindacato, o meglio “dell’altra casta”, sono quelle di aver accettato il modello ereditato dal fascismo. Il vero potere del sindacato – dice Baget Bozzo – la sua vera colpa, è quella di essersi fatto Stato e di aver utilizzato il suo potere per controllare le fabbriche e quindi mettere un coperchio sul vero movimento operaio. Scopriamo così un Baget Bozzo inedito, quasi operaista-movimentista. Per attaccare l’avversario non si rinuncia proprio a nulla, tutte le armi sono buone, perfino una rivalutazione delle commissioni interne potrebbe tornare buona dopo più di venti anni di attacchi continui alle strutture di fabbrica, siano esse commissioni interne o peggio, Consigli di fabbrica. Come è nel suo stile allegro, Baget Bozzo viaggia a salti e racconta la storia come se fosse un formaggio groviera dove prevalgono sempre i buchi, i vuoti. Il sindacato confederale italiano, che sempre secondo Bozzo sarebbe responsabile della mancata applicazione degli articoli 39 e 40 della Costituzione repubblicana, viene raccontato solo come una struttura di potere, la vera responsabile delle morti bianche. Anche qui l’argomento è semplice e sorprendente al tempo stesso: gli operai muoiono perché i sindacati nazionali hanno zittito gli unici che potevano denunciare la mancanza di sicurezza: i rappresentanti diretti dei lavoratori. I sindacati per Bozzo sono fascisti, e in fondo anche un po’ assassini.

Peccato che nelle sue continue amnesie non abbia avuto il tempo di consultare neppure la veloce wikipedia, alla voce Camere del lavoro. Lo storico dei “salti” avrebbe potuto leggere: “Grandi gruppi industriali decisero di finanziare il movimento fascista fondato da Mussolini, già direttore del l’Avanti ed espulso nel 1914 dal Partito Socialista a causa delle sue posizioni favorevoli all’intervento dell’Italia nella guerra che si stava scatenando in Europa. Sostenuti anche dai padroni agrari contro le lotte dei contadini, i fascisti si scatenano contro le sedi delle Camere del lavoro, delle cooperative, del partito socialista e dei Comuni amministrati dai socialisti in un clima continuo di aggressioni, incendi e omicidi spesso protetti dalle forze dell’ordine”. Oggi, nel 2008, nessun partito socialista è più presente in Parlamento, le cooperative sono sempre più sotto botta, non ci sono comuni amministrati da socialisti o di politici di derivazione socialista (sono comunque una rarità da catalogo). All’appello mancano solo le Camere del lavoro.

(www.rassegna.it, 18 aprile 2008)

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