|
Oltre 44 milioni di potenziali elettori da
convincere senza promesse impegnative. Senza programmi e slogan
vincenti. A loro non interessa se l’Ici sarà abolita o no, se le
tasse caleranno, se ci sarà più lavoro e pagato meglio e tutelato.
Nemmeno comprendono la nostra lingua, dunque non è necessario usare
parole. Il loro voto si otterrebbe con mezzi più semplici. Tanti
pregi cui si aggiunge il più importante, cioè che sono molti: sette
milioni di cani, otto milioni di gatti, mezzo milione di roditori
addomesticati (criceti, topolini d’India eccetera) e tanti altri.
Possibile che nessun guru, nessuno spin doctor o scienziato
statistico l’abbia ancora proposto agli schieramenti politici?
Sconsolatamente, dobbiamo risponderci che purtroppo è vero:
nell’aprile del 2008 l’Italia si appresta a vivere la sua ennesima
esperienza elettorale senza che gli animali domestici abbiano ancora
il diritto di voto. Un’insensatezza. Sono o non sono i migliori
amici dell’uomo?
Veltroni e Berlusconi si giocano la vittoria rincorrendo il consenso
di una manciata di elettori indecisi (persone senza volto ma delle
quali si percepisce una trasudante ostilità a qualsiasi partito, una
riottosità connaturata, un’irriducibile e ostruzionistica ritrosia a
lasciarsi convincere), mentre trascurano milioni di creature
ricoperte di pelo (ma anche senza pelliccia: non dobbiamo
discriminare il gatto egiziano), il cui suffragio sarebbe invece
determinante. Eppure basterebbe poco per riconoscere a questi esseri
un diritto sacrosanto. Vediamo come.
Le regole del voto
Bisognerebbe, com’è ovvio, istituire una sorta di Bicamerale
etologica. Luogo in cui le forze politiche s’accorderebbero sulle
regole del voto animale e apporterebbero le necessarie modifiche
costituzionali. Il criterio ragionevole dal quale partire? Semplice:
a ogni partito dovrebbe essere assegnata una specie di riferimento.
Sarebbe infatti troppo complicato, almeno in un primo momento,
consentire a ogni animale di optare per questa o quella coalizione.
Troppe le variabili e le incognite da verificare. Un primo rodaggio
dovrebbe invece prevedere il più lineare dei meccanismi: l’animale
sarebbe libero di votare per il partito assegnatogli, oppure di
astenersi. Un listone bloccato, insomma, in qualche modo affine al
Porcellum (che non a caso è sostantivo animalesco) col quale gli
umani d’Italia sceglieranno il prossimo governo. Mi rendo conto che
è una versione molto limitata, e pericolosamente plebiscitaria, del
diritto di voto. Ma si tratterebbe solo del primo passo verso la
completa libertà. E nulla vieterebbe modifiche al regolamento per i
successivi appuntamenti elettorali.
L’assegnazione alle forze politiche delle specie domestiche
(attenzione: sono tassativamente esclusi gli animali d’allevamento)
sarebbe disposta in base a un canone proporzionalistico e
maggioritario insieme. Come dire: ai partiti più importanti, e più
votati, gli animali più importanti. Criterio che dovrebbe tenere
conto, però, anche di affinità naturali e quasi prepolitiche tra i
leader degli schieramenti e i loro piccoli, potenziali elettori. Chi
si opporrebbe, allora, al matrimonio tra l’elettorato felino e il
Popolo della libertà capitanato da Silvio Berlusconi? Non sono forse
i gatti - con la loro naturale indole libertaria, menefreghista,
egoista ed estetizzante – la specie più vicina al messaggio del
centrodestra? E lo stesso Cavaliere, non assomiglia forse a un
gattone invecchiato, col passato da sciupamobili e femmine, ma
dall’identità felina intatta?
Per quanto riguarda Veltroni, poi, non ci sono dubbi: a lui spettano
i cani. La fisionomia braccobaldesca e la bonarietà di Walter ne
fanno il candidato ideale per la specie canina. Sembra davvero lui
il più cinofilo dei leader politici (ora che Prodi è uscito di
scena). E peccato che, come si è detto, lingue scritte e parlate
siano inutili. Sennò sai quanti slogan (“Liberi, ma anche in
branco”, “Autonomi, ma anche fedeli” ecc.). Cani e Partito
democratico sono fatti gli uni per l’altro. Condividono troppi
valori. Ad esempio: libertà dell’individuo ma senso della
collettività. E ancora: autodeterminazione ma rispetto delle regole.
