Il 5
marzo la Uil ha compiuto 50 anni e li ha festeggiati con una
manifestazione al palazzo dei Congressi di Roma, con la partecipazione
dello storico Piero Craveri, di Emilio Gabaglio, segretario generale
della Ces, di Pietro Larizza, segretario generale della Uil e del
presidente del Consiglio Massimo D’Alema. Per l’occasione la
confederazione di Via Lucullo ha raccolto in un volumetto intitolato
“Dicono di noi...” alcune testimonianze. Da “Dicono di noi...”
pubblichiamo la parte centrale del saggio di Aris Accornero
Sono passati 50 anni da quando nacque la Uil, che si presenta come
una confederazione relativamente piccola, oggettivamente intermedia e
tradizionalmente moderata, e che viene riconosciuta da tutti come la
terza centrale, ormai “storica”, del complesso sistema sindacale
italiano. La celebrazione di quell’evento segue a non molta distanza
analoghi festeggiamenti in casa Cgil e poi Cisl, e non fa che ribadire
una constatazione: in Italia, tutto sommato, i sindacati hanno una
forza apprezzabile e sono in buona forma, specie se si guarda al di là
del triangolo romano Corso d’Italia, Via Po e Via Lucullo, dove
hanno sede le tre confederazioni (...).
La Uil è una confederazione relativamente piccola,
tradizionalmente moderata e oggettivamente intermedia. Vediamo questi
tre aspetti.
Piccola
Nel suo insieme, la dimensione organizzativa della Uil è sempre
stata meno consistente di quella delle altre due grandi centrali, in
termini di iscritti, di strutture e di consensi. Questa stabilità nel
tempo, pur con le ovvie variazioni di breve periodo, è risultata
maggiore di quanto lo sia stata per la Cgil e la Cisl che, ad esempio,
si sono trovate spesso a competere sulle adesioni e sui suffragi,
mentre la rispettiva organizzazione era impiantata su presupposti
statutari piuttosto diversi.
Come è noto, per lungo tempo i dati sulle iscrizioni ai sindacati
sono stati una questione interna e riservata, come del resto per le
altre associazioni private, e quindi non erano “certificati” anche
laddove la trattenuta diretta delle quote sindacali, ottenuta nei
contratti di lavoro, lo avrebbe reso già possibile. Dopo che lo “Statuto
dei lavoratori” ebbe generalizzato questa forma, le organizzazioni
sindacali rilasciarono molte più informazioni, ma una certezza di
dati sulle iscrizioni si è avuta soltanto di recente, insieme all’obbligo
di rendere pubblici i bilanci. Qualcosa del genere si può dire del
resto per i partiti, che godono del finanziamento pubblico. Rispetto
alla Cgil e alla Cisl, la Uil ha tardato a fare conoscere con
regolarità i propri dati (che peraltro avrebbero fatto invidia alla
maggior parte dei partiti italiani).
Quanto alle strutture organizzative, esse sono quasi sempre più
snelle o più modeste, talvolta più rudimentali, di quelle delle
altre due centrali, di cui peraltro ricalcano i confini settoriali,
con poche variazioni dovute ad accorpamenti categoriale diversi (ove
influisce anche il numero di iscritti). Pressoché identici sono i
confini territoriali, per cui si può dire che, nel loro disegno
statutario e a differenza di quelle della Cisl, le strutture della Uil
rimangono assai simili a come le aveva disegnate la Cgil unitaria.
I consensi alla Uil, dalle elezioni per le commissioni interne di
ieri alle rappresentanze sindacali unitarie di oggi, hanno avuto
andamenti temporali meno uniformi delle iscrizioni ma con una
ripartizione categoriale senza troppi squilibri (per esempio fra
dipendenti privati e pubblici), e una distribuzione geografica
piuttosto stabile; rispetto alle altre due, questa confederazione ha
mostrato insomma un buon radicamento, soprattutto a livello di impresa
o di ente. Per molto tempo la Uil è stato un sindacato un po’ più
“operaio” della Cisl e un po’ più “impiegatizio” della Cgil;
e anche un po’ più “settentrionale”. Va sottolineato comunque
che, come mostrano con eloquenza le recenti elezioni delle rsu, non si
sono quasi mai verificati fenomeni di “cannibalizzazione”:
infatti, anche in periodi di relazioni difficili e in situazioni di
accesa dialettica, le due centrali maggiori non hanno sottratto
suffragi o iscritti alla Uil al punto da rendere “bipolare” questo
o quel panorama sindacale.
