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 Rassegna Sindacale n.10,  14 marzo 2000
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 Anniversari / I cinquant'anni della Uil
Tre aggettivi per una confederazione
di Aris Accornero
Il 5 marzo la Uil ha compiuto 50 anni e li ha festeggiati con una manifestazione al palazzo dei Congressi di Roma, con la partecipazione dello storico Piero Craveri, di Emilio Gabaglio, segretario generale della Ces, di Pietro Larizza, segretario generale della Uil e del presidente del Consiglio Massimo D’Alema. Per l’occasione la confederazione di Via Lucullo ha raccolto in un volumetto intitolato “Dicono di noi...” alcune testimonianze. Da “Dicono di noi...” pubblichiamo la parte centrale del saggio di Aris Accornero

Sono passati 50 anni da quando nacque la Uil, che si presenta come una confederazione relativamente piccola, oggettivamente intermedia e tradizionalmente moderata, e che viene riconosciuta da tutti come la terza centrale, ormai “storica”, del complesso sistema sindacale italiano. La celebrazione di quell’evento segue a non molta distanza analoghi festeggiamenti in casa Cgil e poi Cisl, e non fa che ribadire una constatazione: in Italia, tutto sommato, i sindacati hanno una forza apprezzabile e sono in buona forma, specie se si guarda al di là del triangolo romano Corso d’Italia, Via Po e Via Lucullo, dove hanno sede le tre confederazioni (...).

La Uil è una confederazione relativamente piccola, tradizionalmente moderata e oggettivamente intermedia. Vediamo questi tre aspetti.

Piccola

Nel suo insieme, la dimensione organizzativa della Uil è sempre stata meno consistente di quella delle altre due grandi centrali, in termini di iscritti, di strutture e di consensi. Questa stabilità nel tempo, pur con le ovvie variazioni di breve periodo, è risultata maggiore di quanto lo sia stata per la Cgil e la Cisl che, ad esempio, si sono trovate spesso a competere sulle adesioni e sui suffragi, mentre la rispettiva organizzazione era impiantata su presupposti statutari piuttosto diversi.

Come è noto, per lungo tempo i dati sulle iscrizioni ai sindacati sono stati una questione interna e riservata, come del resto per le altre associazioni private, e quindi non erano “certificati” anche laddove la trattenuta diretta delle quote sindacali, ottenuta nei contratti di lavoro, lo avrebbe reso già possibile. Dopo che lo “Statuto dei lavoratori” ebbe generalizzato questa forma, le organizzazioni sindacali rilasciarono molte più informazioni, ma una certezza di dati sulle iscrizioni si è avuta soltanto di recente, insieme all’obbligo di rendere pubblici i bilanci. Qualcosa del genere si può dire del resto per i partiti, che godono del finanziamento pubblico. Rispetto alla Cgil e alla Cisl, la Uil ha tardato a fare conoscere con regolarità i propri dati (che peraltro avrebbero fatto invidia alla maggior parte dei partiti italiani).

Quanto alle strutture organizzative, esse sono quasi sempre più snelle o più modeste, talvolta più rudimentali, di quelle delle altre due centrali, di cui peraltro ricalcano i confini settoriali, con poche variazioni dovute ad accorpamenti categoriale diversi (ove influisce anche il numero di iscritti). Pressoché identici sono i confini territoriali, per cui si può dire che, nel loro disegno statutario e a differenza di quelle della Cisl, le strutture della Uil rimangono assai simili a come le aveva disegnate la Cgil unitaria.

I consensi alla Uil, dalle elezioni per le commissioni interne di ieri alle rappresentanze sindacali unitarie di oggi, hanno avuto andamenti temporali meno uniformi delle iscrizioni ma con una ripartizione categoriale senza troppi squilibri (per esempio fra dipendenti privati e pubblici), e una distribuzione geografica piuttosto stabile; rispetto alle altre due, questa confederazione ha mostrato insomma un buon radicamento, soprattutto a livello di impresa o di ente. Per molto tempo la Uil è stato un sindacato un po’ più “operaio” della Cisl e un po’ più “impiegatizio” della Cgil; e anche un po’ più “settentrionale”. Va sottolineato comunque che, come mostrano con eloquenza le recenti elezioni delle rsu, non si sono quasi mai verificati fenomeni di “cannibalizzazione”: infatti, anche in periodi di relazioni difficili e in situazioni di accesa dialettica, le due centrali maggiori non hanno sottratto suffragi o iscritti alla Uil al punto da rendere “bipolare” questo o quel panorama sindacale.

