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| Lavoro
minorile / Libro-inchiesta
della Cgil |
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| L'Italia del lavoro
minorile |
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| di Davide Orecchio |
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| Quasi 400 mila minori lavorano nel
nostro paese, in tutte le regioni del nostro paese, nei modi più
disparati: in famiglia, presso terzi, durante l’orario scolastico
oppure prima e dopo la scuola, costretti dunque a straordinari
usuranti e privati molto in fretta di un’idea ottimistica (e sana,
per la loro età) del futuro. E’ questo l’esito più eclatante
di un’inchiesta promossa dalla Cgil (dal Dipartimento diritti di
cittadinanza ed economia sociale) nell’arco di due anni, cui hanno
partecipato ricercatori e strutture sindacali e che ha riguardato
sedici territori dal Meridione al Settentrione e oltre seicento
storie di bambini.
Un’inchiesta che ora si concreta in un libro: Lavoro e
lavori minorili, Ediesse 2000, che verrà presentato il 7
novembre in casa Cgil, a Corso d’Italia.
350 mila bambini italiani, 50 mila immigrati: è la mappa che
disegna il volume del lavoro minorile in Italia, che definisce i
dati da cui è partita la denuncia di Sergio Cofferati nell’introduzione
al libro e ripresa dalla stampa in questi giorni. "Ma sono
cifre che vanno interpretate, perché in se stesse possono
significare tutto e niente". A parlare è uno dei curatori dell’inchiesta,
Gianni Paone dell’Inca Cgil nonché responsabile dell’associazione
"L’Aquilone" di Roma. "Nell’indagine – spiega
Paone – non ci siamo limitati a "contare" il fenomeno ma
l’abbiamo anche frantumato nelle diverse realtà regionali,
intrecciando i dati quantitativi con i profili qualitativi
selezionati, e quindi andando a vedere la storia lavorativa di
questi bambini, il loro rapporto con la scuola e con la
famiglia".
Ne è emerso un quadro inevitabilmente eterogeneo, perché il lavoro
minorile è quello del bambino che fa poche ore al giorno e va
comunque a scuola, ma anche quello del suo coetaneo sfruttato in
turni massacranti. Condizioni diverse e di diversa incandescenza,
tuttavia accomunate – fa capire Paone – da un eguale rischio di
esclusione sociale e soprattutto da una proiezione negativa del
proprio futuro. Ossia, in parole povere, dalla mancanza di speranze.
"Un altro elemento importante – sottolinea ancora il curatore
dell’inchiesta – è che in Italia, un paese industrializzato,
non esistono le differenze tipiche dei paesi in via di sviluppo tra child
work e child labour, tra il lavoro minorile e lo
sfruttamento vero e proprio. Da noi, in realtà, esistono forti
elementi di sfruttamento anche nel child work. Soprattutto al
Nord e al Centro, infatti, i bambini tendono a lavorare in famiglia,
dove, per gli evidenti vincoli affettivi, non possono negoziare
nulla sulle modalità del proprio impiego. Vengono occupati magari
prima di andare a scuola, alle cinque del mattino, oppure dopo le
lezioni e fino a tarda sera. Divengono un bene privato,
insomma".
"E’ una situazione in atto soprattutto al Centro e nel
Settentrione a causa delle caratteristiche economiche di queste aree
– spiega Paone -, ma abbiamo rilevato anche una povertà culturale
che costituisce forse l’elemento più inquietante della vicenda.
In particolare nel Nordest le famiglie non riconoscono alla scuola
alcun ruolo positivo, tendono a far completare ai figli gli studi
obbligatori e contemporaneamente li fanno lavorare. Ma dopo la terza
media tolgono i bambini dalla scuola. Al Sud, invece, prevale ancora
una dinamica tradizionale: la maggior parte dei minori lavora presso
terzi e la percentuale di abbandono scolastico è molto alta".
Un quadro allarmante, dunque, che richiede interventi
solleciti. "Quest’inchiesta della Cgil – conclude Paone –
non vuole limitarsi a fare il punto della situazione, ma punta
soprattutto ad aprire una fase operativa. Da un lato devono muoversi
le istituzioni, andando oltre le dichiarazioni d’intenti (Carta
dei diritti, tavoli di concertazione ecc.); dall’altro il
sindacato deve valorizzare l’esperienza conclusa e i soggetti
coinvolti in particolare grazie allo sforzo delle Camere del Lavoro.
L’obiettivo prioritario da realizzare è la comunicazione, a mio
avviso fondamentale, tra la scuola, le famiglie e il territorio.
Penso ad esempio al varo di contratti tra gli istituti scolastici e
i nuclei familiari per il recupero dei bambini. Ma sono iniziative,
appunto, che esigono maggiore prontezza da parte delle
istituzioni".
(2 novembre 2000) |
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