Il modello associativo della Uil si avvicina a quello tradizionale
del sindacalismo “di classe” – come si diceva un tempo – cioè
a quello della Cgil per la quale i lavoratori vengono tuttora prima
degli iscritti: esattamente il contrario di quello “di categoria”
tipico della Cisl.
La relativa piccolezza della Uil non poteva che avere delle
conseguenze sui comportamenti, come succede nelle organizzazioni
minori dove quasi immancabilmente ciò crea un complesso di inferiorità.
Una vistosa conseguenza è ad esempio la strumentazione democratica
che la Uil chiese e ottenne per la Federazione Unitaria, dove infatti
si votò più spesso per organizzazione che per testa, e quindi con un
principio non proporzionale bensì paritario fra organizzazioni. Al
complesso di inferiorità si unisce spesso un naturale senso di
autodifesa, che sui luoghi di lavoro ha portato spesso la Uil a
rivendicare garanzie di presenza al di là delle quote di
rappresentatività che poteva esibire. In termini organizzativi, il
tipico complesso dei soggetti “piccoli” crea timori anche maggiori
di quelli creati nei soggetti “grandi” allorquando si prospettano
operazioni che possono sconvolgere le strutture e non soltanto le
abitudini. Benché sia difficile accertarlo, è molto probabile che
tale complesso spieghi la timidezza e talvolta la riluttanza della Uil
a imboccare decisamente e operativamente la prospettiva dell’unità sindacale organica, come fu nei primi anni Settanta quando a capo
della Uil c’era il repubblicano Raffaele Vanni, e com’è stato
negli ultimi anni Novanta quando il leader della Cisl Sergio D’Antoni
ha rilanciato la proposta.
Moderata
Fin dalla nascita, e quindi per ben mezzo secolo, la Uil è stata
considerata un sindacato moderato più ancora di quel sindacato
social-democratico che per ovvie ragioni era parsa all’inizio e,
quanto meno, per tutto il lungo periodo della gestione di Italo
Viglianesi. Se nel frattempo non fosse diventata tanto ambita quanto
ovvia, la definizione più appropriata sarebbe però quella di “sindacato
riformista”, proprio per il riferimento a una tradizione come quella
rappresentata da Rinaldo Rigola, che fu un grande leader della CGdL ma
che nella Cgil rimase poco più di un cane in chiesa. (Il sindacato
riformista si intitolava appunto un bel libro in cui l’amico Walter
Tobagi, assassinato dal terrorismo di sinistra, ricostruiva in questa
ottica le radici politico-culturali della maggiore confederazione
italiana.)
Una piccola attestazione dell’habitus riformista della Uil si può
rinvenire nelle posizioni adottate in merito all’art. 39 della
Costituzione che – com’è risaputo – fissa su basi proporzionali
gli equilibri fra i sindacati, collegando la forza contrattuale alla
rappresentatività. Soltanto la Uil, seppure blandamente, ha difeso
quell’articolo che avrebbe dovuto costituire l’architrave dell’ordinamento
sindacale italiano; e ciò, nonostante fosse “piccola”. Il
contrario va detto della Cgil e della Cisl, che oggi paiono però
inclini a cambiare linea. La Cisl era contraria a intrusioni
legislative nell’ordinamento interno (è per questo che non sostiene
neppure la legge sulle rappresentanze) e non voleva diventare la “seconda”
confederazione. La Cgil rivendicava la maggioranza degli iscritti,
temeva la fine delle speranze unitarie, e comunque non voleva che un
intervento amministrativo stabilisse il peso delle varie
organizzazioni. La posizione della Uil era più “riformista”.
Un convinto remake dell’immagine Uil era stato avviato quando il
suo penultimo leader, Giorgio Benvenuto, aveva coniato la definizione
di sindacato “dei cittadini”. Per un sindacato, questo appellativo
era inusuale e forse improprio, ma palesava la consapevolezza (e il
timore) dell’erosione che il post-fordismo ancor più che il
post-industriale, e l’invecchiamento della popolazione ancor più di
quello degli iscritti, stavano per provocare negli insediamenti
sociali e nei legami organizzativi dei tradizionali sindacati “d’industria”.
