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Sergio D’Antoni, da un anno segretario della Cisl, (Marini era stato
nominato ministro del Lavoro) rilasciò a Rassegna
Sindacale un’intervista che anticipava la sua clamorosa (per la
reazione entusiasta della platea) sortita sul rilancio dell’unità
sindacale all’assemblea dei quadri e dei delegati della Cgil:
"Penso a un sindacato unitario, non unico. Non una somma ma un
nuovo soggetto che nasca da Cgil, Cisl e Uil. Che sia segnato da una
qualità nuova che lo renda protagonista in un processo di
cambiamento. In questo senso è necessario rimescolare le appartenenze
perché così si costruisce un soggetto che si possa misurare con la
democrazia dell’alternanza". Era il
1992, l’anno prima il referendum sulla preferenza unica
aveva raccolto un consenso plebiscitario, il Pci scompariva, D’Antoni
al Congresso della Cgil proponeva la battaglia per una democrazia dell’alternanza
(lanciata da Marini al congresso Cisl dell’89) "come una nuova
frontiera del sindacato". A febbraio del ’92 un giudice varcava
la soglia del Pio Albergo Trivulzio, ad aprile le elezioni politiche
rivelavano un paese che stava cambiando: la Dc sotto il 30 per cento,
il decollo della Lega.
Il rapporto tra "nuovo soggetto" sindacale e rinnovamento
istituzionale è reso esplicito da D’Antoni nell’intervista a Rassegna:
"Siamo in grado a partire dal prossimo autunno di mettere in
campo iniziative per affrontare temi certamente complessi per i quali
finora avevamo delegato i partiti. Questa delega deve essere
ritirata...".
L’idea di rilanciare in tempi stretti l’unità sindacale coglie la
Cgil nella fase cruciale del suo percorso di rinnovamento avviato dall’89
con l’affermazione del "sindacato dei diritti e della
solidarietà" che mette al centro la tutela della persona
superando così la cultura di un sindacalismo a misura della grande
industria messo in crisi dai nuovi sistemi produttivi. Un processo che
apre contraddizioni interne, che condurrà alle dimissioni di Trentin
e alle manifestazioni di piazza a suon di bulloni.
Nel biennio terribile 92-93
(crollo del sistema politico, assassinio di Falcone e Borsellino,
crisi economica) il sindacato s’impegna sulla questione dell’unità.
La Cgil precisa la sua posizione. Bruno Trentin torna a ripetere in quell’anno su Rassegna
che compito del sindacato è quello di "essere uno dei
protagonisti possibili di una riforma della società italiana che vada
al di là della semplice riforma istituzionale. Soprattutto al di là
di una mitica riforma elettorale i cui effetti possono essere davvero
importanti solo se si accompagnano a un rinnovamento profondo non
soltanto della classe politica ma del modo stesso di fare
politica". Il sindacato , diceva, "è considerato da
tanti, oggi, come garanzia di una permeabilità, di una comunicazione
tra società civile e Stato". E questo è il segno che la Cgil
vuole dare al rinnovamento del sindacalismo confederale. A partire
dalla democrazia interna e dalla definizione del rapporto con i
lavoratori.
Nel 1994 l’impegno per la trasformazione politico-istituzionale del
paese comincia a registrare slabbrature. La Dc si scioglie: sotto l’occhio
vigile del cardinal Ruini nasce il Partito popolare di Martinazzoli e
nel contempo si avvia una diaspora che peserà nelle dinamiche interne
al mondo politico cattolico. Berlusconi vince le elezioni,
Martinazzoli si dimette. D’Antoni comincia a porre la questione
della costruzione di una formazione di centro per recuperare il voto
politico moderato.
Si parla (e sarà ufficializzata nell’estate del ’95) di una
Fondazione che possa gestire i rapporti della Cisl col mondo politico.
Antonio Lettieri propone di allargare la partecipazione a Cgil e Uil,
ma non c’è risposta. Larizza, che aveva offerto l’appoggio della
Uil ad Alleanza democratica, successivamente proporrà una sua
"discesa in campo" e poi ancora grande attenzione per l’operazione
politica avviata da Dini.D’Antoni comincia a spingere per accelerare
i tempi dell’unità. Alla Conferenza di programma della Cgil propone
di indire entro l’estate un’assemblea degli organismi dirigenti
Cgil, Cisl e Uil per fissare le tappe della costituente unitaria. Una
riunione degli esecutivi unitari vara un documento che dovrà essere
la base di una discussione da verificare entro l’anno.
Tra la fine del ’94 e il ’95 lo scontro interno alle diverse anime
del Ppi si conclude con l’"operazione Prodi". La
candidatura dell’ex presidente dell’Iri passa con qualche malumore
e il dissenso esplicito della sinistra Pds. Buttiglione, segretario
dopo Martinazzoli, rompe con i popolari. Contraddizioni destinate a
pesare sul destino stesso dell’esperienza di governo dell’Ulivo
fino alla sua caduta. Nella campagna elettorale del ’96, Cocilovo,
uno dei massimi dirigenti Cisl, assume la presidenza dei Comitati
Prodi. D’Antoni si spende per la lista Dini.