Per quanto riguarda le altre forze politiche, la faccenda è più
spinosa ma si potrebbe risolvere così:
- all’Udc i roditori;
- ai Socialisti le tartarughe sia d’acqua che di terra;
- alla Destra di Storace e Santanchè i pesci (anche se già
immaginiamo un possibile ricorso alla Corte costituzionale, visto
che in Italia vivono sì sedici milioni di pesci d’acquario, ma
sarebbe impossibile allestire un numero adeguato di seggi acquatici
per consentire loro di raggiungere la cabina e votare. Dunque è
certo che Storace e Santanchè s’incazzerebbero);
- alla Sinistra Arcobaleno gli uccelli, assegnazione insidiosa
perché i volatili d’appartamento sono più di dodici milioni, quindi
un numero mica male, però quando apri la gabbia delle due l’una: o
restano dentro intimoriti oppure volano via, e chi li ripiglia più?
Ma tant’è, la politica ha le sue dure regole.
La campagna elettorale
La scommessa da vincere sarebbe contro l’astensionismo. Quanti più
cani, gatti e canarini i partiti riuscissero a portare alle urne,
tanti più voti otterrebbero senza aver sprecato tempo (esempio tipo:
se un candidato del Pd convince un gruppo di cani ad andare a
votare, poi quelli sono tutti voti suoi, perché i cani che non si
astengono, che dunque assumono una coscienza politica, non possono
votare se non per il Pd). Dunque una battaglia per la
politicizzazione delle bestie domestiche. Ma l’abbiamo già detto:
uomini e animali non parlano la stessa lingua. La propaganda,
dunque, dovrà essere priva di concetti, programmi, riflessioni,
richiami ideologici. Al contrario, bisognerà impostarla su messaggi
che sappiano sollecitare l’immaginario della specie di riferimento,
così da invogliarla al voto. Dico messaggi semplici non perché
consideri stupidi o inferiori gli animali, ma perché tra specie
diverse, così come tra uomini ed extraterrestri, bisogna comunicare
con linguaggi semplificati, come il motivetto del film Incontri
ravvicinati del terzo tipo.
La politica deve dunque puntare su una campagna iconica, fatta di
figure, ma anche di aromi e fragranze: insomma che sappia accendere
i sensi, e attraverso essi comunicare la condivisione di valori, un
credo comune.
Qualche esempio:
I candidati di Veltroni potrebbero visitare i canili muniti di un
kit di ossi e biscottini. E poi proiettare ai raduni video
elettorali che mostrassero branchi di cani felici, uniti nella corsa
su un prato, protesi verso un obiettivo comune eppure fedeli al
padrone (che poi non dev’essere per forza un leader in carne e ossa
ma anche un’idea, anzi meglio un sogno, una visione).
Ai meno schifiltosi tra i candidati del Pdl, invece, per conquistare
il voto dei gatti basterebbe presentarsi con un sorcio in bocca:
immagine assai più potente del “Rialzati Italia” coniato da Silvio.
Quale felino resisterebbe al messaggio carismatico promanante dalla bestiolina che si dimena tra le fauci del politico? Ma la prova non
è per tutti. Quindi chi non se la sente potrà optare per la
distribuzione di aromatici croccantini di pollo, oltre a propinare a
tutta la gattara un filmato che presenta una tipica casa della
libertà dove il micio s’aggira in beata solitudine facendo i propri
comodi (pipì sui tappeti, frigo aperto da saccheggiare, unghie
rifatte su poltrone e divani e via elencando).
Naturalmente sono esempi piuttosto rozzi. Non c’è dubbio che, una
volta partite le macchine elettorali, gli esperti dei diversi
schieramenti saprebbero elaborare strategie propagandistiche ben più
raffinate.
Il giorno del voto
Le regole per la votazione dovrebbero essere trasparenti. E una
proposta potrebbe essere quella che segue:
Il proprietario, a prescindere dalle sue simpatie politiche, è
tenuto a condurre al seggio l’animale senz’alcuna possibilità di
deroghe. Ad esempio il padrone di un bassotto, da sempre elettore
del centrodestra, non potrà esimersi dall’accompagnare il proprio
cane, né potrà impedirne la libera espressione del voto. Le sanzioni
per i contravventori saranno durissime.
