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Un forte invito all’unità, perché le
sfide che attendono la Cgil sono sicuramente difficili. Partendo da
una rassicurazione: “il segretario generale qui resterà” (in
risposta ai rumours su una sua candidatura alle Europee). Epifani ha
chiuso la Conferenza d’organizzazione, richiamando anzitutto il
sindacato a rispettare i nuovi impegni che si è dato. Ha risposto a
Rinaldini, a Brunetta, al governo, non risparmiando toni garbati ma
decisi. Ha tracciato il futuro della confederazione, indicando i due
percorsi da compiere: uno verso il basso, per una “rioccupazione”
dei territori, proprio lì dove stanno i lavoratori; uno verso
l’alto, in una prospettiva internazionale che affronti le dinamiche
complesse della globalizzazione, causa profonda di tante nostre
difficoltà.
Il primo compito
La responsabilità che ora spetta alla Cgil è tradurre in scelte
concrete, che saranno assunte dal Direttivo, le nuove regole e le
norme prodotte dalla Conferenza. “Ma nessuna scelta del Direttivo –
spiega Epifani - potrà risolvere i nostri problemi se noi non la
porteremo avanti col massimo impegno: se parliamo di rinnovamento
dobbiamo farlo, se decidiamo di andare nei territori dobbiamo farlo,
se diciamo di metterci di più e meglio dobbiamo farlo. Non possiamo
dire una cosa e farne un'altra, questo è il nostro destino”.
La risposta a Rinaldini
“La questione non è discutere di più, perché noi abbiamo sempre
discusso. E’, invece, che ogni discussione deve poi arrivare a un
punto: non siamo in un congresso permanente” ha detto Epifani,
riprendendo alcune critiche rivoltegli dal leader della Fiom. “A
Gianni – ha poi aggiunto - voglio anche dire che non ho mai pensato
e detto che ci sono monaci poveri e conventi ricchi, lavoratori che
stanno male e sindacati che stanno bene: il sindacato dei lavoratori
ha gli stessi problemi dei lavoratori, è insieme ai lavoratori”.
La “seconda fase” della globalizzazione
“Siamo entrati in una nuova fase della globalizzazione, che ci darà
più problemi di quanti ce ne ha dati la prima, senza però averne i
vantaggi”. Per il leader della Cgil la “prima fase” ha avuto anche
alcuni meriti: “La caduta delle barriere e dei confini, il mercato
più largo, la delocalizzazione di attività tradizionali hanno
permesso a tanti paesi di uscire dal sottosviluppo, di aumentare i
redditi e le opportunità. Oggi, in media, il mondo è un po’ più
ricco di prima”. E il vantaggio del cittadino italiano ed europeo,
che pur pagava la fuga di tante imprese nazionali verso i paesi
emergenti, era di “poter avere beni e servizi di qualità, spesso
uguali a quelli forniti dalle nostre aziende, a costi più bassi”.
Un vantaggio che oggi è messo a
rischio dalla crescita dell’inflazione, in tanti paesi a due cifre
(“in Russia è al 13 per cento, in India e in Cina è al 10”):
“Un’inflazione dovuta a ragioni internazionali e di speculazione,
che fa aumentare le materie prime ma anche le farine e il riso, che
non si può pensare di combattere come facevamo vent’anni fa,
riregolando un po’ i salari. Ci si presenta così un problema
inedito, che sicuramente rende il sindacato più debole, anche se, a
ben guardare, rende tutti più deboli”.