È in questo contesto che l’iniziativa del leader della Cisl
comincia ad assumere contorni strettamente politici e che si tenta di
stringere i tempi. A febbraio del ’96, all’Assemblea dei quadri e
dei delegati Cisl, D’Antoni parla di scioglimento unilaterale della
Cisl ma è costretto a smentire di fronte alla reazione dei delegati
che non lesinano critiche per le sue uscite, per le aperture ai
sindacati autonomi e la scarsa chiarezza degli obiettivi. Sergio
Cofferati nel suo intervento ribadisce l’impegno unitario ma chiede
non ci siano equivoci di invasioni di campo né ammiccamenti verso i
sindacati autonomi. I delegati applaudono.
Sulla stampa si comincia a parlare di una possibile ascesa di D’Antoni
alla guida del Ppi. Al congresso della Cgil il dissenso sulle
iniziative del leader della Cisl diventa esplicito, Cofferati accusa
Cisl e Uil: "L’idea di trasformare le organizzazioni sindacali
in soggetti d’impropria rappresentanza politica (…) la tentazione
di superare l’incompatibilità tra carica sindacale e carica
parlamentare (…) hanno non soltanto rappresentato un obiettivo
rallentamento del confronto sull’unità ma hanno disteso l’ombra
lunga del dubbio sulle (loro) reali intenzioni".
D’Antoni confessa all’Avvenire ai primi di gennaio del 1998:
"Io lavoro per una riaggregazione nel sociale (attraverso gli
accordi con Acli, compagnia delle Opere, cooperative, ndr) per
sperimentare concretamente risposte nuove ai problemi…".
Certamente non aiutano a dissolvere le ombre del dubbio iniziative
come quella preannunciata da D’Antoni, il Forum del sociale,
formalmente varato dall’esecutivo della Cisl il 4 giugno del ’98,
"come luogo di incontro, dibattito e decisione per avviare un
processo di autonomia e di protagonismo della società civile,
indispensabile contributo al disegno del nuovo soggetto sindacale
unitario". Strano modo di perseguire l’obiettivo unitario
soprattutto quando viene tradotto come progetto di "grande Cisl",
di chiamata a raccolta delle "espressioni cristiane impegnate nel
sociale".
A sospettare i fini politici di tali iniziative non è solo la Cgil. Come
per la Fondazione anche per il Forum arrivano critiche da autorevoli
padri gesuiti che si chiedono: "Riuscirà la Cisl a mantenere la
sua piena autonomia o finirà per trasformarsi in una sorta di cinghia
di trasmissione?".E più esplicitamente padre Sorge a proposito
del Forum del sociale si domanda: "Impegnandosi in un operazione
tendenzialmente politica, non si rischia di snaturare il ruolo
specifico del sindacato, il cui fine è la tutela dei
lavoratori?". Continua intanto la peregrinazione politica, l’operazione
messa in piedi da Cossiga per riesumare il partito di centro affascina
D’Antoni che sarà ripagato da una lunga serie di mirabolanti
offerte, fino alla vicepresidenza del Consiglio, dal prodigo Mastella
Comincia una lunga serie di strappi, dall’accordo di Milano sul
lavoro all’intesa con il sindaco di Bologna, dalla scissione del
sindacato di polizia all’invito alla Cisal "di lavorare insieme
per raggiungere traguardi comuni". E a novembre del ’99 la
dichiarazione di morte del’unità sindacale mentre si fanno sempre
più sfumati i contorni della collocazione politica dello stesso D’Antoni.
"Voglio contribuire (…) a far emergere un’area
politico-sociale che sia protagonista del futuro di questo paese. Per
farlo bisogna ricostruire il tessuto profondo della società civile
bianca, quel tessuto che negli anni 50 e 60 diede la Coldiretti, la
Confartigianato solo per fare due esempi…" dichiara al Corriere
della Sera qualche giorno prima della manifestazione promossa dalla
Cisl contro la politica economica del governo D’Alema nel corso
della quale il leader Cisl dichiara concluso il rapporto unitario con
Cgil e Uil.
Su Il Sole24Ore Ilvo Diamanti commenta in quegli stessi giorni:
"La Cisl si è modellata come una sorta di centauro. Mezzo
sindacato e mezzo partito. Una forza politica organizzata, diffusa sul
territorio, ma personalizzata: centralizzata attorno a un leader
visibile e indiscusso (qualcuno ricorda un nome diverso da D’Antoni?),
abile a comunicare con i media. Naturalmente "ambigua"
rispetto all’alternativa bipolare. Perché indisponibile a giocare
un ruolo minore nei due schieramenti. Un percorso che ha portato sin
qui una serie di ostacoli non trascurabili. Anzitutto, il progetto
politico di ricostruire il centro ha prodotto risultati modesti, se si
valuta il peso elettorale dei soggetti prescelti come riferimenti (Dini,
L’Udr di Cossiga). Infine, per la Cisl, la personalizzazione, l’identificazione
con il leader in questi anni ha senz’altro costituito una risorsa,
sul piano della visibilità e dell’autonomia progettuale. Ma ne sta
determinando anche il limite. Per la difficoltà di pensarsi (e di
pensare) "senza, oltre e dopo D’Antoni". Per l’impoverirsi
del dibattito e del confronto interno. Perché stenta a esprimere una
presenza pluralista all’esterno. Mezzo sindacato e mezzo partito, a
metà fra gli schieramenti, fra politica e lavoro. Con una sola guida
e un solo volto. E da oggi divisa dagli altri. La Cisl rischia di
perdere la bussola".
(Renato D'Agostini, Rassegna sindacale giugno 2000)
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