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Proprio in queste ore la Cisl sta discutendo
gli effetti sull'organizzazione dell'ingresso in politica del suo
segretario generale, Sergio D'Antoni. La costituzione di una
Fondazione che dovrebbe avere il compito di stabilire il rapporto
con il nuovo partito che D'Antoni intenderebbe fondare è al
centro della discussione. Un lungo dibattito sul quotidiano della
Cisl ha messo a confronto le opinioni di numerosi
dirigenti dell'organizzazione, un dibattito partito nel mese di
marzo dopo l'intervento polemico del segretario della Fim -Cisl
che chiedeva una discussione aperta sul tema del rapporto tra Cisl
e Politica. L'uscita di D'Antoni costringe la Cisl a
decidere e non è chiaro quanto prevalga il valore dell'autonomia
che tutti in quel sindacato ritengono fondante o quanto la
tesi di un impegno più diretto in politica. In quest'ultimo caso
appare in una luce diversa la decisione di D'Antoni di dichiarare
morta l'unità sindacale.
Come giudicherà la
Cgil questa evoluzione della Cisl? In una
intervista su Quaderni di rassegna sindacale , il
primo numero, fresco
di stampa, Sergio Cofferati affronta il problema:
Cofferati: Premesso che non rinuncio
affatto all’idea di costruire le condizioni per rapporti
positivi tra organizzazioni diverse - l’idea dell’unità non
potrà mai essere accantonata dalla Cgil -; premesso che la
ricerca di una pratica unitaria ha come condizione la
disponibilità a mediare rispetto ai propri progetti e alle
proprie condizioni; anche negli anni passati ci sono state
opinioni diversissime tra le confederazioni, però c’era la
volontà politica di valorizzare gli elementi di comunanza
riducendo visibilità ed effetti delle differenze. Oggi non siamo
più in questa condizione perché c’è una scelta della Cisl -
il suo segretario generale ha annunciato la morte dell’unità
sindacale - che ha sicuramente un effetto mediatico, ma che, se si
guarda alla sostanza, rivela contraddizioni violente, quasi una
mutazione genetica della rappresentanza sociale. L’idea estrema
di concertazione di cui abbiamo parlato, la stessa idea di
partecipazione, che ha come presupposto la proprietà dell’impresa
da parte di lavoratori che diventano azionisti - ma che riguarda
più che i lavoratori chi li rappresenta con la presenza nei
Consigli d’amministrazione -, un’idea di democrazia economica
dove non c’è più distinzione tra la funzione di rappresentanza
sociale e quella del capitale, immaginando di rappresentare l’uno
e l’altro, tutto questo non ha nulla a che spartire con l’idea,
tradizionale forse ma chiara, di sindacato come rappresentanza
sociale che noi abbiamo sempre propugnato.
È poi evidente che la “grande Cisl”, la
messa in comune sulla base dell’ispirazione cattolica di
soggetti di rappresentanza sociale diversi, sia oggettivamente l’impedimento
a ogni rapporto unitario. Non si possono tenere insieme un
sindacato e un “prepartito”. Come si risolverà questa
contraddizione e soprattutto quale sarà il punto d’approdo
della Cisl, come avverrà la separazione del destino dell’organizzazione
rispetto al destino di una parte del suo gruppo dirigente è
difficile dirlo.
Ho proposto più volte di fissare le regole con
le quali si sta insieme quando si hanno pareri differenti, la
risposta è stata: non ci interessa perché il problema è il
modello di rappresentanza e non le diversità di opinioni su temi
rilevanti ma comunque dentro un’idea precisa di sindacato. Anzi
è proprio il sindacato che viene messo in discussione. Se si
prospetta un’ipotesi nella quale non c’è il sindacato così
come lo abbiamo conosciuto, e che in modo diverso tutti abbiamo
contribuito a creare, ma un’orga-nizzazione di rappresentanza
spuria dove l’appartenenza, come nel caso della grande Cisl, fa
riferimento alla fede, non c’è alcuna possibilità di
convergenza.
L’unità non necessariamente è una somma di
iscritti e di gruppi dirigenti e poi davvero riguarda tutta la
Cisl, tutti i suoi dirigenti, i suoi iscritti l’aspirazione di D’Antoni
a “ricostruire il tessuto profondo della società civile bianca,
quel tessuto che negli anni cinquanta e sessanta diede la
Coldiretti, la Confartigianato…”?
Cofferati: Questa oggi è la Cisl, perché
credo sia buona pratica non cercare distinguo là dove non ci
sono. Tant’è che la Cisl per affermare quel modello di
rappresentanza osteggia esplicitamente l’unico elemento di
certezza possibile: la legge sulla rappresentanza sindacale. Non c’è
una ragione astratta, la Cisl non dice, come affermava anni fa,
non voglio la legge perché la rappresentanza la voglio definire
sulla base di un accordo sindacale, ma: non voglio la legge e
basta. La dimensione della rappresentanza per la Cisl è puramente
quella associativa, peraltro dichiarata e non verificata.
La Cgil in questi dieci anni ha messo in atto
un rinnovamento radicale. Il sindacato americano testimonia che la
dimensione di un sindacato dei diritti e della solidarietà si
proietta nella globalizzazione. L’autoriforma gli ha permesso di
ricollocare la sua azione nel territorio, di dare respiro alla
dimensione europea nel momento delle rinunce, di pensare a un
nuovo welfare. Dietro a questo c’è un’idea di sindacato.
Perché allora la rottura con la Cisl avviene dentro le logiche
della politica?
Cofferati: Certo sorprende nella Cisl la
sottovalutazione dei rischi di questa deriva. Oggi i rapporti
unitari sono ancora buoni là dove il rapporto con i lavoratori è
immediato: non ci sono separazioni nei contratti nazionali, nella
contrattazione nei luoghi di lavoro; le rotture si manifestano
dove mancano i rapporti con le persone. Possono fare l’accordo
separato di Milano perché riguarda soggetti che non sono in
campo, è un accordo politico virtuale. Politico, appunto, non
sindacale, non ci sono soggetti di riferimento e cioè il
collegamento democratico: a chi chiedono il consenso? Dove questo
avviene c’è anche l’unità perché i bisogni dei lavoratori
spingono alla convergenza.
L’effetto mediatico è utile al gruppo
dirigente della Cisl, può lucrare su questa condizione perché da
un lato non perde il rapporto con le persone che lavorano perché
la pratica unitaria funziona, dall’altra, la distinzione
sistematica porta a una caratterizzazione non più sindacale ma
politica. Questa divaricazione non può durare in eterno, il punto
finale temo sia lontano e credo anche che quando ci si arriverà,
il danno sarà grande per tutto il sindacato.
E allora che può fare la Cgil?
Cofferati: Difendere pazientemente le proprie ragioni e,
giorno per giorno, le condizioni di lavoro comune. Non c’è
altro, non l’iniziativa politica forte, il cuore oltre l’ostacolo,
perché paradossalmente approfondirebbe la divaricazione. Bisogna
avere pazienza
(Quaderni di rassegna sindacale-Lavori, Renato D'Agostini, 30
maggio 2000)
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