Una volta nel seggio, la bestia avrà cinque minuti di tempo per
decidere se entrare o no in cabina. Un intervallo che l’animale
potrà impiegare nel modo che preferisce e senza limitazioni da parte
di alcuno. Ogni cane potrà correre avanti e indietro, saltare e
abbaiare quanto vuole. Non potrebbe essere anche questa, infatti,
una sua personale via all’estrinsecazione della volontà
deliberativa? Un suo approccio graduale al voto? Analogamente, le
tipiche incertezze nel passo di un gatto, quelle traiettorie
ripensate e circolari, ripetitive e sinuose, indecise solo per
l’occhio di un ignorante, non potrebbero essere funzionali alla
determinazione di una scelta? Allora meglio ripeterlo: che siano
consentite senza limiti. E che siano anche permesse a tutti i
roditori quelle corse rapide e nervose lungo il perimetro di un
locale, quei calcoli corporei e discontinui delle distanze così
diffusi nella famiglia dei mammiferi dentoni.
Trascorsi i cinque minuti, si viene al dunque della vicenda.
Astensione o voto? Cos’avrà deciso l’animaletto? Si tenga conto, a
questo proposito, che solo l’ingresso in cabina equivale
all’espressione del voto. Non basta avvicinarsi, o fare un salto
dentro di pochi secondi, o svolazzarci intorno con atteggiamento
canzonatorio (nel caso, ovviamente, di un uccello). No: l’animale
deve entrare in cabina e restarci almeno un po’ (sulla
quantificazione temporale dell’almeno un po’, il regolamento
potrebbe lasciare margine discrezionale al presidente del seggio,
oscillando tra un minimo di dieci secondi e un massimo di
centoventi, trascorsi i quali, qualora l’animale non fosse ancora
uscito, spetterebbe al proprietario il recupero).
Certo non si può escludere che Fido o Mizzy entrino nella cabina per
puro caso, e che ci restino non per manifestare la propria volontà
politica ma solo perché attratti da qualche dettaglio come un
insetto che guizza sul pavimento, un odore o una semplice ombra
ingannatrice. Ma è un rischio che bisogna correre e del resto anche
tra gli umani sono molti quelli che votano senza grandi riflessioni
o sulla base di veri e propri sragionamenti che nuocciono all’intera
collettività; però nessuno impedisce loro di votare.
Una volta che l’animale è uscito dalla cabina, gli scrutatori
segneranno il voto in un apposito elenco, che alla chiusura del
seggio sarà raggruppato con gli altri risultati, perché il voto è
personale, libero ed eguale, e non esistono voti di serie b o
elenchi speciali.
In conclusione
Probabilmente il voto non renderebbe più felici cani, gatti e altre
bestioline. Non sarebbe nulla più che un’esperienza allegra o
faticosa a seconda dei caratteri, e presto dimenticata, anzi
abbandonata nel sonno di un passato irrilevante e indecifrabile. Né
l’assunzione di una precisa coscienza politica impedirebbe a molti
cani e gatti di continuare ad andare d’accordo. La vita degli
animali domestici non sarebbe rivoluzionata dall’estensione del
suffragio. Sono altre le cose che contano per queste creature: il
benessere quotidiano, ricevere cibo gustoso e nutriente, essere
amati dai padroni, e poter fare sesso finché ne hanno voglia. Ma ciò
non toglie che si tratterebbe di un grande progresso civile, con
l’indubbio vantaggio di aprire un considerevole serbatoio di voti
per le forze politiche.
Resta da vedere se i partiti minori acconsentirebbero alle specie
loro assegnate. Siamo sicuri, tanto per citarne uno, che Bertinotti
accetterebbe il bacino elettorale dei volatili? O non abbandonerebbe
piuttosto il tavolo della riforma costituzionale avendo scelto, come
potenziale elettore, il più intelligente e indomabile degli esseri,
vale a dire il topo (di fogna o di fiume, di campagna o di città)?
In fondo sarebbe una scelta rivoluzionaria e davvero anti
establishment: un abbraccio elettorale con miliardi di pantegane,
invisibili e disprezzate quanto i lavoratori precari o i poveri.
Convincere questi esseri selvatici a votare sarebbe arduo.
Bisognerebbe scendere nel sottosuolo. Affrontare le tenebre e mille
pericoli. Chissà se la Sinistra Arcobaleno ci riuscirebbe. Certo
calarsi nelle fogne sarebbe poco radical chic. |