Nella definizione di “sindacato dei cittadini” c’era però
anche l’anticipazione di una svolta poi affrontata pure dalla Cgil e
dalla Cisl, quella cioè di una “strategia dei servizi” rivolta a
quei crescenti bisogni dei lavoratori e delle famiglie – vedi per
tutti l’assistenza fiscale – che strutture ramificate come quelle
dei sindacati possono apprestare e soddisfare nella veste di incentivi
selettivi. Più o meno alla stessa epoca, la Cgil adottò a sua volta
la definizione di “sindacato dei diritti”, e anche questa
decisione parve un aggiornamento dell’immagine ancor più che una
riqualificazione degli obiettivi. (Vedi comunque il fascicolo
Rappresentanza sindacale e tutela individuale. La strategia dei
servizi, de “L’Assistenza Sociale”.)
Non si andrebbe peraltro lontano dal vero se, soprattutto
considerando la longevità delle nostre maggiori centrali sindacati,
si dicesse che l’identità della Uil, più o meno come quella della
Cgil, è rimasta tutto sommato vicina a quella tradizionale.
Era una identità moderata già fin dalle politiche rivendicative e
contrattuali, caratterizzata da un approccio attento ai bisogni
elementari dei lavoratori e da una schietta diffidenza sia verso
innovazioni brillanti ma poco popolari, sia verso svolte ardite ma
prive di ancoraggi. Questo spiega il sensibile peso che la componente
salariale ha sempre avuto nelle domande portate dalla Uil, senza
incorrere peraltro in vistosi casi di corporatismo e senza
apprezzabili divari di comportamento fra questa e quella categoria.
Generalmente cauta e metodica nel gioco negoziale, ove ha schierato
anche tecnici di valore (ricordo ad esempio Franco Simoncini),
piuttosto prudente nel ricorso ai conflitti di lavoro e quasi sempre
unitaria nella loro gestione, la Uil ha sempre badato a non
discostarsi dal fine primario della rappresentanza di interessi a
breve e a medio termine, pur avendo concorso per l’addietro alla “strategia
delle riforme” e, partecipando attivamente, da ultimo, al meccanismo
della “concertazione”.
Un altro caratteristico tratto identitario è stata la fedeltà al
luogo di lavoro, ai bisogni dell’impresa, e agli strumenti della
rappresentanza di base. Ciò l’ha esposta a rischi e comunque ad
accuse di “aziendalismo”, specie in talune situazioni tipo Fiat.
(Comunque si possano spiegare, i gravi fatti là accaduti furono un
segnale di malessere e di allarme; del resto una ricostruzione
attendibile manca tuttora, e tale non sembra quella offertaci nel 1979
da Dario Lanzardo, La rivolta di piazza Statuto-Torino, luglio 1962.)
Intermedia
La collocazione della Uil risulta oggettivamente intermedia,
innanzitutto perché è posta fra due centrali più grandi, poi perché
i suoi tratti sono ben poco somiglianti a quelli della Cisl ma sono
ben demarcati anche rispetto a quelli della Cgil, e infine,
soprattutto, perché il suo ruolo non è mai stato da “vaso di
coccio”, anzi è stato spesso da “ago della bilancia”; qualche
volta con saggezza, altre volte con abilità, la Uil ha fatto uscire i
rapporti sindacali dall’impasse in cui erano finiti. Su questo
posizionamento della Uil hanno influito:
• il radicamento social-democratico, che ne costituì il tratto
identitario di più lungo periodo, sebbene al vertice della
confederazione ci siano stati anche dei leader repubblicani,
socialisti e liberali;
• un bagaglio storico-culturale piuttosto tradizionale, legato al
sindacalismo continentale europeo e piuttosto lontano da quello
anglo-sassone per non dire estraneo a quello americano (nonostante
vari legami e appoggi);
• il pluralismo interno che, a differenza di quello della Cgil,
per parecchi anni ha associato radici politiche e tradizioni
culturalmente sensibilmente distinte;
• la collocazione non sempre stabile né sempre “governativa”
dei partiti di riferimento, che talvolta sono anche stati all’opposizione
dei governi guidati dalla Dc.
Aris Accornero