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  Una nuova cittadinanza europea 
per le donne 
e gli uomini

 

 
Una nuova cittadinanza europea 
per le donne e gli uomini
 
 
Nel corso della storia della Comunità europea si è verificata una positiva evoluzione delle politiche a favore delle donne. Si è partiti da una concezione restrittiva della parità limitata a un’eguale retribuzione tra lavoratori uomini e donne (art. 119 del Trattato Cee, 1957) per giungere, con Maastricht, a un accordo sulla politica sociale che regolamenta le pari opportunità tra uomini e donne relativamente al mercato del lavoro e 
al trattamento sui luoghi di lavoro. 

Tale accordo, oltre a prevedere questa base minima di tutela a favore delle donne, lascia gli Stati liberi di adottare misure complementari discriminatorie positive. Dalla ratifica del Trattato di Maastricht (’93) sono state adottate direttive che riguardano, per esempio, i congedi parentali. Questa facoltà, che prima non esisteva in diversi Stati europei, dimostra che sulla base dei requisiti minimi previsti è stato possibile introdurre legislazioni innovative più lungimiranti. Il Trattato di Amsterdam (’99), che costituisce l’ultima tappa di questa positiva evoluzione della politica delle pari opportunità, rafforza in modo sostanziale la base giuridica a favore della parità tra uomini e donne. Gli articoli 2 e 3 sanciscono l’impegno della Comunità in termini di mainstreaming della dimensione di genere: il principio delle pari opportunità dovrà essere integrato in tutte le politiche comunitarie.

Su questo l’Unione europea ha sviluppato, a partire dal 1981, una serie di programmi d’azione per le pari opportunità, ha introdotto la pratica del mainstreaming di genere nell’ambito dell’occupazione e del dialogo sociale, della cooperazione allo sviluppo, dell’istruzione, della formazione e della gioventù, dei fondi strutturali e del Fse (Fondo sociale europeo) in particolare. Questo è stato possibile anche grazie al lavoro importante e alle proposte innovative della commissione dei Diritti della donna del Parlamento europeo. Può essere interessante ricordare, a dimostrazione del cammino percorso sino a oggi, che la commissione per i Diritti della donna è nata inizialmente come commissione d’inchiesta sulla condizione delle donne in Europa (fu la prima commissione d’inchiesta nella storia dell’assemblea europea) e venne poi ufficialmente istituzionalizzata nel 1984.

Una novità di rilievo risale al vertice straordinario di Lussemburgo del novembre 1997, dove i capi di governo degli Stati membri hanno concordato delle linee direttrici comuni da trasporre nei piani nazionali per l’occupazione. Queste sono basate su quattro pilastri: occupabilità, imprenditorialità, adattabilità e pari opportunità. In particolare le pari opportunità hanno carattere orizzontale rispetto alle politiche dell’occupazione.

Questo elemento innovativo costituisce uno strumento per incidere efficacemente sulla riduzione della disoccupazione femminile e, nello stesso tempo, per contribuire alla qualificazione del lavoro femminile favorendo l’accesso a livelli professionali superiori. Ma il cammino è ancora lungo: da un primo esame dei piani per l’occupazione presentati dai governi al vertice di Cardiff del giugno 1998 è emerso che sono pochi gli Stati che hanno tenuto conto in modo adeguato delle pari opportunità. Nonostante ciò, la verifica annuale dei progressi svolti in quest’ambito da parte delle due istituzioni comunitarie, la Commissione e il Consiglio, costituisce da una parte una garanzia di attuazione dei princìpi comuni fissati, dall’altra uno strumento di pressione e controllo reciproci tra gli Stati membri.

La promozione di una politica attiva e visibile in favore della "parità" in tutte le politiche ha influenzato positivamente sia il "Programma di azione sociale europeo 1998-2000" che il Trattato di Amsterdam. Quest’ultimo, entrato in vigore il 1° maggio 1999, stabilisce all’articolo 3 che "l’Unione europea mira a eliminare le ineguaglianze, nonché a promuovere la parità tra gli uomini e le donne".

Al fine di realizzare una vera democrazia, di valorizzare tutte le risorse della società e di arrivare a una civiltà nuova e più ricca ci aspettano ancora compiti importanti. Una partecipazione paritaria delle donne all’interno delle strutture di decisione politica e sociale è la garanzia di un buon funzionamento della democrazia: per questa ragione la conclusione di un contratto di partenariato tra donne e uomini è indispensabile. Questo si deve estendere dal livello privato, attraverso la possibilità di conciliare vita professionale e familiare, al livello pubblico.

La partecipazione delle donne alla società e alla politica presuppone una presenza rilevante non solo dal punto di vista quantitativo, ma anche qualitativo. È necessario adottare quegli strumenti che favoriscono la rappresentazione equilibrata delle donne a tutte le assemblee elettive e a tutti gli organi di decisione politica. Queste azioni positive devono caratterizzare il livello locale, regionale, nazionale ed europeo.

Il cammino verso una nuova cittadinanza europea per le donne e gli uomini implica che il principio del partenariato e della partecipazione paritaria si realizzino concretamente nel rispondere alle sfide dell’Europa del XXI secolo: l’Unione economica e monetaria, la lotta contro la disoccupazione, l’ampliamento dell’Unione, il ruolo dell’Europa nel mondo, lo sviluppo delle nuove tecnologie e della società dell’informazione.

 

Pasqualina Napoletano
Parlamentare europeo

 
 
 
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