Il modello associativo della Uil si avvicina a quello tradizionale del sindacalismo “di classe” – come si diceva un tempo – cioè a quello della Cgil per la quale i lavoratori vengono tuttora prima degli iscritti: esattamente il contrario di quello “di categoria” tipico della Cisl.

La relativa piccolezza della Uil non poteva che avere delle conseguenze sui comportamenti, come succede nelle organizzazioni minori dove quasi immancabilmente ciò crea un complesso di inferiorità. Una vistosa conseguenza è ad esempio la strumentazione democratica che la Uil chiese e ottenne per la Federazione Unitaria, dove infatti si votò più spesso per organizzazione che per testa, e quindi con un principio non proporzionale bensì paritario fra organizzazioni. Al complesso di inferiorità si unisce spesso un naturale senso di autodifesa, che sui luoghi di lavoro ha portato spesso la Uil a rivendicare garanzie di presenza al di là delle quote di rappresentatività che poteva esibire. In termini organizzativi, il tipico complesso dei soggetti “piccoli” crea timori anche maggiori di quelli creati nei soggetti “grandi” allorquando si prospettano operazioni che possono sconvolgere le strutture e non soltanto le abitudini. Benché sia difficile accertarlo, è molto probabile che tale complesso spieghi la timidezza e talvolta la riluttanza della Uil a imboccare decisamente e operativamente la prospettiva dell’unità sindacale organica, come fu nei primi anni Settanta quando a capo della Uil c’era il repubblicano Raffaele Vanni, e com’è stato negli ultimi anni Novanta quando il leader della Cisl Sergio D’Antoni ha rilanciato la proposta.

Moderata

Fin dalla nascita, e quindi per ben mezzo secolo, la Uil è stata considerata un sindacato moderato più ancora di quel sindacato social-democratico che per ovvie ragioni era parsa all’inizio e, quanto meno, per tutto il lungo periodo della gestione di Italo Viglianesi. Se nel frattempo non fosse diventata tanto ambita quanto ovvia, la definizione più appropriata sarebbe però quella di “sindacato riformista”, proprio per il riferimento a una tradizione come quella rappresentata da Rinaldo Rigola, che fu un grande leader della CGdL ma che nella Cgil rimase poco più di un cane in chiesa. (Il sindacato riformista si intitolava appunto un bel libro in cui l’amico Walter Tobagi, assassinato dal terrorismo di sinistra, ricostruiva in questa ottica le radici politico-culturali della maggiore confederazione italiana.)

Una piccola attestazione dell’habitus riformista della Uil si può rinvenire nelle posizioni adottate in merito all’art. 39 della Costituzione che – com’è risaputo – fissa su basi proporzionali gli equilibri fra i sindacati, collegando la forza contrattuale alla rappresentatività. Soltanto la Uil, seppure blandamente, ha difeso quell’articolo che avrebbe dovuto costituire l’architrave dell’ordinamento sindacale italiano; e ciò, nonostante fosse “piccola”. Il contrario va detto della Cgil e della Cisl, che oggi paiono però inclini a cambiare linea. La Cisl era contraria a intrusioni legislative nell’ordinamento interno (è per questo che non sostiene neppure la legge sulle rappresentanze) e non voleva diventare la “seconda” confederazione. La Cgil rivendicava la maggioranza degli iscritti, temeva la fine delle speranze unitarie, e comunque non voleva che un intervento amministrativo stabilisse il peso delle varie organizzazioni. La posizione della Uil era più “riformista”.

Un convinto remake dell’immagine Uil era stato avviato quando il suo penultimo leader, Giorgio Benvenuto, aveva coniato la definizione di sindacato “dei cittadini”. Per un sindacato, questo appellativo era inusuale e forse improprio, ma palesava la consapevolezza (e il timore) dell’erosione che il post-fordismo ancor più che il post-industriale, e l’invecchiamento della popolazione ancor più di quello degli iscritti, stavano per provocare negli insediamenti sociali e nei legami organizzativi dei tradizionali sindacati “d’industria”.

