Bertone

Scattano le
procedure per
l'amministrazione
straordinaria

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Il caso delle Carrozzerie torinesi

La Bertone verso l'amministrazione straordinaria

di Maurizio Minnucci

La parola fine alle beghe di famiglia l'ha scritta il Tribunale fallimentare: la Bertone Carrozzerie di Torino è in stato d'insolvenza. I tre commissari nominati (Stefano Ambrosini, Antonio Bene e Vincenzo Nicastro) hanno ora un mese di tempo per verificare se esistono le condizioni per l'amministrazione straordinaria. Altrimenti sarà dichiarato il fallimento. Nel frattempo, le linee sono ferme dal dicembre 2005 (all’epoca si produceva l’ultima Opel Astra cabrio) e gli operai presidiano stabilmente i cancelli. Non bastasse, la cassa integrazione è scaduta il 31 dicembre e i lavoratori si ritrovano a carico di un'azienda indagata per fallimento. Le prime conseguenze si vendono in busta paga: a gennaio, mille operai hanno ricevuto solo 700 euro anziché la mensilità completa, mentre 400 di essi non hanno visto neanche un euro. In gioco, lo ricordiamo, ci sono il futuro di un marchio storico dell'automobile italiana e quello di 1.400 operai.

“Chiediamo un incontro urgente ai commissari - afferma Lino La Mendola, della Fiom torinese - per verificare la cassa integrazione e l'anticipo da dare ai lavoratori per il mese di febbraio. Non appena ne avranno preso visione, chiederemo loro un altro incontro sul proseguimento dell'attività. Comunque, riteniamo che ci siano le condizioni per accelerare la cessione a soggetti industriali seri, e chiediamo che questo sia fatto nel più breve tempo possibile”.

Spiraglio aperto, dunque. Anche perché con la decisione del Tribunale escono di scena sia Lilli (la vedova di Nuccio Bertone) sia il finanziere Domenico Reviglio, che fino a pochi giorni fa sembrava il nuovo proprietario, salvo poi fare marcia indietro e ritirarsi dall'affare. Entrambi, tra l'altro, sono indagati di bancarotta fraudolenta dalla Procura di Torino proprio nell'ambito della compravendita Bertone.

Dall'ipotesi Rossignolo al piano Reviglio
Ricostruiamo la vicenda
È il 28 dicembre e la partita sembra chiudersi positivamente quando al ministero dello Sviluppo economico si raggiunge l’accordo per il via libera all’offerta di Gian Mario Rossignolo, imprenditore ex Telecom. Il suo piano riceve il benestare da sindacati e istituzioni, “perché si basa su tecnologie all’avanguardia come il laser, con cui si risparmia la metà sugli investimenti per il taglio della carrozzeria”, spiega Lino La Mendola, della Fiom torinese. “Ma soprattutto – sottolinea il sindacalista – perché prevede il reintegro di tutti gli operai, sebbene dilazionato negli anni”. 

Nella notte di capodanno, però, accade qualcosa di poco chiaro, e il 2 gennaio salta tutto. Lilli mette all’angolo Rossignolo, sospende le proprie figlie (che nel frattempo continuano a reclamare la maggioranza delle azioni) da ogni incarico decisionale e decide di vendere a una cordata di cui nessuno, apparentemente, sa nulla: quella di Reviglio. Un cambio di rotta inatteso e del tutto imprevedibile, tanto che la stampa locale arriva a parlare di sedute spiritiche e occultismo. La decisione, comunque, era nell’aria. Non si spiega altrimenti la presenza, nascosta ai sindacati e alle istituzioni, di due emissari dello stesso Reviglio in quella riunione al ministero del 28 dicembre.

Lo scorso 9 gennaio, Reviglio, al suo fianco Lilli, presenta finalmente il piano industriale: 50 milioni di euro sul piatto per produrre due veicoli industriali, allestimenti per altre vetture e un veicolo elettrico, per un totale di 2.050 unità nel 2008 e di 3.400 per l’anno successivo. Per tale mole di lavoro, però, sarebbero stati reintegrati solo 500 lavoratori, cioè poco più di un terzo delle maestranze. Ipotesi che a Fim, Fiom e Uilm non piaceva affatto. Spiega Pino Viola, delegato Fiom della Bertone: “Per fare una vettura con marchio proprio, come aveva detto Reviglio, servono 150 milioni. Ma questi capitali sarebbero rientrati solo dopo 92.000 vetture vendute, mentre lui ne aveva programmate 5.000 l’anno. Il tutto senza una rete commerciale e l’assistenza. È chiaro che non era credibile. Ecco perché abbiamo deciso di non firmare per la cassa in deroga, che peraltro avrebbe anche comportato uno spreco di denari pubblici”. 

Della stessa idea Pino La Mendola: “Un piano che prevede 100 ore per montare dei kit che arrivano dalla Cina, e che non sa neppure spiegare qual è il margine di contribuzione per ogni prodotto (necessario a stabilire le prospettive di rientro degli investimenti, ndr), francamente lascia molto a desiderare. Noi non siamo contro nessuno a priori. Semplicemente, vogliamo un piano industriale serio. L’avevamo ottenuto, ma poi è saltato tutto. A questo punto, è chiaro che solo l’amministrazione straordinaria può fare piazza pulita, spazzando via gli azionisti e i loro litigi”.

(www.rassegna.it, 11 febbraio 2008)

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