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Sì della Consulta ai referendum

Oltre il bipolarismo berlusconiano

di Renato D'Agostini

La Corte costituzionale ha deciso l’ammissibilità dei quesiti referendari che vanno sotto il nome di Giovanni Guzzetta, promotore con Mario Segni e presidente del comitato  per la modifica della legge elettorale vigente, nota come “porcellum”. Entro il 10 febbraio la Corte pubblicherà la sua sentenza.
Tocca ora al presidente della Repubblica, su deliberazione del Consiglio dei ministri, decidere la data delle elezioni tra il 15 aprile e il 15 giugno, se nel frattempo non sarà votata dal Parlamento una nuova legge elettorale che renda inutile il ricorso alle urne. Elezioni che verrebbero rinviate di un anno nel caso di una prematura fine della legislatura.

E’ il momento della verità dopo l’estenuante e poco comprensibile diatriba sul futuro del sistema elettorale, ma i giochi non sono affatto definiti, è possibile che si raggiunga un accordo,  a partire dalla "bozza Bianco" in discussione al Senato, è possibile che la spunti chi si affida al referendum, e può accadere che una crisi di governo imponga il ricorso alle elezioni con le vecchie regole o che un nuovo governo riapra la partita. E  anche nel caso si vada al voto sui quesiti referendari non è scontato si raggiunga il quorum degli elettori e, in caso contrario, non è scontato l'esito.

E’ difficile per i cittadini elettori entrare in una discussione intrisa di tecnicismi relativi al computo dei voti ma che invece ha implicazioni determinanti per il futuro del sistema democratico. E c’è da dire che si fa molto poco per rendere chiari i problemi in campo e le diverse opzioni. E' un fatto che dal dibattito emerge quasi unicamente l'interesse diretto dei partiti che, più o meno apertamente, misurano i diversi sistemi elettorali in base ai risultati che si presume siano loro più favorevoli. In realtà è in gioco un’idea di democrazia, le competenze del Parlamento e dell’Esecutivo, il ruolo e dei partiti politici.

La fine del vecchio sistema elettorale, imposta a stragrande maggioranza con i referendum del ‘91 e del ’93, aveva come obbiettivo la necessità di favorire l’alternanza dopo i mutamenti dell’89 che investirono il Pci e di ridimensionamento del ruolo di un sistema dei partiti screditato dopo l’ondata di scandali che portò alla sparizione dei maggiori protagonisti del sistema di potere: Dc, Psi e alleati. L’idea dell’abbandono dei sistema proporzionale e della adesione al maggioritario nasceva sullo sfondo di un elettorato ancora prevalentemente diviso tra area ex Pci ed area democristiana. Nelle elezioni dell'87 Dc e Pci rappresentavano oltre il 60 per cento dell'elettorato, nel '92 Dc, Pds e Rifondazione superavano ancora il 50 per cento.

L’ingresso in politica di Silvio Berlusconi determinò un fatto nuovo: un bipolarismo non riferito alle grandi opzioni politiche ma alla conquista del governo. Come si ricorderà nelle elezioni del ’94 il Cavaliere si presentò con due diversi alleati, in conflitto tra di loro: Lega e An. Lo sganciamento della Lega portò alla prematura caduta del governo.
L'alternanza tra opzioni politiche si ridusse a scontro personalistico tra leader. E da allora si è affermata una prassi politico-istituzionale colma di equivoci: a partire dallo snaturamento di un sistema  che, secondo Costituzione, assegna al capo dello Stato la nomina del primo ministro e al parlamento la verifica della sua maggioranza: il Cavaliere si considererà e si comporterà come leader eletto dal popolo e cioè come se la Costituzione prevedesse un sistema presidenziale, con un forte potere dell’esecutivo rispetto al Parlamento e all’insieme delle strutture intermedie in cui si articola la società civile. Da questo sono derivati gli scontri con il Capo dello Stato, l’insofferenza nei confronti del Parlamento, il tentativo di piegare i sindacati. E alla fine lo scollamento della sua alleanza di fronte e partner che di fatto non hanno riconosciuto il ruolo che si è autoassegnato. E per questo risulta assolutamente indifferente a Berlusconi il sistema elettorale: proporzionale o maggioritario purchè garantisca la sua elezione a capo dell’Esecutivo.
Meglio allora andare al referendum che prevede un premio al partito che ha più voti piuttosto che qualsiasi altro sistema che assegni un ruolo determinante ai suoi partner.

Se passassero le modifiche referendarie infatti all’attuale sistema proporzionale con premio di maggioranza si sostituirà un regolamento che prevede l’attribuzione del premio alla lista di partito che raccoglie il numero maggior di voti (e non alle coalizioni) e l’abolizione delle candidature multiple, cioè la possibilità per ogni candidato di presentarsi in più circoscrizioni.
E’ in sostanza la fine del regime delle coalizioni così come si è configurato dal 1996, del bipolarismo opportunistico, ma anche la prosecuzione di un sistema fondato sullo scontro personale visto che rimangono in vigore le norme relative all'indicazione del premier.

Per queste ragioni la scelta di un nuovo sistema elettorale si presenta complessa, perché in gioco non è solo la modalità di conteggio dei voti ma il superamento del bipolarismo berlusconiano e il riassetto del sistema politico istituzionale.
Rispetto agli anni novanta si presenta con urgenza il problema di rideterminare in modo trasparente e chiaro il rafforzamento dell’esecutivo secondo una linea di tendenza che ha investito tutti i sistemi democratici (dalla Gran Bretagna di Blair alla Spagna di Zapatero). A questo si allude quando si fa riferimento ai diversi modelli elettorali.
I problemi sono dunque il riequilibrio del potere esecutivo (in Italia più condizionato dal Parlamento che altrove) il ruolo dei partiti, maggiori possibilità di decidere per gli elettori. Non ha molto senso dividersi tra maggioritari e proporzionalisti o innalzare l’equivoca bandiera del bipolarismo o promuovere modelli, siano essi francesi, tedeschi, inglesi o spagnoli, senza scegliere in modo esplicito e trasparente il sistema istituzionale (diverso per ognuno di quei paesi) che si intende proporre e metter così i cittadini di fronte a una scelta comprensibile e chiara.

Il tempo stringe, il ricorso ai referendum, con l'affermazione delle modifiche al sistema elettorale vigente, può offrire qualche vantaggio agli elettori (la scelta dei candidati) qualche correzione al sistema (bipartitismo e meno frammentazione politica) ma non risolve il problema principale rischiando di trascinare anche il Pd in una logica bipolare che si riduce allo scontro personale tra leader con le conseguenze che ne derivano proprio quando si delineano i caratteri della nuova formazione politica.

(www.rassegna.it, 18 gennaio 2007)

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