Nella definizione di “sindacato dei cittadini” c’era però anche l’anticipazione di una svolta poi affrontata pure dalla Cgil e dalla Cisl, quella cioè di una “strategia dei servizi” rivolta a quei crescenti bisogni dei lavoratori e delle famiglie – vedi per tutti l’assistenza fiscale – che strutture ramificate come quelle dei sindacati possono apprestare e soddisfare nella veste di incentivi selettivi. Più o meno alla stessa epoca, la Cgil adottò a sua volta la definizione di “sindacato dei diritti”, e anche questa decisione parve un aggiornamento dell’immagine ancor più che una riqualificazione degli obiettivi. (Vedi comunque il fascicolo Rappresentanza sindacale e tutela individuale. La strategia dei servizi, de “L’Assistenza Sociale”.)

Non si andrebbe peraltro lontano dal vero se, soprattutto considerando la longevità delle nostre maggiori centrali sindacati, si dicesse che l’identità della Uil, più o meno come quella della Cgil, è rimasta tutto sommato vicina a quella tradizionale.

Era una identità moderata già fin dalle politiche rivendicative e contrattuali, caratterizzata da un approccio attento ai bisogni elementari dei lavoratori e da una schietta diffidenza sia verso innovazioni brillanti ma poco popolari, sia verso svolte ardite ma prive di ancoraggi. Questo spiega il sensibile peso che la componente salariale ha sempre avuto nelle domande portate dalla Uil, senza incorrere peraltro in vistosi casi di corporatismo e senza apprezzabili divari di comportamento fra questa e quella categoria. Generalmente cauta e metodica nel gioco negoziale, ove ha schierato anche tecnici di valore (ricordo ad esempio Franco Simoncini), piuttosto prudente nel ricorso ai conflitti di lavoro e quasi sempre unitaria nella loro gestione, la Uil ha sempre badato a non discostarsi dal fine primario della rappresentanza di interessi a breve e a medio termine, pur avendo concorso per l’addietro alla “strategia delle riforme” e, partecipando attivamente, da ultimo, al meccanismo della “concertazione”.

Un altro caratteristico tratto identitario è stata la fedeltà al luogo di lavoro, ai bisogni dell’impresa, e agli strumenti della rappresentanza di base. Ciò l’ha esposta a rischi e comunque ad accuse di “aziendalismo”, specie in talune situazioni tipo Fiat. (Comunque si possano spiegare, i gravi fatti là accaduti furono un segnale di malessere e di allarme; del resto una ricostruzione attendibile manca tuttora, e tale non sembra quella offertaci nel 1979 da Dario Lanzardo, La rivolta di piazza Statuto-Torino, luglio 1962.)

Intermedia

La collocazione della Uil risulta oggettivamente intermedia, innanzitutto perché è posta fra due centrali più grandi, poi perché i suoi tratti sono ben poco somiglianti a quelli della Cisl ma sono ben demarcati anche rispetto a quelli della Cgil, e infine, soprattutto, perché il suo ruolo non è mai stato da “vaso di coccio”, anzi è stato spesso da “ago della bilancia”; qualche volta con saggezza, altre volte con abilità, la Uil ha fatto uscire i rapporti sindacali dall’impasse in cui erano finiti. Su questo posizionamento della Uil hanno influito:

• il radicamento social-democratico, che ne costituì il tratto identitario di più lungo periodo, sebbene al vertice della confederazione ci siano stati anche dei leader repubblicani, socialisti e liberali;

• un bagaglio storico-culturale piuttosto tradizionale, legato al sindacalismo continentale europeo e piuttosto lontano da quello anglo-sassone per non dire estraneo a quello americano (nonostante vari legami e appoggi);

• il pluralismo interno che, a differenza di quello della Cgil, per parecchi anni ha associato radici politiche e tradizioni culturalmente sensibilmente distinte;

• la collocazione non sempre stabile né sempre “governativa” dei partiti di riferimento, che talvolta sono anche stati all’opposizione dei governi guidati dalla Dc.

Aris Accornero

 
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