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Reebok
I lager
del lavoro
La Reebok ammette gli abusi mentre Nike continua a tacere
I lager del lavoro
di Davide Orecchio
La vignetta di Doonsbury
- Kim dice che in Asia la Nike assume dipendenti di 13 anni. - Cosa? - E' quello che dice. - E' una balla, amico. Il capo della Nike ha negato tutto. - Davvero? - Sì. Dice che hanno 14 anni - 14? - Pare che la faccenda dei 13 anni sia tutta una montatura dei media!
Non è una novità da poco: la Reebok ammette tutto. Pratiche antisindacali, sfruttamento della manodopera, vessazioni, illibertà, ovvero gli ingredienti delle condizioni di lavoro nel Terzo Mondo e in particolare nel Sud Est asiatico, riguardano anche gli impianti della multinazionale dell'abbigliamento. E' tutto confermato da un rapporto commissionato dalla Reebok a una società di Giakarta, la
Insan Hitawasana Sejahtera, che ha indagato sulla situazione dei due maggiori stabilimenti indonesiani del gruppo, il Pt Dong Joe e il Pt Tong Yang, dove si produce la linea di scarpe sneaker. Il rapporto (intitolato "Peduli Hak", "Sensibili ai diritti") fa luce sui molti soprusi che vi si commettono, ma l'innovazione non sta tanto nei suoi contenuti (largamente prevedibili), quanto nella decisione di renderlo pubblico presa dalla Reebok. Collegandosi al sito della compagnia, infatti, se ne può scaricare il testo integrale. In questo modo la multinazionale compie un'operazione d'immagine e sostanza nel contempo. «La Reebok - leggiamo nel comunicato stampa - è la prima azienda dell'industria di calzature che renda pubblico un rapporto redatto da terze parti sulle condizioni di lavoro delle sue fabbriche.» E 500 mila dollari (un miliardo di lire circa) sono già stati destinati al miglioramento della situazione nei due stabilimenti indonesiani.
Dunque un cambio di rotta nelle strategie delle multinazionali che può proporre un nuovo modello di trasparenza, un nuovo codice di condotta. I vecchi modelli, tuttavia, non tramontano. Al riguardo fa fede la ritrosia della Nike a riconoscere la realtà delle cose.
Sono passati due anni, ormai, da quando, grazie all’impegno di alcuni media e associazioni per i diritti umani (Cbs, Vietnam Labor Watch), l’opinione pubblica internazionale ha scoperto come si lavora nelle fabbriche della Nike in Vietnam, Indonesia e Cina. Da allora è partita una campagna di mobilitazione e monitoraggio che trova uno strumento ideale nella Rete, dove proliferano i siti dedicati alle vessazioni e agli abusi perpetrati negli stabilimenti di subfornitori che fanno capo alla multinazionale. Sfruttamento del lavoro minorile, stipendi che non garantiscono un livello minimo di sopravvivenza, assenza di diritti sindacali e norme igieniche plausibili, turni di lavoro massacranti: sono alcune delle voci che rendono molto proficui gli "sweatshops" (in americano: fabbriche dove si sfruttano le maestranze) della Nike. La quale risponde in modo elusivo alle critiche: sarebbero messe in circolazione, dice, da frange di attivisti su Internet, ma non ci sarebbero prove. Affermazione smentita dalla moltiplicazione di rapporti, testimonianze e articoli apparsi su testate di calibro come Washington Post e New York Times. L’area geografica "sotto osservazione", inoltre, si è estesa dall’Estremo Oriente fino al Centroamerica, in quelle zone franche d’esportazione dove il lavoro non costa nulla e i governi ospiti hanno in pratica abolito l’imposizione fiscale: qui prosperano parchi industriali di grandi dimensioni in cui i subappaltatori lavorano e assemblano prodotti per le grandi marche statunitensi (e la Nike è inclusa tra i committenti). Il tutto sulle spalle della manodopera locale. Se riguardo a questa situazione sembrano prospettarsi poche vie d’uscita, a livello internazionale la campagna contro lo sfruttamento del lavoro minorile fa dei passi avanti. Risale allo scorso giugno, ad esempio, l’approvazione di una convenzione contro il lavoro minorile da parte dell’Ilo (Organizzazione internazionale del lavoro), votata all’unanimità da rappresentanti di governi, imprese e sindacati.
 
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