Agire a livello europeo e mondiale
E’ proprio su questo piano internazionale che le organizzazioni
dei lavoratori hanno i più gravi ritardi, avverte Epifani: “Oggi
serve un sindacato coevo alle modifiche che il mondo sta avendo. Un
sindacato che stia di più a livello europeo e internazionale, che
esca da quei confini che oggi non ci sono più”. Un sindacato
diverso, però, dalla recente unione dei siderurgici inglesi e
americani: “La risposta ai problemi odierni non può essere quella,
perché si limita a difendere le imprese e i lavoratori dei due paesi
da altri lavoratori e altre imprese”. Il nodo teorico, spiega
Epifani, è quello della condizione del conflitto tra capitale e
lavoro: “Un tempo si diceva che erano interessi distinti e non
conciliabili, che andavano accordati di volta in volta. Oggi bisogna
capire che oltre a quel rapporto, agiscono nella stessa misura anche
i conflitti tra impresa e impresa e tra lavoratore e lavoratore”. La
soluzione, quindi, non sta “nelle risposte aziendaliste o nei
confini chiusi, nei sindacati solamente unionisti o solamente
corporativi, ma nei valori e nelle ispirazioni confederali, di chi
cioè punta a unire al di là degli insediamenti, a parlare anche a
chi è diverso da sé”.
La riforma del modello contrattuale
“Una mediazione molto alta e importante, in particolare sulla
parte per la democrazia. E mi piacerebbe che il raggiungimento di
questo obiettivo, una battaglia che la Cgil conduceva da vent’anni,
fosse riconosciuta da tutti”, così Epifani. Che non risparmia anche
un’altra frecciata sulla questione dei due livelli: “Si può non
essere d’accordo sulla mediazione che è stata trovata, ma bisogna
essere onesti e raffigurare le cose per come sono effettivamente
scritte, e questo non sempre è successo”. Sul futuro della
trattativa con governo e Confindustria l’invito del segretario
generale è all’unità: “Il quadro è sicuramente difficile, per questo
occorre restare uniti, lottare uniti, far vincere le cose in cui ci
siamo spesi. Chiudersi in una casamatta non ha senso, adesso bisogna
rischiare. Il nostro compito, ora, è quello di favorire al massimo
la discussione nelle assemblee con lavoratori e pensionati sulla
piattaforma”.
I rapporti col governo
“Se il tema è l’inflazione alta e i redditi bassi, davvero la
prima priorità era la detassazione degli straordinari? Ho letto
Krugman criticare l’abolizione dell’Ici, Boeri criticare la
detassazione, forse proprio torto non avevamo. La miscela di bassi
salari e prezzi alti è esplosiva, occorre agire sul piano della
restituzione fiscale a dipendenti e pensionati”, dice Epifani
parlando dei recenti provvedimenti economici assunti dal governo. Il
leader della Cgil affronta anche la questione del pubblico impiego,
dopo l’abbandono del primo tavolo di confronto col ministro
Brunetta: “La questione che abbiamo posto, definita ‘di metodo’, è
in realtà di sostanza. Noi siamo pronti ad affrontare tutti i
problemi, ma non lo si può fare con la legge, tornando agli anni
settanta, con la politica che s’impadronisce di tutto. Ma lo sapete
che il 95 per cento delle cose che Brunetta ha inserito nel suo
documento sono già normate nei contratti nazionali? Sono già fatte,
bisogna soltanto esigere che vengano rispettate”.
“Resto al mio posto”
“Occorre completare il rinnovamento nelle strutture e in
segreteria, servono segnali forti, consapevoli che siamo tutti al
servizio dell’organizzazione e non l’organizzazione al nostro
servizio. In ragione di questo avanzerò presto al Direttivo una
proposta di criteri e di nomi in modo da chiudere rapidamente questa
fase”, dice Epifani. Affronta anche i rumors degli ultimi tempi su
un suo eventuale abbandono per candidarsi alle prossime elezioni
europee: “Adesso bisogna non lasciare instabilità per nessuno,
rassicurare tutti, a partire dal fatto che il segretario generale
qui resterà”. E così conclude: “Il paese ha bisogno di una Cgil
forte e autorevole, unita anche quando esprime punti di vista
diversi. Occorre tenere fermo il rapporto con Cisl e Uil, radicarci
di più nei luoghi di lavoro e nei territori. Occorre rioccupare dal
basso incontrando migranti, giovani, donne, aprirsi e lasciarli
entrare. Tenendo sempre fede ai nostri due valori più importanti, la
solidarietà tra noi e la passione morale e civile che mettiamo in
questa attività, le uniche risorse che un’organizzazione libera e
democratica deve mantenere per avere un futuro all’altezza della
propria storia”. |