L’impegno della Cgil per i diritti
dei bambini e contro lo sfruttamento del lavoro minorile non è
esperienza di questi mesi ma ha origini lontane nel tempo. Troppo
spesso si continua ad associare il lavoro minorile con le forme
estreme di sfruttamento presenti nei paesi in via di sviluppo.
Bisogna invece comprendere che il problema della negazione dei
diritti dei minori non riguarda soltanto paesi lontani, ma tocca
anche noi. Per questo abbiamo insistito molto perché venisse
riconsiderato con attenzione anche in Italia.
Partendo dalla constatazione che il lavoro minorile è un
fenomeno reale e consistente nel nostro paese, ci è apparso
necessario, per il sindacato come per le istituzioni, imparare a
conoscerlo e a interpretarlo nella sua complessità. Innanzitutto si
trattava di appurarne la dimensione quantitativa, nella pur ovvia
difficoltà di avere elementi certi in ragione del suo carattere
illegale. Inoltre occorreva evidenziarne le caratteristiche
territoriali, i comportamenti, le motivazioni, in altre parole
quelle che nel libro vengono chiamate le tipologie e i profili dei
minori che lavorano.
È stato un impegno faticoso, difficile, che proprio il carattere
strutturale della Cgil, la sua capillarità, ma anche la
sensibilità delle Camere del lavoro nei confronti del problema, ha
permesso di realizzare efficacemente. La cifra di 350 mila piccoli
lavoratori conferma le intuizioni avute dal nostro sindacato negli
ultimi anni. Ovviamente non si tratta di cifre che riguardano solo
attività a tempo pieno: ci sono bambini che vengono costretti a
lavorare tutto il giorno e non vanno a scuola; ma ci sono anche
bambini che vanno a scuola e che nel pomeriggio devono dedicare il
loro tempo al lavoro.
Ma il lavoro minorile tocca innanzitutto aspetti etici perché
investe direttamente le sfere della salute, dello sviluppo, dell’educazione
e della formazione del minore. È un fenomeno che sta mutando la sua
fisionomia e che incontriamo non solo al Sud ma anche al Centro e al
Nord dell’Italia. In quest’ultima realtà è l’ignoranza, non
il bisogno, a fare da leva. Si tratta di modelli culturali non
condivisibili e da combattere: l’autonomia economica dalla
famiglia estesa anche ai bambini; l’idea che il lavoro sia meglio
della scuola. Nell’uno come nell’altro caso c’è una
corrispondenza visibile tra il fenomeno del lavoro minorile illegale
e quello del lavoro nero.
È quasi un automatismo: dove le condizioni socioeconomiche
favoriscono lo sviluppo di un’economia sommersa, dove spesso i
bambini non completano l’iter scolastico, o c’è il lavoro
minorile o c’è la delinquenza minorile. Da un lato quindi la
mancanza di risorse, il bisogno che porta le famiglie a mandare i
bambini al lavoro; dall’altro la povertà culturale che spinge i
genitori a considerare come naturale il lavoro dei figli.
Occorre saper affrontare questo nuovo quadro di riferimento
coniugando gli aspetti di repressione del fenomeno con interventi
mirati a prevenirlo, qualificando la scuola e rendendola attrattiva,
intervenendo nelle situazioni di degrado e di abbandono,
coinvolgendo le famiglie, puntando sui formatori che operano nelle
agenzie di socializzazione, in primo luogo gli insegnanti, ma anche
il mondo dell’associazionismo, del privato sociale, del
volontariato, con strutture adeguate, mezzi e incentivi.
L’impegno civile è fondamentale in questo contesto: laddove il
fenomeno si presenta nascosto e non riconosciuto, la collettività
si sente tenuta a credere che non esista. L’azione di sindacati,
media e organizzazioni non governative deve dunque puntare alla
conoscenza e alla pubblicizzazione, anche per rafforzare l’azione
politica.
Un punto di riferimento importante nella lotta contro lo
sfruttamento del lavoro minorile è rappresentato dalla "Carta
d’impegni", sottoscritta da governo e parti sociali, che
individua le azioni da realizzare. La verifica delle azioni
programmate e degli impegni presi darà la misura della sensibilità
e della volontà politica dei soggetti che ne hanno condiviso il
contenuto. Il funzionamento dei tavoli di concertazione ai vari
livelli, le iniziative di prevenzione, la definizione di programmi
tra istituzioni, parti sociali e associazioni, le conferenze
territoriali, gli osservatori e gli accordi di programma sono gli
strumenti da attivare e far funzionare sia per contrastare il lavoro
minorile illegale sia per affrontare le tematiche dell’infanzia e
dell’adolescenza.
Questo impegno va sviluppato imparando ad ascoltare i bambini. Un
rapporto inadeguato con la famiglia, con la scuola, con le
istituzioni, con il territorio può determinare quelle carenze nella
costruzione della propria identità e nell’interiorizzazione e
rielaborazione del mondo da parte del minore, che a loro volta
producono quello che nel libro viene definito il male-essere. È
sull’insieme dei contesti che occorre dunque intervenire. Ognuno
con le proprie responsabilità e con il proprio ruolo, stabilendo
priorità e gradualità di realizzazione.
L’inchiesta della Cgil va quindi intesa come uno strumento di
conoscenza e di lavoro. È rivolta alle istituzioni, agli operatori,
ai ricercatori, al sindacato stesso. Il problema che tutti dobbiamo
porci è di dare continuità alle iniziative. Bisogna evitare, come
capita spesso quando si verificano infortuni gravi sul lavoro, che l’emozione
resti fine a sé stessa, spegnendosi dopo qualche tempo senzà
riuscire a tradursi in comportamenti concreti e coerenti. Ancora una
volta si tratta di passare dalla fase della denuncia all’assunzione,
da parte di ciascuno dei soggetti in campo, di obiettivi anche
particolari e circoscritti. Se questi obiettivi vengono messi in
rete, il risultato può essere importante.